Il museo archeologico Salinas compie 200 anni. Ed è chiuso per ristrutturazione. Ma la sua collezione etrusca, esposta temporaneamente all'Albergo dei Poveri, è più aperta che mai. Gratuita. E pronta a nuove idee. Tanto che martedì 29 aprile ha chiamato a raccolta gli "invasori digitali": adolescenti e adulti armati di smartphone racconteranno le opere. Condividendole sui social network

Cos'hanno in comune gli etruschi e i “selfie”? Cosa lega uno dei musei archeologici più antichi d'Italia a “Instagram”, il social network fotografico comprato due anni fa da Facebook? La risposta è una sorpresa. Ed è scoprire che il museo Salinas di Palermo, che compie quest'anno due secoli esatti, ha deciso di prendere sul serio il suo futuro. E nonostante si trovi senza sede (che è in restauro e lo resterà ancora per un po') le sta provando tutte per svecchiare l'idea che “archeologico” significhi un posto zeppo di reperti muti e polverosi. Per farlo, ha assunto a tempo pieno una persona che si occupa solo di promuovere, raccontare e pubblicizzare le collezioni, coinvolgendo le nuove generazioni attraverso la Rete. Il primo risultato arriverà nel pomeriggio di martedì 29 aprile, quando una torma di appassionati di fotografia, blogger o semplici studenti invaderà lo spazio allestito al Real albergo dei poveri di Palermo per ospitare le straordinarie opere etrusche recuperate a Chiusi dal conte Casuccini e comprate dal direttore del museo siciliano nel 1867.
La locandina dell'invasione digitale a "Gli Etruschi a Palermo"

La mostra temporanea, intitolata “Gli Etruschi a Palermo”, è aperta gratuitamente al pubblico da quando sono iniziati i lavori di ristrutturazione nella sede principale, e lo resterà fino alla riapertura del palazzo. «È vero, siamo chiusi per restauri. Ma non siamo mai stati tanto aperti quanto adesso», commenta ridendo Sandro Garrubbo, responsabile del tam tam online per rilanciare l'archeologico: «Da solo un mese abbiamo esordito su Facebook ed abbiamo già più di 1600 like». La “guru” di Garrubbo è una giovane ricercatrice dell'Università di Catania, Elisa Bonacini, che ha dedicato la sua tesi di dottorato alla valorizzazione digitale del patrimonio culturale. Bonacini, nel suo interrogarsi su come rendere sexy per le nuove generazioni i vasi antichi o i dipinti rinascimentali, è diventata ambasciatrice per la Sicilia di “Invasioni Digitali”, un'iniziativa nata l'anno scorso proprio per rilanciare la presenza e la partecipazione dei giovani nei beni culturali. Dal 24 aprile al 4 maggio gruppi di blogger, appassionati di fotografia, giovani, anziani, famiglie e studenti dotati di smartphone o semplicemente di una macchina fotografica sono invitati ad entrare e “invadere” centinaia di indirizzi in tutta Italia, per pubblicare poi in Rete immagini, idee e commenti su ciò che hanno visto.
Kylix bilingue. Pittore di Andokides. 530-520 a.C. Collezione Casuccini

«Noi abbiamo coinvolto il gruppo palermitano di “instagramers”, ovvero di utenti di Instagram», spiega Garrubbo: «Ma la sala allestita per la collezione etrusca del museo sarà aperta gratuitamente a tutti come sempre. L'invito per martedì pomeriggio è però quello di arrivare armati di videocamere e cellulari per raccontare il museo con i propri occhi e condividere le immagini usando le hashtag #invasionidigitali #etruschipalermo #museosalinas #igerspalermo #siciliainvasa2014».
Urna etrusca in terracotta dalla collezione Casuccini

L'obiettivo è far conoscere una raccolta straordinaria, che va dalla monumentale statua-cinerario a sembianze umane di duemila e seicento anni fa ai vasi dipinti del quinto secolo, fino alle urne in terracotta. Tutte opere trovate dal conte Casuccini all'interno di decine di tombe scavate nelle sue tenute a Chiusi, in Toscana, e comprate dal museo palermitano nel 1867, come coronamento culturale della neonata identità nazionale.
Statua-cinerario del VI secolo a.C

Così gli Etruschi arrivarono a Palermo e così oggi si faranno conoscere ai più giovani: «La mia proposta a chi verrà è di non condividere soltanto una foto», continua il responsabile: «Ma di provare a raccontare la propria emozione di fronte a queste testimonianze dell'antichità». Insomma c'è un unico caveat: le opere non vanno «subite passivamente», conclude Garrubbo: «Ma vissute personalmente. Rielaborate. Usando photoshop, filtri, tagli e incolla, qualsiasi mezzo. E poi condivise, raccontando quello che ispira maggiormente». Per dare un volto nuovo all'archeologico. Partendo da Twitter

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