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La guerra di Matteo Renzi

marina, immigrazione
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Unire gli alleati, convincere l’opinione pubblica, trovare una soluzione militare. ?Sulla Libia il premier affronta la prima vera crisi internazionale. Mentre gli Usa ci chiedono di bombardare lo Stato islamico in Iraq

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Senza rete. Ha giocato senza rete Matteo Renzi domenica 19 aprile, con il numero dei morti al largo del Canale di Sicilia ancora incerto, settecento, ottocento, forse novecento, quando ha deciso di annunciare in conferenza stampa che l’Italia avrebbe chiesto la convocazione di un Consiglio europeo straordinario, con il rischio di ritrovarsi con un nulla di fatto.

E senza rete continua a muoversi ora, nonostante sia riuscito a strappare ai colleghi capi di governo della Ue, nel vertice di giovedì 23, la promessa di aiuti e risorse, un maggior impegno nel Mediterraneo, anche sul piano militare. Dopo quattordici mesi di governo Renzi si trova davanti alla prima vera crisi internazionale, molto più complessa di quelle toccate ai suoi predecessori, su cui si consolidano le leadership, o si indeboliscono. Un doppio, triplo fronte. Il fronte diplomatico, tra Bruxelles, l’Europa, Washington, la Casa Bianca, e New York, le Nazioni Unite. Il fronte interno, preparare l’opinione pubblica a un intervento militare nel Mediterraneo, a quaranta giorni di distanza dalle elezioni regionali, importante test nazionale per verificare il consenso del premier nel Paese, con la Lega di Matteo Salvini scatenata. E il fronte militare, il più delicato. Molto più di quello che si vede.
Analisi
Raid in Libia, le opzioni per affondare le barche Ma questo non fermerà i trafficanti
22/4/2015

L’annunciato intervento in Libia, ufficialmente una missione europea di polizia internazionale per distruggere «persone e strutture», come lo spiegano nel governo, ovvero scafi e scafisti, trafficanti di uomini, «i nuovi schiavisti, i negrieri del XXI secolo», li chiama Renzi, richiede una trama di copertura lontano dall’Europa e dal Mediterraneo. Un filo che conduce l’Italia a impegnarsi altrove: in Afghanistan, in Iraq, gli scenari che sono in cima alla scala di priorità dell’amministrazione americana.

L’incontro di Renzi alla Casa Bianca con Barack Obama è stato presentato da Palazzo Chigi come un successo diplomatico e di immagine, oscurato dal tragico naufragio del giorno dopo. Ma per ottenere un pieno appoggio dagli americani in Libia, l’Italia deve impegnarsi di più in Afghanistan e soprattutto in Iraq. Ed è quest’ultimo lo scacchiere dove si nascondono più insidie. A quanto risulta a “l’Espresso”, il Pentagono ha inoltrato una serie di richieste alla nostra Difesa: la lista è stata trasmessa dieci giorni prima del vertice tra Renzi e Obama, concedendo al governo di Roma il tempo per chiarirsi le idee. L’istanza più importante è stata formulata in maniera estremamente ambigua, in modo da potere venire smentita in qualunque momento, ma la sostanza è chiara: i nostri aerei devono cominciare a bombardare le milizie dello Stato islamico in territorio iracheno.
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Da fine novembre quattro Tornado italiani sono schierati in Kuwait per partecipare alla coalizione contro il Califfato. Quasi tutti i giorni decollano verso l’Iraq settentrionale e sorvegliano con apparati speciali le zone controllate dai fondamentalisti. Non c’è nessun ostacolo tecnico per trasformare questi aerei in bombardieri: mezzi ed equipaggi sono pronti, basta trasferire gli armamenti e agganciarli sotto le ali. Un’ipotesi che sarebbe stata accolta favorevolmente dall’Aeronautica: in Kuwait ci sono già anche i velivoli cisterna per rifornire questi caccia e i droni per “illuminare” i bersagli da colpire.

Più difficile prendere la decisione politica, che trascinerebbe l’Italia in una guerra aperta contro l’Is. Finora il contingente tricolore – destinato a superare i cinquecento uomini – è rimasto lontano dalla linea del fuoco, concentrandosi sull’addestramento dei peshmerga curdi e sui voli spia ad alta quota. Cambiare modalità di impegno richiederebbe un voto parlamentare, come ha più volte ripetuto il governo di fronte alle Camere. Per ora ai piani alti dell’esecutivo si assicura che non c’è nessun legame tra l’operazione in Libia e un eventuale rafforzamento della missione in Iraq. «La scelta di attaccare gli scafisti è un’azione anti-negrieri, contro i nuovi schiavisti, non è finalizzata all’anti-terrorismo. E, naturalmente, viene negato ogni ipotetico scambio tra la copertura americana in Libia, anche con l’invio di droni contro gli scafisti, e la richiesta di un maggiore impegno italiano in Iraq. Sarebbe un grave errore unire i due aspetti, i due fronti di battaglia, spiegano nel governo. Anche se è chiaro che se la situazione dovesse precipitare e «l’Onu dovesse estendere alla Libia le condizioni di intervento di Siria e Iraq l’Italia sarebbe pronta a fare la sua parte». E che la crisi si sia aggravata nelle ultime settimane lo conferma il comunicato ufficiale dell’ultimo Comando supremo della Difesa del 21 aprile, il primo presieduto da Sergio Mattarella. In cui si legge che in Libia c’è stato «un generale peggioramento degli scenari di crisi e di conflitto». Generico, ma non troppo.

Non ci sono problemi politici, invece, per la seconda istanza avanzata da Washington: affidare ai carabinieri la formazione della nuova polizia irachena, creando da zero forze dell’ordine sunnite che riconquistino la fiducia della popolazione nelle città strappate al Califfato. La missione è già stata annunciata alle Camere dal ministro della Difesa Roberta Pinotti. In questo caso però il dilemma è tutto operativo, perché gli americani vogliono tanti carabinieri – almeno il triplo rispetto ai cinquanta ipotizzati da Roma – e soprattutto chiedono la loro presenza nelle città sottratte all’Is. Lo ha detto pure Obama nella conferenza stampa con Renzi: «L’Italia guida lo sforzo per assicurare che le zone liberate vengano stabilizzate con una forza di polizia efficiente». Anche le autorità di Baghdad la pensano come gli americani: aspettano l’Arma per ricostruire la sicurezza sul campo. Ma operare in posti come Tikrit, la città natale di Saddam Hussein da sempre ostile agli occidentali, è pericolosissimo: il sostegno degli abitanti al Califfato resta forte e ci sono autobombe tutti i giorni. Il rischio di ritrovarsi in un’altra trappola come quella di Nassiriya è concreto. Per questo il governo ha temporeggiato, ipotizzando di creare una base sicura per i carabinieri nella capitale. Ora però la Casa Bianca aspetta risposte concrete. L’amministrazione Obama non si accontenterà del prolungamento della spedizione a Herat, nell’Afghanistan occidentale, che pure espone il contingente tricolore al pericolo di finire nel mezzo dell’offensiva talebana attesa per l’estate: i piani della Difesa prevedevano di trasferire tra un mese l’ultimo reparto a Kabul, invece bisognerà tenere duro almeno per tutto il 2015.

L’ultima richiesta americana è accelerare la costruzione della stazione di terra del programma di comunicazione satellitare Muos a Niscemi in Sicilia, gestita dal dipartimento della Difesa Usa, oggi bloccata dall’intervento della magistratura amministrativa e dalle azioni del movimento che si batte per bloccare il progetto. Un’altra partita su cui si misurerà la sostanza dei rapporti Usa-Italia, al di là delle photo opportunity e delle pacche sulle spalle tra i leader.

Il fronte libico, il più urgente, non è slegato dal contesto generale della guerra contro l’Is, perché nell’affrontare l’emergenza Mediterraneo tutto si tiene. Una missione che deve tenere insieme tre questioni: il salvataggio di vite umane, la guerra contro il terrorismo, la stabilizzazione della Libia. Per questo, alla vigilia del Consiglio europeo, il governo italiano ha escluso altre forme di intervento. Il blocco navale di fronte alle coste libiche, reclamato da Salvini e dalla Lega ma anche da una parte importante della maggioranza di governo (a evocarlo sono stati una parte dell’Ncd, il partito del ministro Angelino Alfano, il centrista Pier Ferdinando Casini e il senatore del Pd Nicola Latorre, presidenti delle commissioni Esteri e Difesa di Palazzo Madama), è stato escluso perché si sarebbe trasformato in una nuova operazione Mare Nostrum, nell’impossibilità di operare i respingimenti le navi della Marina militare sarebbero state costrette a traghettare i profughi in Sicilia. E l’intervento a terra nell’inferno libico non è mai stato preso seriamente in considerazione: in mancanza di condizioni minime di legalità internazionale sarebbe un disastro.

L’unica iniziativa possibile è prendere come obiettivo gli scafisti, i trafficanti di uomini, utilizzarli per provare ad assumere un ruolo di leadership nel Mediterraneo che finora è sempre mancata. Una partita non solo militare, ma anche mediatica, perché la politica è comunicazione, Renzi non manca di ripeterlo anche in questa occasione, e la guerra si combatte anche sul piano simbolico, la propaganda. «Dobbiamo vincere con l’opinione pubblica dalla nostra parte, non contro o senza», sintetizza una fonte governativa. Ecco perché, ad esempio, non è dettaglio irrilevante recuperare lo scafo della strage del 19 aprile e insistere sulle centinaia di persone rinchiuse a chiave in una stiva. Oppure spingere su notizie come quella dei cristiani buttati a mare dai musulmani, in un insensato scontro di civiltà e di religioni a bordo di un barcone. Bisogna creare un’ondata emotiva di indignazione a livello internazionale e europeo per preparare le condizioni politiche dell’intervento. E a livello interno sull’operazione Mediterraneo Renzi prova a incunearsi tra la Lega di Salvini, «lo sciacallo», e Forza Italia, a ricostruire un filo di dialogo con Silvio Berlusconi, pronto alla «coesione nazionale» per fronteggiare l’emergenza.

Un filo sottile, con moltissime incognite. La più minacciosa continua a essere l’assenza di una qualsiasi stabilità in Libia, dove si affolla il novanta per cento dei migranti africani pronti a partire verso l’Europa. L’inviato Onu, lo spagnolo Bernardino Leon, ripete che il negoziato tra le fazioni libiche sta andando avanti e che l’ipotesi di un governo di unità nazionale si fa di giorno in giorno più concreta. Ma il fattore tempo non è irrilevante, è decisivo. «La Libia ci appare come un gigantesco gioco di specchi. Se la finestra negoziale non si chiude in tempi rapidi, se va avanti all’infinito, i guastatori avranno via libera per agire», ragionano nel governo. Per questo l’elenco degli obiettivi militari, come individuare i bersagli da distruggere, si confonde con le mappe delle tribù libiche, il tentativo di recuperare un ruolo nel Paese nordafricano che da quattro anni non conosce più la sovranità di un’entità statuale.

Il tempo gioca a favore dei trafficanti di morte e dei guastatori. A vantaggio di chi prova a legare nella polveriera libica la bomba immigrazione, con il suo carico di vite umane, e l’avanzata del totalitarismo islamico dell’Is, due vasi comunicanti che possono entrare in contatto. Per questo il fattore tempo non è irrilevante, nella guerra di Renzi.

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