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Attualità
febbraio, 2016

Il buio nel caso di Giulio Regeni e la nuova versione dell'Egitto: "Vendetta personale"

I nostri investigatori stanno cercando, tra molte difficoltà, di far emergere la verità. Per ora senza riuscirci. Ecco il (poco) che hanno scoperto. Il ministro Gentiloni: "Vogliamo la verità, consegnate i dati ai nostri agenti"

Di sicuro c’è solo che è morto dopo essere stato torturato. Chi è stato? Dove è stato ucciso? Come? E quando? Le versioni fornite in queste settimane sull’uccisione del ricercatore Giulio Regeni non convincono gli italiani, e le false notizie pubblicate portano alla disinformazione su questo caso internazionale, che vede un giovane studente italiano, trasferito in Egitto per approfondire i suoi studi, barbaramente ucciso e il suo corpo fatto trovare dopo nove giorni in un fosso alla periferia della capitale egiziana.

Le ultime notizie diramate dagli apparati istituzionali del Cairo parlano di un omicidio premeditato per una vendetta causata da motivi personali. L'ennesima strampalata storia egiziana che non sta in piedi, tanto da portare il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ad affermare alla Camera: «Su questa vicenda l'Italia semplicemente chiede ad un Paese alleato la verità e la punizione dei colpevoli. Voglio essere chiaro ancora una volta: non ci accontenteremo di verità di comodo né tantomeno di piste improbabili come quelle che ho sentito evocare dal Cairo».

Fanno eco al responsabile della Farnesina i legali della famiglia Regeni che, in una nota diffusa dall'avvocato Alessandra Ballerini, scrivono: «Come legali della famiglia Regeni, preso atto delle dichiarazioni del Ministro dell'Interno egiziano, ribadiamo con forza, insieme al ministro Gentiloni, di non volerci accontentare di verità di comodo e di non accettare nessun tentativo di infangare la memoria di Giulio». E poi aggiungono: «Certi della vicinanza e del massimo impegno della magistratura italiana noi faremo tutto quanto nelle nostre possibilità per giungere al pieno accertamento della verità, e reagiremo ai tentativi di depistaggio, da dovunque questi provengano, con tutti i mezzi e in tutte le sedi che il diritto mette a nostra disposizione. Lo dobbiamo a Giulio, alla sua famiglia e alla giustizia».

Giulio Regeni, per completare la sua tesi di dottorato sui diritti dei lavoratori e i sindacati egiziani, stava raccogliendo materiale sugli ambulanti del Cairo. Questi sembrano non essere il principale problema del governo egiziano. Il contesto socio-economico egiziano continua ad essere segnato da una profonda instabilità. L’ondata di scioperi, rivendicazioni e proteste nel mondo del lavoro attraversa ogni giorno il Paese, coinvolgendo in maniera trasversale ogni genere di categoria e settore, inclusi gli impianti delle società straniere che operano in Egitto. Il risultato è che, nonostante gli sforzi del governo per incoraggiare il ripristino dell’attività economica, questa appare ancora frenata dalle continue agitazioni sociali.

Il ricercatore italiano si stava occupando degli ambulanti che invadono le zone del centro della capitale, Il Cairo. Sono come i nostri venditori ambulanti abusivi che si impossessano di marciapiedi e strade pedonali e vengono cacciati dagli agenti della polizia municipale. Regeni si era appassionato a loro. Le interviste raccolte e i dati analizzati su questo settore dovevano finire nella tesi di dottorato di cui era relatrice la docente di Cambridge Maha Abdelrahman, nota in Egitto per essere un’oppositrice del regime.

I giornali hanno pubblicato la notizia che tre ricercatori universitari, colleghi di Regeni, hanno detto ai magistrati che Giulio era stato fotografato da uno sconosciuto l’11 dicembre scorso durante un’assemblea di un sindacato indipendente egiziano e questo fatto lo aveva impaurito. L’uomo, aveva raccontato Giulio agli amici, era arrivato a incontro iniziato e si era messo in disparte rispetto ai fotoreporter presenti. Poi aveva scattato qualche fotografia a Giulio, unico occidentale all’incontro ed era andato via. Il fotografo misterioso era “fuori contesto” e non apparteneva al sindacato, aveva raccontato Giulio. Il team di investigatori italiani formato da carabinieri del Ros e agenti del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato inviato al Cairo per indagare sul delitto, stanno cercando il filmato di questo incontro. Perché quella dell’11 dicembre era un’assemblea dei sindacati che volevano decidere quale strada intraprendere per chiedere al governo maggiori garanzie per i lavoratori. Un incontro, sostengono gli investigatori, ampiamente pubblicizzato su tv e giornali on line. Non ci sarebbe stato dunque nulla di riservato, nulla di segreto.

Regeni voleva raccogliere più materiale possibile per completare la sua tesi e questo dato emerge dalle testimonianze raccolte dagli investigatori al Cairo. Il suo modo di “ricercare” e di agire fra gli ambulanti, che poi è quello che farebbero tutti i ricercatori, annotando appunti su bloc notes e registrando interviste, può aver insospettito qualcuno a cui potrebbero essere venute strane idee su Giulio. Che invece era un bravo ricercatore, uno studioso, che parlava in modo fluente inglese, spagnolo e arabo.

Il punto fermo di tutta la vicenda, secondo chi analizza questo caso, è rappresentato dalla data del 25 gennaio. È un giorno importante che ricorda la rivoluzione contro il regime di Mubarak. Per gli investigatori questa data è fondamentale perché in quel giorno al Cairo vi era una sorta di coprifuoco che si erano auto imposti i cittadini della capitale. Perché avevano paura di attentati. E Regeni proprio per questo motivo già dal giorno prima era rimasto a casa, non era uscito. Lo ha fatto la sera del 25 gennaio, perché doveva raggiungere l’abitazione di un anziano professore egiziano, Hassamein Kashek, che compiva gli anni, e l’uomo per via di una malattia non si poteva muovere da casa. E il suo mezzo di trasporto quella sera sarebbe stata la metropolitana, la cui fermata dall’abitazione di Regeni dista circa 250 metri. La città per questo anniversario era presidiata da poliziotti e uomini della sicurezza ed erano stati intensificati i controlli anche di cittadini europei.

Le ultime notizie di Giulio si fermano intorno alle ore 19 di quel 25 gennaio. Da quel momento il ricercatore italiano scompare. Dopo circa un’ora di silenzio di Regeni gli amici, preoccupati del fatto che non hanno più sue notizie, fanno scattare l’allarme. Segnalano subito la scomparsa all’ambasciata italiana e l’indomani mattina alla polizia egiziana. L’ambasciatore Maurizio Massari inizia a bussare a tutte le porte del governo di al-Sisi in cerca di aiuto e assistenza. Il 3 febbraio, in coincidenza con la missione al Cairo del ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, viene ritrovato il corpo di Regeni in un fosso alla periferia della capitale egiziana. Il ministro Guidi sospende la sua missione e rientra in Italia. Il corpo viene riconosciuto dall’ambasciatore italiano. L’autopsia eseguita al Cairo, secondo la Reuters, rivela che Regeni presentava diverse fratture alle costole, e c’erano i segni di scariche elettriche sui genitali, ecchimosi e un’emorragia cerebrale. Inoltre sul corpo c’erano dei tagli inflitti forse con un rasoio e abrasioni varie. Regeni è stato probabilmente aggredito con un bastone e colpito con calci e pugni, inoltre è stato colpito alla schiena e alla testa con uno strumento affilato.

Aver intervistato i venditori ambulanti, essersi incontrato con loro per avere informazioni sul lavoro che svolgevano può aver incuriosito qualcuno degli egiziani, ma non può bastare questo per torturare e uccidere uno studioso.

Dal momento in cui viene ritrovato il corpo di Giulio si mette in moto un meccanismo informativo di false notizie che hanno tentato di allontanare dalla vera storia del ricercatore italiano. Cattiva traduzione delle notizie che arrivavano dall’Egitto? O il tentativo di creare dissapori fra i due Paesi?

L’Italia è un partner privilegiato dell’Egitto. La violenta morte di Regeni ha messo in difficoltà il governo del presidente-generale al-Sisi, il quale, pressato mediaticamente anche sui casi di tortura e di violenza della polizia che si susseguono senza soluzione di continuità in Egitto, ha fatto sapere di avere ordinato la scorsa settimana emendamenti legislativi da presentare al Parlamento per arginare il flusso di «atti irresponsabili commessi da alcuni membri delle forze di polizia» contro i cittadini. E mentre Amnesty International Italia e il quotidiano “la Repubblica” lanciano una campagna per non permettere che l’omicidio del giovane ricercatore italiano finisca per essere dimenticato, per essere catalogato tra le tante «inchieste in corso» o, peggio, per essere archiviato con una “versione ufficiale” del governo che copra delle responsabilità, arriva una parola del premier italiano. Dopo un silenzio lungo due settimane il nostro presidente del Consiglio Matteo Renzi, ha finalmente preso una posizione. «Dagli amici», ha detto, «pretendiamo la verità, anche quando fa male». Ma la verità, almeno quella giudiziaria, sembra ancora molto lontana.  

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