C’erano le alte cariche e le scolaresche, i direttori dei quotidiani e dei tg e i vertici militari, Sergio Mattarella accanto a Giorgio Napolitano, le riserve della Repubblica e qualche giovane aspirante. Quando nell’aula di Montecitorio si sono spente le luci e sugli schermi dove in genere si comunicano i risultati delle votazioni sono passate le immagini del secolo di storia dell’emiciclo della Camera inaugurato cento anni fa - la fine della Grande Guerra, Giacomo Matteotti e il fascismo, l’Assemblea Costituente, il rapimento di Aldo Moro, Nilde Iotti prima donna presidente, il discorso di Bettino Craxi su Tangentopoli - non si poteva fare a meno di pensare al Parlamento eletto il 4 marzo, neppure nove mesi fa. Alla nuova fase politica, raffigurata in prima fila dal presidente della Camera Roberto Fico e dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Sensazione bifida, ambigua. Di una stagione prematuramente terminata. Di vigilia di una nuova prova decisiva. Il cambio del governo del cambiamento. O un nuovo scioglimento anticipato delle Camere.
Nelle stesse ore, infatti, lo staff di Matteo Salvini diffondeva l’agenda del ministro. Impegni istituzionali? Non proprio. Giovedì 22 novembre: ore 16 Olbia ore 18.30 Nuoro ore 21 Tortolì ore 23 Girasole. Venerdì 23 novembre: ore 10.30 Villasimius ore 12 Cagliari ore 13 Cagliari ore 14 Capoterra. Sulla pagina facebook c’è il banner che annuncia la manifestazione di piazza del Popolo dell’8 dicembre, con il contatore dei giorni che mancano all’incontro: meno sedici, meno quindici, meno quattordici... Insieme a una dichiarazione del capo della Lega contro Tito Boeri: «Il presidente dell’Inps è in perenne campagna elettorale». Suona paradossale, detto da Salvini. Otto incontri in ventidue ore, compreso quello in notturna a Girasole, comune di 1296 abitanti nell’Ogliastra, rappresentano una tabella di marcia che apparirebbe eccessiva anche in una campagna elettorale. In Sardegna si vota, tra un paio di mesi, ma l’attivismo di Salvini sembra anticipare un impegno che va oltre i destini politici dell’isola. Il Viminale, il ministero più delicato, va da sé, mentre il ministro è in tour, è in tournée, lo è sempre, anche quando si contende a Roma con la sindaca Virginia Raggi il favore delle telecamere, il set del Quadraro, la spettacolare e sacrosanta demolizione delle ville dei Casamonica.
Salvini gira come una madonna pellegrina, l’altro vice-premier Luigi Di Maio convoca per via del premier Giuseppe Conte il vertice di governo a Caserta, annunciando un pacchetto di misure sulla Terra dei Fuochi, naturalmente, inutile dirlo, senza precedenti. E il premier Conte che fa? Gira anche lui: sorvola in elicottero i territori alluvionati in Sicilia, a Caserta, davanti alla doccia emozionale dei Casamonica, in modalità blitz davanti alle telecamere anche lui, quando il blitz della Polizia è ormai finito. Raccontano che Conte passi le sue giornate a Palazzo Chigi scrutando l’orizzonte insieme al portavoce Rocco Casalino, alla ricerca di qualcosa da fare per riempire le giornate. Ma è di certo una malignità.
L’Italia è il palcoscenico di una campagna elettorale permanente. È il governo dei populisti, la via populista al governo, si dirà. Mostrarsi sui luoghi del popolo in diretta facebook significa far vedere, ostentare la vicinanza al popolo: la via mediatica al populismo. Intanto, nelle stesse ore del road-show dei principali esponenti del governo, la Commissione europea boccia ufficialmente la manovra finanziaria italiana e avvia la procedura d’infrazione: «Non vedo come perpetrare la vulnerabilità italiana potrebbe aumentare la sovranità economica.
Porterà nuova austerity, invece», ha minacciato il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici, da mesi la bestia nera del governo di Roma. E mi ha ricordato quel che mi disse anni fa Giulio Tremonti, in uno dei tanti momenti difficili della politica italiana, in una pausa dei lavori in un corridoio di Palazzo Madama: «La troika è a Vipiteno», quasi ai confini nazionali. Ma oggi i fronti si tengono: procedura di infrazione, campagna elettorale, exit strategy dalla maggioranza di governo. Sono i tre lati dello stesso triangolo, della stessa crisi infinita.
La procedura di infrazione è una via burocratica allo scontro tra i nazional-sovranisti e Bruxelles. Una partita per l’egemonia che avrà come tappa cruciale il voto per il Parlamento europeo di maggio. Il fronte sovranista, scomposto e diviso al suo interno, può vantare già un primo risultato. Salvini e i suoi simili hanno polarizzato il conflitto, in tutte le cancellerie europee bisogna fare i conti con loro. L’Europa è stata governata nei decenni dall’asse franco-tedesco sul piano inter-governativo e dal bipartitismo consociativo popolari-socialisti sul piano parlamentare e politico.
Oggi l’asse si è spezzato. In Germania Angela Merkel ha annunciato l’uscita di scena, in Francia la stella di Emmanuel Macron è precocemente offuscata dalla rivolta e dalle proteste che coinvolgono la Francia profonda, di cui parla Gigi Riva a pagina 50. Sul piano politico assistiamo da tempo al tramonto della sinistra europea, nella versione laburista, socialista, socialdemocratica o semplicemente democratica, com’è nel caso italiano. «Oggi la sinistra è ancora più in difficoltà a causa dei populisti: da un lato i populisti di sinistra rimproverano al socialismo di essere un movimento europeo e aperto al mondo, dall’altro i populisti di destra stanno usando l’immigrazione per deviare alcune delle categorie più modeste, quelle che tradizionalmente votano per la sinistra, da questo orientamento.
La socialdemocrazia è stretta in una morsa», dice l’ex presidente francese François Hollande a Anna Bonalume. Ma nella morsa sta per finire anche l’altro partito-contenitore dei moderati e dei conservatori europei, il Ppe. Lo scontro per il comando si sposta lì, nel cuore del Partito popolare, dove i sovranisti puntano a sfondare, conquistando una posizione di guida se non politica almeno culturale, oppure a spaccare, nel caso (improbabile) di resistenza di quel che resta dell’antica tradizione democristiana, riformista e chiusa a destra. L’obiettivo è la creazione di un nuovo partitone conservatore e rivoluzionario, un ossimoro che gli elettori italiani conoscono bene a proposito di Lega, ma che nel resto dell’Europa sarebbe una novità dirompente. In ogni caso, sarà una vittoria perché, come dice un importante diplomatico europeo, profondo conoscitore della politica italiana e continentale, «quando si tratterà di scegliere le posizioni più importanti della prossima Commissione Ue ogni Paese tutelerà i propri interessi». Come si è sempre fatto, viene da aggiungere. Ma in questo caso il gioco degli egoismi nazionali è più scoperto e più pericoloso, perché spinto da forze politiche che non vogliono più fuoriuscire dall’Europa, ma renderla più incerta e fragile per dominarla.
La procedura d’infrazione che riguarda l’Italia è il primo capitolo di questo scontro. Nel 2011 la lettera della Banca centrale europea firmata da Mario Draghi e da Jean-Claude Trichet all’Italia bastò a mettere in crisi il governo Berlusconi. Oggi la bocciatura di Bruxelles viene derubricata da Salvini a letterina di Natale. E se una nuova crisi di governo ci sarà, avverrà tutta per ragioni di politica interna.
I due partiti della maggioranza sono in cerca di una exit strategy. Quella di Salvini è segnata. Il leader della Lega stuzzica e provoca il partner di governo, prova a stanarlo come se fosse il coniglio Roger Rabbit che trema al di là della parete trascinato a uscire allo scoperto. In fondo, cosa potrebbe augurarsi di meglio il capo della Lega di una crisi scatenata da un incidente parlamentare provocato da un pugno di deputati o senatori di M5S, o dall’impossibilità di Di Maio di controllare le sue truppe? In questo caso Salvini potrebbe recitare la parte del leader responsabile, che ha fatto di tutto per garantire un governo al Paese, ma si è trovato alle prese con un movimento inconsistente, isterico e incapace. E che dunque, per il bene del Paese, bisogna tornare a votare per garantire un governo con una maggioranza (questa volta sì) duratura e coerente e con un leader riconosciuto dal voto popolare: Salvini, naturalmente.
Per i capi di M5S l’exit strategy è più complessa: un nuovo ricorso alle urne significherebbe decapitare anzitempo gli attuali gruppi parlamentari, popolati in gran parte da sconosciuti miracolati da un voto di massa per il Movimento, probabilmente irripetibile. Ma Di Maio non può più neppure assistere impassibile allo show quotidiano di Salvini. E dunque è facile scommettere che i fronti di polemica si moltiplicheranno: gli inceneritori, la corruzione, la giustizia, le infrastrutture, la sicurezza. E che i capi di M5S andranno in giro a rivendicare i risultati della loro azione, in competizione con Salvini: lo sgomitare di Raggi e del ministro dell’Interno davanti alle magioni dei Casamonica è solo un antipasto.
Per reggere un azzardo così spericolato, governare con la Lega e essere all’opposizione della Lega, serve molto cinismo e poi capacità politiche e briglia corta sui parlamentari. Di Maio non difetta di cinismo, sul resto lascia a desiderare. Per questo nel Palazzo di Montecitorio che celebra i cento anni dell’architettura della sua ala liberty si fanno scommesse sulla breve durata di Conte e sugli scenari alternativi. Forza Italia si propone come partito-traghetto o cerniera tra la vecchia nuova-maggioranza (i gialloverdi) e la nuova vecchia-maggioranza allargata (chi si rivede) ai responsabili, quel gruppo di parlamentari che pur di non tornare al voto sarebbero pronti a tutto, a tradire il proprio partito, tanto per cominciare: un governo di centro-destra guidato da Salvini. Nel Pd c’è l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan che invoca una grande coalizione. Ma tra chi? Forza Italia e Pd insieme raggruppano 215 deputati e 113 senatori, lontanissimi dalla maggioranza. Per fare una coalizione di governo bisogna coinvolgere uno dei maggiori partiti di questo Parlamento, M5S o Lega. E si ritorna al punto di partenza: in un eventuale giro a vuoto la parola tornerebbe al Quirinale che non vuole sentire parlare di elezioni anticipate, non almeno al buio, senza una soluzione già pronta per l’uso. Per questo procedura di infrazione, campagna elettorale, exit strategy dalla maggioranza si tengono insieme. Per questo Salvini si prepara: alla campagna elettorale per le europee, a nuova campagna elettorale italiana, a scalzare l’attuale presidente del Consiglio da Palazzo Chigi per prendere il suo posto in una veste inedita: Matteo il Pacificatore, lo Stabilizzatore. Per Conte potrebbe arrivare, come premio per il disturbo per essersi distolto dai suoi numerosi incarichi professionali, il Quirinale dopo Mattarella. E per M5S un futuro di primo partito di opposizione, con Alessandro Di Battista neo-tribuno della plebe.
Un incubo per l’altra Italia che non vota per questi qui? Sì, lo è. Ai candidati alla segreteria del Pd che rischiano di rimanere intrappolati mentre tutto affonda, suggeriamo di seguire il tour di Francesco De Gregori che riparte dai piccoli teatri periferici, con duecento spettatori a serata e non di più, in un rapporto confidenziale con il pubblico, off the record, come si chiama il viaggio. Ecco, qui si sogna una sinistra che non lasci Girasole a Salvini. Una sinistra off the record.