La sinistra va ricostruita completamente. Dalle fondamenta. Lo dice la forza elettorale dei sommovimenti che nel mondo si fondano sul populismo sovranista e lo dice quanto accaduto da noi, in Italia.
E non mi riferisco solo ai risultati del 4 di marzo, ovviamente, ma faccio riferimento ad un’onda che ha travolto buona parte delle città (e delle amministrazioni guidate dal Pd) e che non sembra certo essersi arrestata oggi, quando - con buona pace di quelli del «lasciamoli fare e godiamoci lo spettacolo con i popcorn in mano» - i sondaggi e, ancora di più, le chiacchiere da bar, sembrano dare altro vento a sostegno di Salvini e Co.
Ecco dunque che il lavoro da fare è enorme. E, come si va ripetendo, il lavoro da fare è enorme soprattutto nelle “periferie”. Ma attenzione: la sinistra che dice astrattamente “bisogna tornare nelle periferie” non ha alcun futuro
e dichiara la sua inutilità se non comprende che la questione non si può ridurre a qualche scampagnata con tanto di telecamere appresso.
O meglio facendo riferimento alla categoria di un ritorno alle origini mitico, autoconsolatorio e salvifico riesce persino, partendo da un impeto più che comprensibile ed anzi assolutamente urgente, ad affermare tutta la sua distanza dalle cose della vita vera.
Perché le periferie - quelle milanesi, quelle torinesi, quelle romane, quelle italiane - non sono dei luoghi in attesa che la sinistra “ritorni”. Soprattutto non sono frammenti della società a cui potersi rivolgere dall’alto dopo anni giocati a smantellare i simboli della sinistra italiana politica e sociale (e quindi a smantellare quello che era un richiamo, pur ricco di polvere, alla dignità della persona).
E per troppo tempo ieri, e in tante occasioni oggi, molti danno proprio l’impressione di pensare ai quartieri più fragili come ad una sorta di stanze del “museo della povertà” da poter visitare nei giorni di festa.
Quel che serve, dunque, non è un pellegrinaggio periodico di chi ha avuto gigantesche responsabilità nel governo del Paese, ma, piuttosto, una strategia di totale ricostruzione del legame con chi vive ai bordi delle nostre metropoli ed è portatore di una domanda di riscatto: una domanda oggi espressa in mille maniere diverse, spesso faticose da comprendere e tante volte conflittuali proprio nei confronti del pensiero progressista.
Dunque sconsiglierei a chi volesse mettere mano alla “ricostruzione della sinistra nel 2018”, di immaginarsi, guardando agli esclusi, come un conquistatore di terre lontane popolate da aborigeni da incantare.
Su questi temi è già intervenuto dalle colonne dell’Espresso Gianni Cuperlo, il quale ha già messo in luce la distanza siderale che vi è, e può continuare ad esservi, tra il “popolo” e chi ha avuto l’opportunità di “fare governando” e, quella stessa opportunità - meglio: quella sfida - l’ha persa proprio nelle periferie italiane. Sono d’accordo con Cuperlo e con quanti (da Saviano a Genna) su questo giornale stanno sottolineando in modi diversissimi lo stesso tema in queste settimane.
Dico di più: se tutti quelli che, avendo importanti responsabilità nella gestione dei poteri oggi parlano di “periferie” se ne fossero accorti ieri, le cose sarebbero andate diversamente. E questo è talmente evidente che per dirlo bastano davvero poche parole. Lo penso guardando ai risultati elettorali ma lo penso ancora di più in ragione dell’esperienza che faccio da anni (da assessore alle Politiche sociali di Milano, prima con Pisapia, poi con Sala) e di quella, ancora più specifica, che conduco da mesi. Da un po’ di tempo ho infatti trasferito parte delle mie attività (e del mio impegno, della mia presenza) nel cuore del quartiere Corvetto.
Il Corvetto è un quartiere popolare dove si incontra di tutto. Abitanti dell’antica edilizia residenziale pubblica, occupanti abusivi degli appartamenti lasciati a marcire per anni, migranti regolari impiegati nel comparto dei servizi, ex detenuti tornati a vivere nella zona d’origine o finiti a ritagliarsi, in forme nuovamente illegali di condivisione di alloggi, minimi spazi vitali da cui rifarsi una vita. E ancora: operatori sociali ingaggiati da soggetti pubblici e privati, commercianti di negozi di vicinato, badanti, baristi cinesi e tanta tanta gente desiderosa di “cambiare”. È un arcipelago di storie, di biografie, di vite di fronte a cui non è più credibile chi poteva produrre scelte dirompenti e non lo ha saputo fare.
Intendiamoci: affermo questo con modestia e umiltà. Milano, pur essendo divenuta la città nella quale si investe di più in termini di lotta alle povertà e dove è stato messo in campo lo sforzo più grande mai realizzato per le “riqualificazioni”, non è un’isola sempre felice. Tanto che si può vedere il Pd e le altre forze progressiste più deboli proprio in alcuni quartieri cosiddetti periferici.
La mia non è quindi una lezione. È una considerazione. E si fonda sulla necessità di dover essere consapevoli di un cosa: la sinistra ritrova se stessa non se si concepisce come il soggetto politico che fa le cose “per” le periferie ma solo se dentro quella dimensione conflittuale sa trovare i suoi protagonisti. Se cioè capisce che non è più credibile poiché, molto banalmente, non è più creduta. Va allora davvero rifatto tutto. Ci vogliono idee più radicali per spostare risorse ed attenzioni a favore di chi è in difficoltà, ci vogliono comportamenti lineari e limpidi e, per l’appunto, ci vogliono donne e uomini che siano in grado di rappresentarle senza doversi affacciare alla vetrina del museo e le dita che lasciano l’impronta sulla vetrata.
Tutto questo significa poi affrontare e promuovere oggetti molto precisi dell’azione politica. Oggetti che rifiutino lo schema salviniano della paura. A cui ultimamente si tende a rispondere in due modi. Dicendo che Salvini sbaglia ed è razzista (e lo è) oppure che Salvini ha ragione ma che invece di “dieci” poliziotti in più ce ne vogliono solo nove.
Ecco. Per me un Piano casa per tutti e un educatore di strada, nelle nostre periferie, fanno oggi molto di più di tanti ragionamenti astratti sulla sicurezza. E lo so che starete pensando che questi sono i soliti discorsi. Ma non è vero. Perché la verità è che questi sono i discorsi di una rigenerazione (urbana, sociale, civile) che deve essere il cuore del futuro italiano. Devono diventare una nuova “ossessione”. Quella di chi crede che c’è una enorme fetta di popolo che vuole più qualità e futuro e meno banalizzazioni sugli effetti salvifici della ripresa (il discorso positivo renziano su quanto l’economia stesse ripartendo: la vera tomba del renzismo) o di un mercato flessibile che tutto aggiusta.
Al Corvetto c’è una torrefazione. Si tratta di un angolo ritagliato in via Mompiani nell’ambito di un quartiere che avrebbe bisogno di nuovi negozi per favorire presidio e socialità. Ecco: la signora che la gestisce è disperata per i continui ritardi del proprietario (l’ente pubblico regionale). E racconta di come quella torrefazione così antica abbia il tempo contato. Se viene meno la torrefazione dal cuore del Corvetto si perde un’attività che porta con sé una tradizione, si impoverisce una via, si spegne una luce, e almeno per un po’ di tempo si libera uno spazio senza renderlo subito utilizzabile attraverso un’altra attività (commerciale, produttiva e di relazione tra i cittadini).
Ecco quindi che la sinistra dovrebbe ripartire da come evitare che quella torrefazione sparisca (e ci proveremo, per quanto ci compete, nel caso specifico). La sinistra deve quindi saper “proteggere”. Immaginarsi come
quella che sa difendere. Poiché una sinistra che difende, sarebbe davvero un buon inizio. Del resto quando ci si prova i risultati si vedono.
A pochi minuti dal Corvetto, nell’antico borgo di Chiaravalle, attraverso il recupero del bene più grande confiscato alle mafie in Lombardia, un gruppo di donne vittime di abuso sta trovando un rifugio.
Si tratta di migranti, il più delle volte. Eppure a Chiaravalle (che non è l’oasi dei radical chic) non vi sono stati cortei contro il nuovo “centro d’accoglienza” e, anzi, ci sono cittadini che iniziano a costruire legami interessanti con chi è “arrivato”. Forse, anche in questo caso, il motivo è rintracciabile nel fatto che si è capito che quel tipo di intervento difende qualcuno che di quella difesa aveva e ha bisogno. Mi rendo conto di farla facile. Ed è, invece, maledettamente difficile. Ma sono convinto che di storie come quella di Chiaravalle sia piena l’Italia. E poi, a proposito della difficoltà: costruire le leghe dei primi del novecento, inventarsi le case del popolo, le camere del lavoro e così via non penso sia stato semplice come produrre qualche tweet. La ricostruzione produrrà fatica e i suoi effetti magari non si vedranno subito. Ma è dalle fondamenta che si deve ripartire. E le fondamenta, per l’appunto, sono nella centralità della questione sociale e nella qualità (e nella sostenibilità) dello sviluppo: un binomio spesso evocato nella storia dei democratici italiani ma che non è divenuto un vero progetto politico.
Sono nella capacità di offrire nuove forme di protezione sfidando il populismo sovranista proprio dentro il “popolo”. Tutto questo non è il passato. Deve essere, invece, un nuovo futuro.