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Attualità
agosto, 2018

 Quel niente (o quasi) che ci muove   

Grande esodo e manovra economica. Il percorso a ostacoli di sangue e di fuoco che gli italiani devono affrontare in questa estate 2018

La strada di fuoco e la striscia di sangue accomunano in questa vigilia di Ferragosto il Nord e il Sud del Paese, il grande esodo verso la terra promessa delle vacanze, come lo chiamano da decenni i tg con invariabile (e invidiabile) banalità, e chi il viaggio l’ha già compiuto e si ritrova qui, da schiavo, nella No man’s land italiana, la terra di nessuno dove i lavoratori stramazzano come animali abbattuti dal caldo agli ordini della nuova mafia, aggressiva e impunita. L’autostrada ha preso fuoco dopo che un’autocisterna ha tamponato un tir ed è saltata in aria alle porte di Bologna, sopra la via Emilia, accanto all’Autosole: fumo, pezzi di asfalto rovente, quartieri devastati come in una guerra, come l’autobomba di Capaci, la strage della stazione del 2 agosto 1980, il treno di Viareggio. Un miracolo, e l’eroismo sconosciuto di alcuni poliziotti e carabinieri, ha evitato un eccidio in quel nodo che è il crocevia dell’intera Italia, dove passano i traffici, le merci, le persone, i fallimenti e le strategie di rinascita.

Inchiesta
Esclusivo: la nuova Gomorra è a Foggia
13/8/2018
Cinquecento chilometri più a Sud, nella provincia di Foggia, un altro tir ha travolto un furgone su cui viaggiavano dodici braccianti di ritorno dai campi, il loro sangue si è aggiunto a quello dei quattro morti in un incidente avvenuto qualche giorno prima. Braccianti e non migranti, nella provincia di Foggia dove regna la Società, la quarta mafia, l’Altra Gomorra, scrive qui Fabrizio Gatti. Oggi esprime per la prima volta nella storia repubblicana il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il vertice del governo, ma è un pezzo di Stato fuori dal controllo dello Stato, di cui dovrebbero preoccuparsi i presunti difensori di una sovranità nazionale: si immagina un Paese assediato dai nemici esterni, gli invasori che arrivano dal mare (invasione che non c’è: 18.890 arrivi all’8 agosto, secondo i dati ufficiali del ministero dell’Interno, meno 86,2 per cento rispetto a un anno fa), l’Europa che soffoca nonostante gli sforzi e le acrobazie verbali del ministro dell’Economia Giovanni Tria costretto a navigare tra reddito di cittadinanza, flat tax, riforma della legge Fornero e vincoli di Bruxelles («avvio non deve fare rima con rinvio», 8 agosto, Sole 24 Ore), i mercati in agguato, e ci si dimentica dei nemici di casa, la mafia, la criminalità, la mancanza di educazione civile, la fragilità democratica, le istituzioni inceppate.

I partiti della coalizione gialloverde sembrano solidissimi, ma potrebbero precipitare come un viadotto su vaccini, Tav, infrastrutture, Rai. Ma le loro divisioni fanno risaltare l’opposizione che non c’è e che fatica a mettersi in moto. La strada di fuoco e la striscia di sangue sono i simboli del percorso a ostacoli che gli italiani vecchi e nuovi devono affrontare in questa estate 2018. Di altri cammini e di altri simboli: la marcia dei berretti rossi, i braccianti in protesta nel foggiano. E ricordano quanto sia lontana nel tempo e nella memoria un’altra route italiana, la lunga strada di sabbia attraversata da Pier Paolo Pasolini con il fotografo Philippe Séclier nell’estate del 1959, quasi la versione italiana del viaggio di Jack Kerouac. Per la rivista “Successo”, alla guida di una Fiat Millecento, dal Nord alla Sicilia. Un paese festoso, in crescita, ansioso di sviluppo, tutto in movimento, che coinvolge il viaggiatore nella sua febbrile, disperata vitalità. A Ischia Pier Paolo scrive appunti a mano sul foglietto dell’hotel Savoia: «Sono felice. Era da tanto che non potevo dirlo: e cos’è che mi dà questo intimo, preciso senso di gioia, di leggerezza? Niente. O quasi».

È il niente, o quasi, che muoveva l’Italia e restituisce il senso della distanza tra ieri e oggi. Livorno, da dove è partito per l’ultimo viaggio Andrea Anzolin, l’autista del camion che si è schiantato nel traffico emiliano, scrive PPP, «è la città d’Italia dove, dopo Ferrara e Roma, mi piacerebbe più vivere. Lascio ogni volta il cuore sul suo enorme lungomare. È una città di gente dura, poco sentimentale: di acutezza ebraica, di buone maniere toscane, di spensieratezza americanizzante». Taranto «città perfetta. Viverci, è come vivere nell’interno di una conchiglia, di un’ostrica aperta. Brilla sui due mari come un gigantesco diamante in frantumi»: oggi il diamante è sporcato, oscurato dalle polveri dell’Ilva e della sua storia infinita di disastro ambientale, politico, sociale, in cui i nuovi arrivati del Movimento 5 Stelle giocano gran parte della loro credibilità.

Nel Gargano oggi delle mafie e del caporalato, allora «tutti sono serrati nelle case, i piccoli borghesi foggiani in villeggiatura, i rodigiani che domani mattina si devono alzare alle tre, alle quattro, per andare nei campi col mulo. E nel silenzio che c’è fuori e dentro di me, sento come un lungo, afono crollo». A Ostia, scrive Pasolini, «arrivo sotto un temporale blu come la morte. Il Grande Formicaio si è mosso. Gli stabilimenti, vuoti, paiono immensi». Ostia, il luogo della spiaggia dell’Idroscalo dove PPP è stato ucciso, è l’ultima tappa del viaggio breve di Nanni Moretti in vespa, nell’episodio che apre il film “Caro Diario” nei giorni di ferragosto di venticinque anni fa. In questo numero del giornale pubblichiamo le foto di quelle riprese, le scene, il backstage, le strade deserte e Moretti alla cinepresa e abbiamo chiesto a cinque firme di ragionare su alcuni tra i temi che quel film anticipava e di riportarli all’estate 2018: essere minoranza, «anche in una società più decente di questa», ma senza il narcisismo minoritario (Paolo Di Paolo), sentirsi quarantenni, oggi la generazione al potere, con il suo carico di ambizione (Susanna Turco), le periferie come luogo privilegiato di riscossa politica e di racconto giornalistico, stereotipato e perdente (Giuseppe Genna), gli intellettuali e la ricorrente tentazione di atteggiarsi a stranieri in patria, immuni dai vizi nazionali, incontaminati e lontani dal sentimento popolare (Giovanni Orsina), la televisione e la sua egemonia nel dibattito pubblico e nelle conversazioni private, oggi superata e sostituita dal frastuono dei social che abbatte il presupposto di ogni comunicazione (Beatrice Dondi).

Non è nostalgia, perché molte note incompiute del nostro presente partono da lì, dalle strade interrotte o non percorse fino in fondo un quarto di secolo fa. La riforma della politica, sempre promessa, che già allora confinava con il baratro dell’anti-politica, il suo opposto: la negazione di ogni spiraglio di cambiamento, soprattutto se viene da parte di altri. La modernizzazione economica, il miraggio legato all’ingresso nell’area dell’euro, che ha lasciato il posto alla generazione successiva, quella dei distruttori, buttare giù quello che c’è, con l’idea che qualcosa di meglio arriverà, ma che in ogni caso anche la rottura sarà migliore dell’esistente. Il presupposto culturale di una possibilità di dialogo e di comprensione reciproca, svanito nella Babele delle lingue, delle chiusure, degli integralismi in cui ognuno parla con se stesso. Da questo punto di vista, mi piacerebbe che il nostro gesto di chiedere scusa alle lettrici e ai lettori non fosse considerato come la chiusura di un caso, ma come l’apertura di un dialogo.

Ci sono molte parole da riconquistare, molti terreni che erano familiari e che invece sono trasformati e ormai sconosciuti, la rivelazione di mondi lontani che per chi fa il nostro mestiere di raccontare e capire la realtà costituisce una sfida appassionante, anche se scomoda. La presenza al governo di formazioni che si presentano interamente nuove, anche se politicamente vecchie di trent’anni come nel caso della Lega, costringono tutti a un cambio di punto di vista, soprattutto se si vuole costruire un’alternativa culturale e civile. È quanto si legge nell’appello firmato da Massimo Cacciari e da artisti, filosofi, musicisti: Enrico Berti, Michele Ciliberto, Biagio de Giovanni, Vittorio Gregotti, Paolo Macrì, Giacomo Manzoni, Giacomo Marramao, Mimmo Paladino, Maurizio Pollini, Salvatore Sciarrino. «È indispensabile chiudere con il passato ed aprire nuove strade all’altezza della nuova situazione, con una netta ed evidente discontinuità: rovesciando l’ideologia della società liquida, ponendo al centro la necessità di una nuova strategia per l’Europa». La prima discontinuità, mi pare, è quella dell’ascolto e del rispetto reciproco, abbattere il muro di sospetto e di pregiudizio che divide i simili e che costringe tutti a un destino estenuante di piccoli cerchi che non si parlano tra loro. Partiamo dalla ricerca di luoghi in cui si pensano e si fanno cose nuove. L’Espresso, accanto ad altri, è uno di questi luoghi. In cammino. 

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