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L’iniziativa del ministro è senz’altro apprezzabile, ma almeno a prima vista non sembra esattamente in cima alla lista delle priorità di un organo di importanza strategica, da mesi ostaggio dei veti incrociati di Lega e Cinque stelle sul nome del nuovo presidente. La fissazione per la tecnofinanza fa parte di un copione collaudato. Dopo che a maggio dell’anno scorso la nomina di Savona a ministro dell’Economia era stata bloccata dal Quirinale per le sue posizioni fortemente critiche, per usare un eufemismo, su euro e Ue, la poltrona agli Affari europei era sembrata ai più, e forse anche al diretto interessato, un ripiego più che onorevole, una postazione defilata ma comunque importante da cui portare avanti la sacra battaglia sovranista contro i burocrati di Bruxelles. E invece no. Prima gli italiani, certo, ma prima ancora viene la finanza digitale, o fintech. Forse anche perché, nel timore di incidenti con le diplomazie dei partner Ue, il dicastero degli Affari europei è stato svuotato di gran parte delle deleghe più importanti. E così a Savona e al suo sottosegretario Luciano Barra Caracciolo, pure lui un no euro sfegatato, non è rimasto che dedicarsi ad altro per giustificare la loro presenza nel governo.
Barra Caracciolo, per dire, ha ricevuto per due volte in poche settimane una delegazione del sindacato dei balneari e ha aperto le porte del suo studio al ministero anche a una rappresentanza dell’Osa, Operatori sanitari associati. Nello staff del sottosegretario ha poi trovato posto Fabio Lugano, noto negli ambienti dei no euro per i suoi interventi sui social network e per le interviste a siti come Italia news che si definisce “canale sovranista”. Pure Lugano porta acqua al mulino della fintech. Nel suo curriculum depositato alla presidenza del Consiglio, il collaboratore di Barra Caracciolo si presenta come «autore presso Cryptonomist, rivista internazionale bilingue sul mondo delle valute virtuali». Un titolo che, a quanto pare, è stato giudicato più che sufficiente per essere arruolato tra i consulenti del governo nel dipartimento delle politiche europee.
Del resto, anche nello staff del ministro Savona si fatica a trovare un esperto di temi legati in qualche modo alla Ue. Dalla magistratura arrivano Daniela Morgante e Salvatore Colella. Quest’ultimo è il pm che ha messo in crisi la giunta a guida Pd della Basilicata con l’inchiesta penale che ha coinvolto il presidente Marcello Pittella. Un paio di settimane dopo l’arresto (ai domiciliari) del politico Dem, il sostituto procuratore Colella, che ancora conduce le indagini, ha chiesto al Csm l’autorizzazione per l’incarico di “diretta collaborazione” con Savona, ministro del governo gialloverde. Un incarico retribuito con un compenso di 10 mila euro l’anno.
Anche il magistrato contabile Morgante è finita sui giornali negli anni scorsi. Dapprima per la sua opposizione alle trame di mafia capitale quando era assessora a Roma nella giunta di Ignazio Marino. E poi per lo scontro con Virginia Raggi, che le costò il posto di capo di gabinetto della sindaca a cui era stata da principio designata. Tempo un paio di anni e Morgante ha ricevuto un nuovo incarico di nomina politica, questa volta come consulente al dicastero degli Affari europei.
Gianluigi Guida, invece, è l’avvocato con la passione della finanza che Savona ha reclutato nel proprio staff per occuparsi, come recita la comunicazione ufficiale, di “fintech e nuove tecnologie”. Il nesso tra queste materie e le politiche comunitarie pare in effetti piuttosto flebile, ma poco importa, a quanto pare. Guida, che si è fatto le ossa nello studio legale di famiglia tra Campobasso e Roma, sfoggia un curriculum da grande navigatore della tecnofinanza e partecipa a convegni e iniziative varie presentandosi come advisor del governo italiano. Il collaboratore di Savona mette la sua esperienza al servizio di società con sede negli Stati Uniti, in Danimarca, in Olanda, perfino in Estonia, da sempre uno dei rifugi preferiti dagli operatori in denaro virtuale. A Londra invece è registrata Euklid, che si presenta come «il primo fondo hedge che coniuga blockchain e intelligenza artificiale». In parole povere significa che le strategie d’investimento vengono decise dai computer applicando particolari metodologie di calcolo.
Euklid è piccola, ma ha grandi ambizioni. Due anni fa ha aperto una sede nella capitale inglese con la benedizione di Savona, che nel maggio 2017 è entrato nel consiglio di amministrazione della società britannica per uscirne un anno dopo, quando è stato chiamato al governo. Portavoce e dirigente di Euklid, più volte intervistato dai giornali in questa veste, è il giovane Antonio Simeone, 35 anni, laureato all’università Luiss di Roma dove è stato allievo e collaboratore di Savona. Simeone ha rapporti di amicizia e frequentazione anche con Guida, l’avvocato esperto di tecnofinanza che fa parte dello staff del ministro degli Affari europei. Entrambi sono originari di Campobasso. E anche Euklid, che ora parla l’inglese, ha radici nel cuore dell’Italia: ad Arezzo, dove nel 2015 è stata costituita la società, e nel Molise, dove sono nati, oltre a Simeone, anche gli altri due azionisti fondatori, Francesco Di Leva e Mario Giancola. Al gruppo di partenza si è aggiunto anche Franco Grassi, 65 anni, un finanziere esperto di algoritmi che anni fa si è trasferito nel sud dell’India, nella regione del Tamil Nadu.
Salvo sorprese clamorose, nel giro di qualche settimana Simeone e soci avranno un amico al vertice della Consob. «Nessun confitto d’interessi», hanno precisato, perché la vigilanza su Euklid, che ha sede a Londra, è competenza delle autorità britanniche. Difficile negarlo, ma il problema, forse, è un altro.
Alla commissione di controllo sui mercati finanziari sta per insediarsi un nuovo presidente che afferma di voler studiare «l’applicazione dell’intelligenza artificiale nello studio delle informazioni ricevute e di quelle raccolte, del processo decisionale e dell’attività ispettiva». Savona lo ha detto sul serio, in Senato, il 21 febbraio. E tutti hanno capito che non ha la più pallida idea di come funziona davvero la Consob, regno del cavillo, della burocrazia e del formalismo.