Bloccare i licenziamenti non basta, serve un piano per rilanciare l'occupazione. Ne è convinto Fabrizio Barca, fondatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, che a proposito dell'estensione della cassa integrazione e del blocco dei licenziamenti dice: «È indubbio che, di fronte a una catastrofe sociale e salariale come quella che stiamo affrontando, servano misure d'emergenza. Bloccare la possibilità di licenziare è un mezzo per evitare di ritrovarci con un milione di disoccupati in più in Italia, ma è anche vero che, molti quelli che si stanno salvaguardando sono posti di lavoro fantasma, che non esistono già più ed è qui che il governo dovrebbe intervenire, per predisporre rapidamente un piano utile alla creazione di nuove opportunità occupazionali», spiega l'economista.
Del resto è proprio quello che ci chiede anche l'Europa in cambio dei fondi Sure e del Next Generation Eu. Le trattative a Bruxelles sul fronte della programmazione non stanno andando come sperato dal governo. Infatti l'Italia ha messo sul piatto un pacchetto di interventi generici, promuovendo finanziamenti a pioggia per chi investe al Sud, una decontribuzione degli oneri sociali al 30 per cento per le imprese del Meridione del valore di quattro miliardi l'anno per nove anni, mentre la Commissione Europea ha risposto chiedendo una maggiore selettività del provvedimento, affinché quei fondi si concentrino su imprese giovani, sull'attivazione della manodopera femminile, su iniziative socialmente e ambientalmente sostenibili, che puntino al digitale e all'innovazione tecnologica. Il rischio, per l'Italia, è quello di non riuscire a percepire quei finanziamenti proprio per l'incapacità di disegnare un piano selettivo su cui indirizzare i finanziamenti europei.
Qualcosa si sta muovendo all'interno del ministero dell'Università, dove il Forum DD, insieme al ministro Gaetano Manfredi ha avviato un piano di ripresa e resilienza, partendo dall'idea di aumentare l'impatto sociale delle università sui territori e sulle realtà industriali locali. Non solo, un altro progetto in fase di studio è la possibilità di sostenere i workers buyout, cioè di dipendenti di un'azienda in crisi che decidono di rilevarne le quote della società per continuarne l'attività. E poi il sostegno ai giovani startupper che, anche in tempi di Covid-19, hanno deciso di investire fortemente sulla propria idea imprenditoriale.
Il primo dei tre progetti, che verrà presentato a dicembre, è una misura anticipatoria per favorire il trasferimento tecnologico alle Pmi: «Il problema delle piccole e medie imprese è soprattutto quello di non avere sufficienti risorse da investire in piani di ricerca e sviluppo e neppure un polmone finanziario abbastanza ampio per competere sul mercato dei brevetti. È anche per questo che, quando una piccola realtà aziendale ha un'idea brillante e innovativa, spesso viene inglobata da grandi industrie, che l'acquisiscono, ne sfruttano l'idea, ma ne impediscono la crescita sui territori, che potrebbe trasformarsi in nuovi posti di lavoro e ricchezza locale», spiega Patrizia Luongo, economista del Forum DD.
A questa sfida la Germania, altro paese caratterizzato da un'elevata presenza di pmi, ha risposto creando il Fraunhofer, un ente che si occupa di coordinare i piani di ricerca delle piccole imprese, garantendo sistemi di collaborazione per abbattere i costi di ricerca e sviluppo. «Non è un modello replicabile in Italia, ma da noi esiste una tradizione di associazionismo e cooperazione che può favorire politiche di condivisione della conoscenza, del marchio e di altri beni intangibili, a cui si può aggiungere la collaborazione delle università territoriali, che possono mettere a disposizione le proprie competenze», continua Luongo.
Alcuni esempi esistono già, ad esempio il Fraunhofer Italia, che nasce nel 2009 in Alto Adige, è un’organizzazione di ricerca no profit che collabora con l’industria per promuoverne l’innovazione specialmente nell'automazione industriale, nella meccatronica e nell'ingegneria di processo. Casi analoghi sono il Polo Universitario Città di Prato, Pin, composto da 34 laboratori che svolgono attività di ricerca applicata alle esigenze delle imprese private e della pubblica amministrazione, attivi in diversi ambiti: economia e management, ICT, ambiente, arte, spettacolo e beni culturali. E poi ancora il parco scientifico e tecnologico Area Science Park di Trieste, il parco scientifico e tecnologico di Udine, l'incubatore per start up H-Farm di Venezia, la Manifattura Milano per promuovere nuovo artigianato e tecnologie per l'industria 4.0, il progetto Verso le Fraunhofer del Lazio.
«Molte imprese non conoscono l'esistenza di questi poli scientifici che potrebbero sfruttare. Ed p anche vero che alcune esperienze stanno funzionando bene, altre meno», dice l'economista. È proprio per creare un modello efficace e replicabile un po' in tutta Italia che da maggio è stato avviato al ministero dell'Università un gruppo di lavoro, a cui partecipa il ForumDD e undici università, fra cui la Federico II di Napoli, l'Università di Roma Tre, quella di Camerino e l'Ateneo di Padova – per elaborare un modello utile all'immediato trasferimento tecnologico delle competenze scientifiche nelle imprese dei territori: «Entro dicembre verrà poi pubblicato un rapporto perché il 2021 sia l'anno in cui più aziende possano davvero dare impulso a piani di espansione e investimento, grazie alla collaborazione con i centri scientifici locali. Questo consentirebbe la creazione di nuovi posti di lavoro di qualità, fornendo quindi un'alternativa a quelle imprese che, in questo momento, vengono tenute in vita attraverso finanziamenti pubblici pur non essendo in grado di garantire stipendi dignitosi», conclude Luongo.
Un secondo piano di azione potrebbe venire dalla creazione di un piano di ripresa e resilienza, che è in fase di studio alla Presidenza del Consiglio e consentirebbe l'istituzione di un fondo specifico di prestiti a tasso agevolato destinato ai dipendenti di aziende in crisi che intendono rilevarle. In Italia esistono già delle norme a favore della rigenerazione aziendale - come la legge Marcora, che sostiene le imprese cooperative ed è stata rafforzata nel decreto Rilancio della scorsa estate, contribuendo a una maggior patrimonializzazione delle cooperative -, ma quello a cui oggi si sta puntando è un fondo per il ricambio generazionale di imprese familiari: «Nelle aziende famigliari un quarto dei titolari ha più di 70 anni e il 65 per cento non ha un management esterno alla famiglia», spiega l'economista del Forum DD Flavia Terribile, che è anche componente del nucleo di valutazione e analisi per la programmazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri. L'osservatorio Aub sulle aziende familiari italiane dice che in Italia ci sono quasi 800mila imprese di famiglia, le quali pesano il 70 per cento in termini occupazionali e costituiscono il 60 per cento del mercato azionario italiano: «Se anche una piccola percentuale di queste aziende si trovasse in difficoltà nella fase di ricambio generazione, gravata anche dalla crisi economica portata dal Coronavirus, allora sarebbe un guaio per la tenuta del sistema italiano. Per questo stiamo elaborando un piano per la creazione di specifici prestiti, strutturati all'interno dei finanziamenti europei, per consentire una rigenerazione di queste imprese», spiega Terribile. Tuttavia, anche in questo caso, le buone iniziative rischiano di essere vanificate da un sistema burocratizzato e mal funzionante. È il caso della norma, introdotta lo scorso febbraio nella legge di bilancio 2020, che avrebbe dovuto azzerare le tasse sugli ammortizzatori sociali utilizzati dai dipendenti acquisire quote della propria azienda, salvandola e rilevandola: «La norma c'è, ma a distanza di nove mesi mancano ancora i decreti attuativi che la rendono applicabile», dice Flavia Terribile.
Un terzo piano di interventi potrebbe venire dall'ascolto di quelle start up che, nonostante la crisi, stanno nascendo e fiorendo. È il caso di Andrea Pinchera, 18 anni, di Rivoli, studente all'ultimo anno di liceo. Durante il lockdown della scorsa primavera ha creato Pincherawebgoup, una società di programmazione di siti web: «Sono un appassionato di programmazione, nei mesi più difficili del 2020 mi sono dedicato alla creazione di siti web per i negozi che avevano urgenza di passare velocemente all'ecommerce. Presto ho capito che, da solo, non sarei riuscito a stare al passo con la domanda, quindi ho coinvolto amici e conoscenti, ho fatto loro un corso di formazione virtuale per la programmazione di siti online e costituito la struttura aziendale», spiega Andrea, così giovane e già imprenditore, avrebbe anche qualche suggerimento da dare: «All'orizzonte si profila un nuovo lockdown e credo che, così come si è pensato al bonus bici, bisognerebbe pensare al bonus digitale, offrendo un contributo alle aziende che sdoppiano la propria attività, attivando servizi web per raggiungere la clientela».
Poi c'è Miguel Acebes Tosti, nel 2016 ha fondato a Rieti Tularù, un'azienda agricola multifunzionale: si parte dalla coltivazione biologica per arrivare alla panificazione e alla realizzazione di prodotti da forno. «Abbiamo sfruttato la leva dei finanziamenti regionali ed europei. L'attività è partita grazie al premio d'impresa di Fondazione Garrone, poi abbiamo acquistato un furgone per le consegne e domicilio grazie a un finanziamento della Regione Lazio, che ci ha permesso di passare al delivery durante i mesi di serrata generale. Quando i bandi sono chiari, le piccole realtà s'affrettano a intercettarli. Peccato, però, che a livello generale sembra non esserci grande condivisione sulla strategia da seguire per intercettare la ripresa. Ad esempio, nel settore primario si parla molto di green deal e progetti a favore dell'agricoltura sostenibile, ma sembra che la direzione intrapresa dal ministero dell'agricoltura sia piuttosto quella di continuare a favorire l'agricoltura intensiva e tradizionale, noncurante del valore aggiunto del biologico». Si torna quindi all'incapacità del governo di disegnare misure coraggiose per sostenere progetti di nuova economia sostenibile e innovativa.