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L’oggetto del contendere fra Telegram e l’authority che vigila su Wall Street può sembrare sofistico. Sec sostiene che Gram non è una moneta ma un prodotto finanziario e, come tale, deve passare dalla sua approvazione dopo avere raccolto 1,7 miliardi di dollari in prevendita. Durov contesta le obiezioni ma il giorno dell’Epifania ha dovuto pubblicare un lungo disclaimer prima di prendere un aereo per New York da Dubai, dove risiede da cinque anni dopo avere abbandonato la Russia in circostanze tipicamente russe, cioè poco chiare.
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È invece solare che Zuckerberg e Durov, nati a cinque mesi di distanza, hanno fatto un percorso parallelo con il più giovane russo che tallona il rivale americano. Zuckerberg (67,3 miliardi di dollari di patrimonio secondo la rivista Forbes) ha debuttato con Facebook nel 2004. Due anni più tardi, Durov (2,7 miliardi di patrimonio secondo Forbes) ha creato V Kontakte (vk.com), il Facebook in alfabeto cirillico. Ad aiutarlo nello sviluppo della piattaforma sono stati il fratello Nikolaj, maggiore di quattro anni e olimpionico ai giochi della matematica per tre edizioni di fila (1996-1998), e Anton Rozenberg, un altro matematico amico d’infanzia di Nikolaj.
Durov ama criticare con durezza WhatsApp per la sua permeabilità in termini di privacy. «Non importa quante piattaforme per messaggi ci sono in giro, se fanno tutte schifo. Per me e per la maggioranza della mia squadra, WhatsApp fa più schifo di tutte», ha dichiarato Durov cinque anni fa al Disrupt Techcrunch di San Francisco, appuntamento imperdibile per l’élite della Silicon Valley.
Ciò non toglie che nei numeri la distanza dal colosso Usa sia ancora grande. La messaggeria controllata da Facebook conta 1,5 miliardi di utilizzatori, cioè cinque volte quelli di Telegram secondo il calcolo più recente pubblicato non da Telegram, società laconica quanto il suo fondatore, ma dalla Sec nel suo ordine di comparizione. In termini di ricchezza personale non c’è da fare confronti fra Durov e Zuckerberg che occupa l’ottavo posto fra i più ricchi del mondo. Nonostante questo, quasi 3 miliardi di patrimonio non sono pochi per chi, come il russo, ha affermato: «Il profitto non sarà mai l’obiettivo finale di Telegram».
La frase descrive un aspetto fra i più caratteristici del personaggio, quell’aura di misticismo dostoevskiano che si traduce nell’astinenza totale da alcol, caffè, tabacco, carne, cibo spazzatura e in digiuni intermittenti a base di sola acqua che durano fino a una settimana. Nelle sue apparizioni social sempre più rare Durov ha detto che questi periodi lo aiutano ad accrescere la lucidità e la capacità di trovare nuove soluzioni per i seguaci di Telegram.
Il tutto fa molto romanzo dell’Ottocento ma anche un po’ Marco Pannella e il giovane miliardario ha conosciuto abbastanza l’Italia per sapere che i primi clienti della sua piattaforma sono stati magistrati, rappresentanti delle forze dell’ordine, cronisti e politici. Fra gli ultimi, l’ex europarlamentare forzista Lara Comi che, prima dell’arresto per corruzione, suggeriva ai suoi interlocutori di comunicare via Telegram.
Il romanzo di Durov ha una componente italiana molto radicata. Il padre dell’imprenditore, Valerj Semënovic, è un latinista di vaglia nato subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale che, prima di dirigere l’istituto di filologia classica all’università di San Pietroburgo, si è trasferito a Torino con la famiglia. Pavel aveva quattro anni. «Sono nato a Leningrado in Unione Sovietica», ricorda. «Quando siamo tornati dall’Italia con la mia famiglia non c’erano più né Leningrado né l’Unione Sovietica».
In Piemonte il piccolo Durov ha frequentato le elementari a due passi dall’ospedale Mauriziano di Torino presso la scuola Falletti di Barolo, un elemento ancora presente nelle sue note biografiche pubblicate sul profilo dell’odiata Facebook. Quando la famiglia è rientrata a San Pietroburgo nei primissimi anni Duemila, all’inizio dell’era Putin, Durov aveva già affiancato la passione del coding allo studio della filologia ereditato dal padre.
Sotto il profilo ingegneristico, la piattaforma è una creatura di Nikolaj Durov e del suo protocollo Mtp. Dal punto di vista finanziario la nascita di vk.com è stata sostenuta da Alex Neff, un giovane businessman statunitense, e dal georgiano-israeliano Mikhail Mirilashvili, classe 1960, ex dirigente del colosso petrolifero di Stato Lukoil che ha creato un impero privato, e dal figlio Vyacheslav, amico e coetaneo di Pavel Durov.
A differenza di Telegram, vk.com è basata sul profitto. Ammette le inserzioni pubblicitarie e cresce molto rapidamente in un contesto politico dominato dal pugno di ferro del pietroburghese Putin, ex capo del Fsb, com’è stato ribattezzato l’ex Kgb.
Durov e gli sviluppatori che lavorano al suo fianco diventano ricchi contro voglia. Il culmine dello sprezzo verso il denaro è raggiunto quando Durov, che veste solo di nero e si professa anarchico, si mette a lanciare decine di aeroplanini fatti di banconote da 5 mila rubli (poco meno di cento euro) da una finestra del suo quartier generale pietroburghese nello storico palazzo Singer.
Nei tre anni fra il 2013 e il 2015 molte cose cambiano. V Kontakte subisce la pressione crescente dell’establishment putiniano, che pretende i nomi degli oppositori interni e degli animatori della rivoluzione ucraina del 2014 presenti sulle chat segrete. Il leader russo, secondo la vulgata, ottiene un rifiuto.
Nel tentativo di allentare la pressione vk.com sposta la sede dalla Russia a Berlino per un breve periodo. Anche lì qualcosa non funziona. Nella Germania guidata dalla russofona ed ex Ddr Angela Merkel sanno che, fin dai tempi dell’Unione Sovietica non è sempre facile distinguere tra dissidenti veri e agenti provocatori. In ogni caso Durov decide di vendere per 300 milioni di dollari il 12 per cento del Facebook russo a Mail.ru group, una società legata agli uomini del presidente Putin. Anche i Miralishvili vendono la loro parte per 1,2 miliardi di dollari.
Dopo essere stato licenziato, Rozenberg, l’ex amico di famiglia, sosterrà che i fratelli Durov si sono ricomprati la quota all’ombra delle loro società offshore. Oggi la lite fra matematici è stata composta in una transazione.
Con i soldi messi da parte in otto anni di vk.com Durov decide di voltare pagina. Per una volta il detestato Zuckerberg viene battuto sul tempo con la creazione di Telegram. È il 14 agosto 2013. Sei mesi dopo, a febbraio 2014, l’inventore di Facebook replicherà alla sua maniera comprando la piattaforma di messaggi gratuiti WhatsApp per 19 miliardi di dollari.
Il montaggio finanziario dell’operazione Telegram prevede l’intervento dell’alleato della prima ora Alex Neff ma Durov, che investe con Neff attraverso il fondo Digital Fortress, mantiene il controllo dei tre quarti dell’impresa attraverso la Dogged labs di Tortola (Isole Vergini Britanniche) e la Telegraph (Belize) che costituiscono Telegram attraverso altre due società incorporate negli Usa e nel Regno Unito. L’aria dei Caraibi ispira Durov che, senza rinunciare alla cittadinanza russa, si compra il passaporto di Saint Kitts and Nevis, piccolo arcipelago delle Antille sotto il controllo del Commonwealth britannico. Lo staff della nuova piattaforma digitale, Durov in testa, si trasferisce a Dubai mentre la mente matematica, Nikolaj, risulta ancora come ricercatore nel sito dell’accademia russa delle scienze di San Pietroburgo. Lo stesso Pavel non sarebbe affatto nella condizione di esiliato toccata a molti imprenditori locali che hanno osato contrariare lo zar ma avrebbe libero accesso alla Madre Russia.
Eppure Durov sembra tenere in modo particolare alla sua fama di genio ribelle al potere costituito. L’imprenditore si dice grande ammiratore di Edward Snowden, l’ex informatico della Cia autore dei Leaks della National security agency (Nsa) statunitense.
Di certo Telegram attrae l’antagonismo. Solo per restare alla cronaca internazionale più recente, è servito agli scioperanti dei gilet gialli in Francia, ai contestatori di Teheran e di Hong Kong. Il potere ufficiale non è rimasto con le mani in mano e ha ribattuto con attacchi di sistema che hanno bloccato più volte la piattaforma di messaggi criptati.
Sull’efficacia reale del sistema operativo di Telegram e sulla sua reale impenetrabilità sono state sollevate perplessità tecniche che in parte Durov ha riconosciuto, impegnandosi a emendarle. Non sempre ci è riuscito.
Lo scorso giugno in Brasile sono stati pubblicati gli screenshot presi da Telegram dei colloqui fra l’allora giudice Sérgio Moro, poi nominato ministro della Giustizia del governo Bolsonaro, e il pubblico ministero incaricato di coordinare l’inchiesta Lava Jato, che ha portato all’incriminazione e all’arresto del premier Lula per aprire la strada al governo della destra. Dai messaggi Moro sembra tutt’altro che imparziale.
La crisi brasiliana è stata risolta da Telegram con un tweet che indicava due possibili responsabili: un software spia (malware) che aveva infettato l’apparecchio del giudice-ministro oppure il mancato uso dell’autenticazione a due fattori.
Il tema che sia colpa di qualcun altro non è infrequente nelle apparizioni pubbliche di Durov, scarse e in diminuzione costante. In un colloquio durante il Techcrunch del 2016, all’apice dell’offensiva internazionale dell’Isis, il creatore di Telegram respingeva così le critiche di chi lo accusava di offrire rifugio digitale ai terroristi. «Penso che alla fine il nostro diritto alla privacy sia più importante della nostra paura del terrorismo. Quelli dell’Isis troveranno sempre un modo di comunicare fra loro. Non credo che noi di Telegram dovremmo sentirci colpevoli».
Quattro anni dopo l’Isis è in declino e Durov si è espresso apertamente contro chi usa la sua messaggeria e i suoi canali Telegram per diffondere la violenza. Ma sarà un anno difficile per il giovane miliardario involontario. Non c’è solo la Sec a stargli addosso e a fargli rimandare l’inaugurazione della moneta virtuale. Dal primo luglio entrerà in vigore in Russia la cosiddetta legge anti-Apple. I cellulari non potranno ospitare app sgradite al governo. Fra queste l’Applestore che consentiva di scaricare e aggiornare Telegram anche dopo il bando dal territorio federale del 2018. Per il russo di Torino ci sarà, come al solito, da lottare.