Se gli studenti delle scuole secondarie lamentano la scarsa chiarezza o la poca lungimiranza dei provvedimenti attuati e il logorante apri e chiudi delle scuole, gli universitari non sanno nemmeno di cosa lamentarsi e con chi. A ogni nuovo Dpcm seguono attentamente la lista delle misure introdotte di volta in volta, in attesa di essere chiamati in causa, di captare la parola università, biblioteca, tirocini, laboratori, qualsiasi cosa che possa esentarli dall'ennesima mail al professore o alla bibliotecaria di turno per chiedere “Ma quindi mi è consentito l'accesso?”. E invece niente, o quasi, e alla fine di ogni conferenza stampa parte la lunga serie di “E quindi noi?” tra colleghi di facoltà e professori.
Se i liceali, in questi mesi, hanno sofferto la lontananza, gli universitari hanno sofferto l'indifferenza e la dimenticanza; forse si è pensato che l'Università potesse andare avanti lo stesso, in un modo o nell'altro. Al massimo, qualche parola è stata spesa per le matricole, alle quali si è cercato di garantire lezioni in presenza. «Noi universitari siamo proprio l'ultima ruota del carro», ci scrivono.
Su Twitter, quando abbiamo presentato lo spazio #DisagioADistanza, è spuntato un ironico «Neanche l'Espresso si interessa a noi universitari e preferisce i liceali». E quindi prendiamo nota e diamo modo a tutti di riflettere su che cosa vuol dire essere uno studente universitario nel 2020.
Perché – ironia a parte – leggere che «è più facile mollare tutto che continuare» o «piango, fissando il muro» qualche riflessione, seria, la suscita.
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«Da studente universitario, sto vivendo una situazione di completa desolazione. Ultimamente però mi sto lentamente abituando all'idea di dover seguire e dare esami da casa. Ma non è così "comodo" come sembra. I primi mesi sono stati infernali. D'altronde ero uno studente al primo anno di Scienze della comunicazione, avevo da poco preso dimestichezza con lo studio e con i ritmi universitari e dunque è stato complicato ritrovarsi improvvisamente in modalità a distanza. Fortunatamente con un po' di buona volontà sto superando degli esami, ma la grossa fregatura di questo momento storico che stiamo vivendo è che risulta davvero difficile trovare una valvola di sfogo per staccare dallo studio. Ed è questo il vero dilemma. Per cui spero che chiunque legga queste mie parole faccia qualcosa per farci tornare il prima possibile in presenza, perché al momento noi universitari siamo completamente dimenticati da tutti!».
(Andrea)
«Durante l'inizio della pandemia frequentavo il quinto superiore e non ho accusato minimamente la didattica a distanza; nella scuola che frequentavo si faceva già molto poco, il 60% dei professori non ha mai fatto una lezione e quelli che le facevano erano totalmente impreparati e avevano problemi di connessione la maggior parte del tempo. Di conseguenza l'ho vissuto come un lungo periodo di vacanza, durante la quale ho studiato autonomamente solo le materie che mi interessavano. Il primo anno di università è stato certamente più disastroso, ho dovuto rinunciare al sogno di andare a vivere a Milano, ancora per un altro anno e sono lentamente scivolata tra la depressione e l'apatia. Il servizio didattico è erogato veramente bene, i docenti sono attrezzati e motivati, tuttavia mi sono ritrovata a passare 8/10 ore di fila davanti al computer e, nonostante la ottima organizzazione, lo studio delle lingue diventa veramente difficoltoso. A livello psicologico è stato ed è tuttora estenuante. Per il primo periodo mi rifiutavo di uscire di casa o di parlare con i miei amici e il mio ragazzo. Mi sentivo un totale fallimento e mi vedevo estremamente inferiore rispetto alle altre ragazze. Pian piano subentra l'accettazione, ma tuttora è difficile e spesso mi ritrovo a piangere fissando il muro. Spero che tutto questo finisca in fretta».
(Giulia)
«Siamo Raffaella e Lucia, due studentesse universitarie. Ci siamo laureate a luglio rispettivamente in Scienze politiche presso la LUISS e in Lettere presso l’Università degli studi di Ferrara; online naturalmente, e forse proprio per questo non siamo ancora riuscite a realizzare, come non abbiamo ancora neppure realizzato di essere entrambe iscritte alla laurea magistrale, l’una all’Università Ca’ Foscari di Venezia e l’altra all’Alma Mater studiorum di Bologna. Si, perché la Dad ti fa perdere il contatto con la realtà e al tempo stesso la percezione del tempo. Come se questo ti scivolasse dalle mani e tu non riuscissi ad afferrarlo; come se le lancette dell’orologio corressero all’impazzata davanti a te e alla tua impotenza. Arrivi a fine giornata, sfinito dalle interminabili ore di lezione davanti ad un computer, ma ti sembra di non ricordare nulla o è così per davvero. È andata via la connessione e hai perso il quarto d’ora più importante di tutta la lezione; così prima cominci a non capire, poi a distrarti, prendi il cellulare, senti i tuoi amici e constati che nemmeno loro hanno capito niente, lì per lì ti senti sollevato, perché capisci di non essere tu il problema. Allora decidi di alzarti per farti un caffè. La lezione è terminata, ma a te sembra di non aver concluso nulla, di non aver investito nel modo migliore il tempo che avevi a disposizione. Oltre a questo abbiamo subito il disagio di non aver potuto dire propriamente addio ai nostri amici della triennale, né tantomeno conoscere a fondo le nostre nuove città e le nuove università. Se prima l'università era anche e soprattutto un luogo di incontro e scambio di idee, ora ci sentiamo confinate nelle nostre stanze, con gli occhi pesanti e senza poter stabilire quasi mai dei contatti che vadano oltre i lavori di gruppo, anche quelli rigorosamente in videochiamata. Infine, le possibilità di alternare lo studio a delle esperienze professionali tramite dei tirocini sono ridotte al minimo, con una scarna offerta di lavori di editing online, anche qui senza la possibilità di raggiungere i posti di lavoro in sicurezza. Sappiamo che l’istruzione ad ogni livello e grado stia subendo duri colpi, ma noi universitari siamo proprio l’ultima ruota del carro. Una categoria condannata alla damnatio memoriae quella degli universitari, noi che siamo la spina dorsale di questo Paese, a cui ogni giorno ci impegniamo per dare un futuro migliore. Non è facile, ve lo assicuriamo. Lo studio è un privilegio, ma è stancante, logorante tanto mentalmente quanto fisicamente. Stiamo perdendo un pezzetto essenziale di vita, degli anni più belli».
(Lucia, Alma Mater studiorum, Bologna
Raffaella, Università Ca' Foscari, Venezia)
«Studio architettura al politecnico di Milano, ma sono pugliese. Il primo lockdown l'ho passato a Milano e ho tenuto duro; ora sono due mesi che sono in Salento, ho bisogno di stare un po' a casa, ma voglio tornare, non vedo l'ora di tornare in università. Ho sempre pensato che i professori universitari fossero dei privilegiati: lavorano da casa mentre tanta gente perde il lavoro. Vorrei però fare una distinzione nella categoria di privilegiati, ci sono quelli che - davanti a questa situazione - si sono messi in discussione, hanno messo in discussione la loro didattica e il modo di valutare. Tanti altri professori invece no, hanno continuato a credere fosse possibile fare online ciò che si faceva in classe tutti insieme. Ebbene, vorrei dire a questi professori che abbiamo perso una grande occasione per ridiscutere la didattica, per provare a creare un'università migliore per tutti e tutte. Sarebbe stata un'ottima occasione per sperimentare la didattica dei Paesi europei con cui tanto vogliamo competere. Sono sempre stata una studentessa interessata, amo profondamente ciò che studio con ottimi risultati, ma sono stanca, ora davvero non ne posso più, mi sento molto alienata e mi manca il contatto con i miei compagni. Ma continuerò a stare a casa e rispettare le regole finché sarà necessario. Più volte però mi sono chiesta durante l'anno : "esistono dei diritti di serie A e di serie B? Chi lo ha deciso? Istruzione e sanità non dovrebbero essere entrambi di serie A?".
Studio architettura perché sono convinta che un mondo più giusto vada solo "costruito" ma ad ora l'unica organizzazione credibile e nella quale ho fiducia mi sembra quella del Forum disuguaglianze diversità. Grazie l'Espresso per averci dato la parola».
(Anonimo)
(Anonimo)
«Ciao, sono uno studente di medicina e non so esattamente cosa scrivere; vorrei solo buttare giù due righe del mio punto di vista della situazione pandemica e del suo vaccino in fondo al tunnel. L'inizio e la fine del giorno non hanno più un limite definito, ma sono una linea continua che spesso fa perdere il contatto con la realtà. Ripenso alle tante amicizie e ai rapporti persi, sembra ieri ed è già passato molto tempo. Non è facile ricordare, ma nemmeno dimenticare; eppure bisogna andare avanti anche se sembra solo di camminare nel vuoto. Ho avuto la fortuna di fare un tirocinio di 2 settimane in ospedale (parlo di fortuna perché ora la maggior parte dei tirocini si fanno online e solamente pochi professori si rendono disponibili per svolgerli in presenza) e così ho potuto osservare, per la prima volta, le sfide a cui un medico va incontro giorno per giorno.
Non so cosa pensare, ma la cosa più saggia da fare è sfruttare questa situazione per costruire la versione migliore di noi stessi. Così il ritorno alla nuova "normalità" sarà come scoprire un nuovo vaccino contro la frustrazione e la rabbia attuale; l'autenticità del rapporto umano».
(Anonimo)
«La DAD è passata dall'essere uno strumento "di sopravvivenza" a vera oppressione. La dicotomia Studio-Casa si è unita e quindi ogni giorno passa nella più totale indifferenza. Nel mio caso mi sono immatricolato da un altro corso di Laurea e il non conoscere nessun collega sicuramente peserà un domani, quando (e se) qualche piccolo politico si degnerà di nominarci in qualsiasi ambito». (FD)
«La DAD universitaria ha funzionato prima e meglio di quello che ci potessimo aspettare tutti. Le tasse le abbiamo pagate tutti, nessuna riduzione. L'affitto della stanza l'abbiamo dovuto pagare comunque, nessun tipo di aiuto. Uso questo spazio per lanciare un appello, aiutate gli studenti universitari, siamo quelli che stanno già pagando il prezzo della pandemia. Non veniamo considerati nemmeno dal nostro ministro, eppure votiamo».
«Noi studenti universitari ci sentiamo abbandonati. Eppure continuiamo a seguire a distanza, a fare gli esami a distanza in presenza o come gira al professore di turno, continuiamo a pagare le tasse e le stanze in affitto, viviamo nell'incertezza più totale.
Non ci ascolta nessuno, nemmeno il nostro Ministro. Noi saremo l'immediato futuro, quelli che porteranno fuori l'Italia dalla crisi economica a cui stiamo andando incontro. Ma siamo dimenticati. Eppure abbiamo il diritto al voto». (BR)
«Quasi ti senti in colpa a lamentarti, al vedere un bimbo delle elementari seduto al pc; sfortunato, perché sta imparando a leggere e scrivere nel 2020. E quindi archivi il malessere che provi: così come lo archivi di fronte a qualsiasi situazione che potrebbe essere (sicuramente lo è) peggio della tua. Nobile, certo: ma non esclude la situazione degli universitari in valore assoluto.
Sei lì che arranchi: stanco, demotivato, alienato, ma devi andare avanti perché non è ammesso fermarti. O meglio, lo è, ma inizi ad accumulare ritardo. L'esamificio degli atenei italiani si è rivelato un sistema ben oleato, i cfu hanno continuato ad accumularsi, i tirocini sono stati dirottati di default online. La competizione non si ferma.
Quali prospettive per il dopo? Con chi posso parlarne? Come posso adoperarmi? Chi mi può accompagnare nel percorso?
Il silenzio nei dpcm è emblematico, portatrice di un significato univoco: siete grandi, potete cavarvela da soli.
So per certo che molti pensano che le nostre siano solo lamentele, che questa cosa della reclusione da lockdown e da sessione insieme (che si protrae da quasi un anno) sia troppo esasperata: in fondo, poco male, abbiamo avuto più tempo per studiare.
A partire da marzo dell'anno scorso, mi sono sentita parte della comunità universitaria come non mai, ho percepito la vicinanza emotiva dei professori, in loro ho visto una fatica speculare alla mia, a quella di noi studenti. Si sentiva in ogni "Teniamo duro, ragazzi", detto al termine della lezione alle icone di Teams dietro alle quali c'eravamo tutti noi.
Ma questo straordinario regime di umanità (sfatiamo un mito: umanità apprezzata senza aver mai preteso - né, giustamente, avuto - sconti di pena agli esami) è stato una piccola oasi nel deserto. Nel deserto di un Ministero dell'Università che non ha aperto dei ragionamenti sugli studenti, sulle difficoltà dei tesisti, sui tirocinanti, sui dottorandi, sulle abilitazioni, sulle tasse universitarie, sui tempi della vita accademica.
Posso permettermi di essere molto emotiva e, di tecnico, tenere solo dei richiami a problemi di cui, quasi esclusivamente, si sono fatte parti istanti le associazioni studentesche (non sempre, tra l'altro, ottenendo risposte).
Quando completeremo la transizione dal mondo universitario a quello post-universitario, entrambi onirici e virtuali, ci renderemo conto che ci manca un pezzo di percorso: questo, però, accomunerà tutti.
A noi rimarrà l'amaro in bocca tipico di tutte quelle categorie sociali che, nel corso della pandemia sono state ritenute perfettamente in grado di cavarsela da sé. Si renderanno conto che non è del tutto vero; noi l'abbiamo già capito». (LC)
«Da quando è iniziata la pandemia, la situazione per noi universitari è precipitata esponenzialmente. Siamo stati costretti a passare ore e ore davanti a degli schermi, con dei docenti non del tutto preparati per la DAD; ora va un po’ meglio su questo fronte. Alcuni docenti non indicono alcun ricevimento, seguiamo dei corsi senza avere modo di esporre i nostri dubbi, le videochiamate possono essere utili, ma dopo 6/8 ore di videolezione ogni giorno, il fine settimana è pesante aggiungere anche le videochiamate. La cosa più assurda è che da subito tutti hanno continuato a pensare al mondo universitario come fosse prima, sia per quanto riguarda le lezioni che gli esami, ma non è così. Molti studenti sono stati rallentati da questa pandemia, ci sono persone che da quasi un anno cercano di laurearsi, figuriamoci la ricerca di un lavoro. Il Ministro è stato da sempre assente, e tutto questo è vergognoso. Chiediamo a gran voce di essere ascoltati e tutelati. Troppi ragazzi e ragazze stanno soffrendo per questo periodo».
(Marco)
«Sono al secondo anno di università e devo dire che il primo periodo di DAD Marzo-Maggio non è andato così male, vista l'eccezionalità che la pandemia ha portato con sé ho accettato di buon grado la situazione con la speranza che in settembre sarebbe poi migliorata. In effetti è migliorata, anche se per poco, qualche lezione in presenza e il resto da casa, abitando a due ora di treno da Milano, ho potuto andarci una sola volta, poco male almeno ci sono andato. Credo che la tragicità della situazione l'abbia percepita proprio da settembre, perché da studente mi sono sentito dimenticato e piuttosto solo, poche direttive e navigazione a vista su una tavoletta di legno. La sensazione che è passata, o quantomeno quella che ho percepito, è stata di completo abbandono, non solamente di noi studenti (siamo più di 1 milione!) ma dell'Università intera, non immagino neanche il lavoro che hanno dovuto fare i rettori e tutti gli organi universitari. Ho vissuto abbastanza male questo semestre proprio perché non sembra ci sia una linea chiara da seguire in questo mondo chiamato "Università". Bisogna però ringraziare infinitamente i docenti perché sono stati magnifici in questi mesi, molto disponibili, attenti e comprensivi del disagio vissuto da noi e loro perché non deve essere stato facile insegnare in queste condizioni, mal comune mezzo gaudio. Spero di tornare presto a riassaporare la socialità tra i banchi che tanto manca».(Mattia)
a cura di Martina Santamaria(Anonimo)
«La DAD è passata dall'essere uno strumento "di sopravvivenza" a vera oppressione. La dicotomia Studio-Casa si è unita e quindi ogni giorno passa nella più totale indifferenza. Nel mio caso mi sono immatricolato da un altro corso di Laurea e il non conoscere nessun collega sicuramente peserà un domani, quando (e se) qualche piccolo politico si degnerà di nominarci in qualsiasi ambito». (FD)
«La DAD universitaria ha funzionato prima e meglio di quello che ci potessimo aspettare tutti. Le tasse le abbiamo pagate tutti, nessuna riduzione. L'affitto della stanza l'abbiamo dovuto pagare comunque, nessun tipo di aiuto. Uso questo spazio per lanciare un appello, aiutate gli studenti universitari, siamo quelli che stanno già pagando il prezzo della pandemia. Non veniamo considerati nemmeno dal nostro ministro, eppure votiamo».
«Noi studenti universitari ci sentiamo abbandonati. Eppure continuiamo a seguire a distanza, a fare gli esami a distanza in presenza o come gira al professore di turno, continuiamo a pagare le tasse e le stanze in affitto, viviamo nell'incertezza più totale.
Non ci ascolta nessuno, nemmeno il nostro Ministro. Noi saremo l'immediato futuro, quelli che porteranno fuori l'Italia dalla crisi economica a cui stiamo andando incontro. Ma siamo dimenticati. Eppure abbiamo il diritto al voto». (BR)
«Quasi ti senti in colpa a lamentarti, al vedere un bimbo delle elementari seduto al pc; sfortunato, perché sta imparando a leggere e scrivere nel 2020. E quindi archivi il malessere che provi: così come lo archivi di fronte a qualsiasi situazione che potrebbe essere (sicuramente lo è) peggio della tua. Nobile, certo: ma non esclude la situazione degli universitari in valore assoluto.
Sei lì che arranchi: stanco, demotivato, alienato, ma devi andare avanti perché non è ammesso fermarti. O meglio, lo è, ma inizi ad accumulare ritardo. L'esamificio degli atenei italiani si è rivelato un sistema ben oleato, i cfu hanno continuato ad accumularsi, i tirocini sono stati dirottati di default online. La competizione non si ferma.
Quali prospettive per il dopo? Con chi posso parlarne? Come posso adoperarmi? Chi mi può accompagnare nel percorso?
Il silenzio nei dpcm è emblematico, portatrice di un significato univoco: siete grandi, potete cavarvela da soli.
So per certo che molti pensano che le nostre siano solo lamentele, che questa cosa della reclusione da lockdown e da sessione insieme (che si protrae da quasi un anno) sia troppo esasperata: in fondo, poco male, abbiamo avuto più tempo per studiare.
A partire da marzo dell'anno scorso, mi sono sentita parte della comunità universitaria come non mai, ho percepito la vicinanza emotiva dei professori, in loro ho visto una fatica speculare alla mia, a quella di noi studenti. Si sentiva in ogni "Teniamo duro, ragazzi", detto al termine della lezione alle icone di Teams dietro alle quali c'eravamo tutti noi.
Ma questo straordinario regime di umanità (sfatiamo un mito: umanità apprezzata senza aver mai preteso - né, giustamente, avuto - sconti di pena agli esami) è stato una piccola oasi nel deserto. Nel deserto di un Ministero dell'Università che non ha aperto dei ragionamenti sugli studenti, sulle difficoltà dei tesisti, sui tirocinanti, sui dottorandi, sulle abilitazioni, sulle tasse universitarie, sui tempi della vita accademica.
Posso permettermi di essere molto emotiva e, di tecnico, tenere solo dei richiami a problemi di cui, quasi esclusivamente, si sono fatte parti istanti le associazioni studentesche (non sempre, tra l'altro, ottenendo risposte).
Quando completeremo la transizione dal mondo universitario a quello post-universitario, entrambi onirici e virtuali, ci renderemo conto che ci manca un pezzo di percorso: questo, però, accomunerà tutti.
A noi rimarrà l'amaro in bocca tipico di tutte quelle categorie sociali che, nel corso della pandemia sono state ritenute perfettamente in grado di cavarsela da sé. Si renderanno conto che non è del tutto vero; noi l'abbiamo già capito». (LC)
«Da quando è iniziata la pandemia, la situazione per noi universitari è precipitata esponenzialmente. Siamo stati costretti a passare ore e ore davanti a degli schermi, con dei docenti non del tutto preparati per la DAD; ora va un po’ meglio su questo fronte. Alcuni docenti non indicono alcun ricevimento, seguiamo dei corsi senza avere modo di esporre i nostri dubbi, le videochiamate possono essere utili, ma dopo 6/8 ore di videolezione ogni giorno, il fine settimana è pesante aggiungere anche le videochiamate. La cosa più assurda è che da subito tutti hanno continuato a pensare al mondo universitario come fosse prima, sia per quanto riguarda le lezioni che gli esami, ma non è così. Molti studenti sono stati rallentati da questa pandemia, ci sono persone che da quasi un anno cercano di laurearsi, figuriamoci la ricerca di un lavoro. Il Ministro è stato da sempre assente, e tutto questo è vergognoso. Chiediamo a gran voce di essere ascoltati e tutelati. Troppi ragazzi e ragazze stanno soffrendo per questo periodo».
(Marco)
«Sono al secondo anno di università e devo dire che il primo periodo di DAD Marzo-Maggio non è andato così male, vista l'eccezionalità che la pandemia ha portato con sé ho accettato di buon grado la situazione con la speranza che in settembre sarebbe poi migliorata. In effetti è migliorata, anche se per poco, qualche lezione in presenza e il resto da casa, abitando a due ora di treno da Milano, ho potuto andarci una sola volta, poco male almeno ci sono andato. Credo che la tragicità della situazione l'abbia percepita proprio da settembre, perché da studente mi sono sentito dimenticato e piuttosto solo, poche direttive e navigazione a vista su una tavoletta di legno. La sensazione che è passata, o quantomeno quella che ho percepito, è stata di completo abbandono, non solamente di noi studenti (siamo più di 1 milione!) ma dell'Università intera, non immagino neanche il lavoro che hanno dovuto fare i rettori e tutti gli organi universitari. Ho vissuto abbastanza male questo semestre proprio perché non sembra ci sia una linea chiara da seguire in questo mondo chiamato "Università". Bisogna però ringraziare infinitamente i docenti perché sono stati magnifici in questi mesi, molto disponibili, attenti e comprensivi del disagio vissuto da noi e loro perché non deve essere stato facile insegnare in queste condizioni, mal comune mezzo gaudio. Spero di tornare presto a riassaporare la socialità tra i banchi che tanto manca».(Mattia)