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Attualità
gennaio, 2021

Quante morti ci è costato puntare sulla sanità privata e danneggiare quella pubblica

Per rispettare i parametri europei, molti Stati hanno tagliato le spese sanitarie incentivando invece le strutture private. In Italia si sono persi il 13 per cento dei posti leto per le cure urgenti dal 2010 al 2015. Ecco cosa emerge dallo studio della ong Corporate Europe Observatory, che monitora le azioni delle lobby di Bruxelles

L'eccessiva privatizzazione del mercato della saluta porta morte. La pandemia del Covid-19 lo ha dimostrato senza possibilità di appello, a partire dalla Lombardia, la regione europea dove tutto è cominciato. È questa la sintesi di un rapporto di Corporate Europe Observatory, o Ceo, l'ong europea che indaga sull'operato delle lobby a Bruxelles, e che mette in guardia anche sui tagli alla spesa pubblica che la Commissione europea ha chiesto agli stati negli anni della Grande Crisi e che potrebbe chiedere di nuovo per ripagare i debiti accumulati con la pandemia.

«È essenziale che l'Unione europea metta fine alle sue politiche neoliberali che sono sfociate in dannosi tagli dei budget e che hanno messo pressione per privatizzare e commercializzare i sistemi di salute pubblica e di cura degli anziani, indebolendo la risposta europea alla pandemia», dice Oliver Hoedman, il ricercatore responsabile del rapporto.

Nella scorsa decade per rispettare i parametri economici imposti dalla Ue, i 27 sono stati spinti a tagliare la spesa pubblica, tra cui le voci relative alla sanità. Su richiesta delle istituzioni europee, in Italia il numero dei letti per le cure urgenti è calato del 13 per cento tra il 2010 e il 2015. Non solo. Mentre a dieci anni dalla Grande crisi l'Italia si ritrovava con un terzo dei letti di prima, la Germania raddoppiava le sue spese in sanità pubblica, trovandosi nel 2020 più preparata all'appuntamento con l'emergenza. Negli stessi anni, parte delle vecchie risorse destinate al pubblico sono state dirottate nel privato che, per definizione, ha come obiettivo non il bene comune ma l'utile. Operando secondo una logica di massimizzazione del profitto, le istituzioni sanitarie private si sono concentrate in servizi con minore rischio e con pazienti paganti, lasciando alle istituzioni pubbliche, sempre più a corto di fondi pubblici, le cure a maggior rischio e i pazienti meno benestanti.

L'esempio utilizzato a Bruxelles è oramai quello della regione più ricca d'Italia, la Lombardia. Le immagini dei camion dell'esercito che trasportano le bare sono ancora vivide. Qui, nel giro di un decennio, tra il 2010 e il 2020, le strutture sanitarie private sono passate dal ricevere il 30 percento dei fondi pubblici italiani a oltre il 50 per cento per occuparsi, con i soldi dei contribuenti, dei pazienti privi di assicurazione. Hanno finito per sottrarre alla sanità pubblica quei miliardi indispensabili per la presa in carico dei pazienti al di fuori degli ospedali ma, con l'esplodere del Covid, gli ospedali sono stati per tutti l'unico luogo a cui rivolgersi. Peccato che fossero oramai a corto di letti, finiti nelle cliniche private.

In Italia, più in generale, il numero dei letti in terapia acuta (che include l'intensiva) è sceso da 7 per mille abitanti nel 1990 a 2,6 nel 2015. Dei 5300 letti in terapia intensiva disponibili solo 800 erano in ospedali privati, circa il 15 per cento del totale, un numero troppo basso per reagire in caso di emergenza. Così con pazienti Covid e non Covid mescolati insieme, gli ospedali pubblici sono diventati velocemente focolai di infezione, poi trasmessa alle case di cura quando vi hanno inviato i pazienti che non potevano ospitare. Il tutto perché il pubblico aveva abdicato al suo fondamentale ruolo non profit, impossibile per un operatore privato: quello di spendere soldi per preparasi alle emergenze nella speranza che non accadano mai.

A Bruxelles, che oggi parla chiaramente della necessità di creazione di una “sanità europea” senza specificarne però i contorni, una lobby molto potente ma poco nota al di fuori degli esperti ai lavori, l'Unione europea degli ospedali privati (UEHP), da anni chiede alla Commissione di promuovere un mercato interno nel campo della salute, sostenendo che gli ospedali privati siano più efficienti di quelli pubblici. Ma a negare questa asserzione è già un rapporto dell'Ocse del 2019 che sottolinea come, ad esempio, gli Stati Uniti spendano per il loro sistema sanitario, quasi interamente privatizzato, circa il 17 per cento del Pil, quasi il doppio della spesa europea e oltre un terzo di quella della Germania, il Paese europeo che investe di più in sanità.

Ovvero: un sistema sanitario privato è più costoso non solo per gli utilizzatori ma anche per gli stati che lo sovvenzionano con risorse pubbliche, nonostante la retorica messa in campo dalle lobby degli ospedali privati soprattutto in questi mesi di pandemia. E non è un caso, sottolinea Ceo, che il secondo Paese inizialmente più colpito dalla pandemia, la Spagna, non fosse preparato a farvi fronte. Tra il 2009 e il 2018, nonostante una crescita dell'8,6 per cento del suo Pil, ha visto la spesa sanitaria tagliata dell'11,2 per cento, con una parte delle risorse dirottate verso il settore privato. Eppure, nonostante il supporto della Commissione europea per i cosiddetti PPP, gli accordi tra pubblico e privato in campo sanitario, già nel 2018 la Corte dei Conti europea aveva pubblicato un rapporto intitolato “Partnership pubbliche e private nella Ue: difetti estesi e benefici limitati”, in cui, considerato lo sperpero di danaro pubblico, suggeriva di cessare la promozione di un maggiore uso di tali accordi di cui la Gran Bretagna è stata pioniera.

Lo sguardo è ora rivolto al dopo pandemia, quando gli Stati dovranno tornare a rispettare le regole del budget comune. Un altro giro di tagli ai bilanci della sanità pubblica potrebbe rendere l'Europa completamente inerme di fronte alla prossima emergenza sanitaria. 

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