One Health, ovvero benessere senza aggettivi. Non è solo una questione di clima se il Pnrr ha previsto una fetta consistente di investimenti per gli habitat: riqualificare le aree metropolitane e piantare alberi significa offrire beneficio all’ambiente e a tutti gli esseri viventi. «La salute dell’uomo è legata indissolubilmente a quella degli animali e dell’ecosistema. Si tratta di una visione ampia, uno sforzo collaborativo tra più discipline per cogliere la complessità delle relazioni tra organismi e il mondo inanimato, per garantire la salute globale», spiega Umberto Agrimi, direttore del dipartimento di Sicurezza alimentare, nutrizione e sanità pubblica veterinaria dell’Istituto superiore di sanità. La pandemia da Covid-19 ha confermato il valore universale della salute e la sua natura di bene pubblico fondamentale. Ma ha anche mostrato come il benessere dell’uomo dipenda da quello degli ecosistemi, soprattutto se, come sembra, Sars-CoV-2 si è originato da un salto di specie.
Non è un caso, quindi, che nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, sia presentata la necessità di costruire «un nuovo assetto istituzionale per la prevenzione in ambito sanitario, ambientale e climatico». Un approccio One Health, unico, globale, integrato alla salute del pianeta che si riflette anche nella promessa di investimenti per 330 milioni di euro per piantare 6,6 milioni di alberi, realizzare 6.600 ettari di nuove foreste, preservare e valorizzare la biodiversità locale con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita e dell’aria in 14 città metropolitane. Secondo la timeline, entro il prossimo dicembre dovrebbe essere adottato un piano di forestazione urbana in linea con gli obiettivi della legge sul clima del 2019 ed entro il 2022 saranno piantati i primi 1,7 milioni alberi. Non è ancora chiaro, però, che specie di alberi verranno piantati, secondo quali criteri, dove saranno e se esistono abbastanza aree adatte a ospitare le nuove piantumazioni e se le risorse economiche a disposizione saranno sufficienti anche a gestire e manutenere i nuovi alberi.
Una strategia nazionale per il settore forestale esiste, si basa sulle politiche e sulle direttive elaborate dall’Unione europea, e durante la pandemia è stata completata la fase della consultazione pubblica ma non sono ancora pronti i decreti attuativi, necessari affinché possa essere operativa.
Per Severino Romano, professore ordinario di Economia forestale presso l’università degli studi della Basilicata, nel Pnrr manca anche lo stanziamento di risorse per la tutela e la gestione del patrimonio forestale che già abbiamo: 11 mila ettari, più del 30 per cento del territorio nazionale, che soprattutto nelle aree interne, quelle in cui le foreste si sono spontaneamente appropriate dei territori agricoli abbandonati, sono trascurate. «Non ci sono dati puntuali che descrivono il nostro patrimonio forestale. Con il Pnrr sarebbe stata buona cosa finanziare anche questo tipo di conoscenza perché è indispensabile per pianificare e elaborare strategie efficienti per la riqualificazione dei territori, fermare lo spopolamento, promuovere lo sviluppo», spiega Romano.
La pandemia è stata la scintilla che ha portato all’attenzione di tutti il rischio per l’uomo di contrarre malattie trasmesse dal mondo animale «è importante curare i sintomi ma anche prevenire che si diffondano. Le zoonosi esistono da sempre», spiega Nicola D’Alterio, direttore generale dell’Istituto zooprofilattico sperimentale dell’Abruzzo e del Molise. Focolai e epidemie hanno sfidato l’esistenza umana nel corso della storia, influenzato l’economia, la cultura e la società, ucciso leader e fatto cadere imperi. Ma negli ultimi decenni qualcosa è cambiato: oggi, circa il 75 per cento delle malattie emergenti riconosciute nell’uomo è di origine zoonotica, secondo l’Istituto superiore di sanità. Gli agenti responsabili possono essere batteri, parassiti, prioni o virus come nel caso del Covid-19 o dell’influenza aviaria, suina, dell’Aids, della Spagnola, della Sars, dell’Ebola e di altre. Circa 2,5 miliardi di persone sono infettate da malattie zoonotiche ogni anno e secondo i dati dei Cds statunitensi, centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, ne muoiono 2,7 milioni.
«Le cause sono difficili da accertare ma, mentre anni fa si pensava che maggiore fosse la biodiversità, più alto potesse essere il rischio di contatto tra uomo e animale, oggi sappiamo che sono la perdita e la frammentazione degli habitat che accrescono il pericolo di zoonosi e, quindi, dello scoppio di nuove epidemie. Le specie che si estinguono o che si riducono in seguito all’alterazione degli ecosistemi, vengono sostituite da altre che sopravvivono e si moltiplicano al loro posto. Di solito, a resistere sono quelle che hanno maggior successo nell’adattarsi agli ambienti modificati dall’uomo, come i roditori e i pipistrelli, che potenzialmente ospitano i patogeni più dannosi per noi. Nelle comunità ecologiche integre, infatti, diminuisce il rischio di salto di specie, o spillover, dell’agente patogeno dall’animale all’uomo», spiega Piero Genovesi, responsabile del servizio per il coordinamento della fauna selvatica di Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.
La crescita demografica, la globalizzazione e le conseguenze che queste hanno inevitabilmente sull’ambiente, portano a un impoverimento della biodiversità, cioè a un calo nella varietà e nella variabilità tra organismi viventi e complessi ecologici in cui vivono. Questo influenza il rischio di emergenza, esposizione e trasmissione di malattie infettive nelle piante e negli animali, incluso l’uomo, perché le malattie infettive derivano da interazioni tra le specie. Così emerge dallo studio “Impatti della biodiversità sull’emergenza e la trasmissione delle malattie infettive” pubblicato dalla rivista scientifica Nature nel 2010, mentre è di due anni dopo il saggio “Spillover” in cui lo scrittore statunitense David Quammen sembra quasi aver previsto lo scoppio del Covid-19 e sottolinea la responsabilità dell’uomo nella diffusione delle epidemie. Ipotesi ripresa e approfondita in numerose ricerche recenti, alcune delle quali sono anche in grado di supporre le aree di mondo in cui lo scoppio di una nuova pandemia sarebbe più probabile.
«L’effetto dell’uomo sull’ambiente non si manifesta solo attraverso la distruzione degli habitat, come avviene con la deforestazione e con la costruzione di insediamenti umani e infrastrutture, ma anche attraverso l’alterazione del clima. Anche questo porta alcune specie ad aumentare a scapito di altre», conclude Genovesi. Gli esseri umani hanno permesso alle zecche e alle zanzare, portatrici di malattie, di espandersi in zone in cui prima non c’erano. Come la zanzara Tigre che è arrivata dall’Asia in Europa, trasportata su un carico di pneumatici e ha trovato le condizioni adatte per proliferare, portando con se nuovi virus che hanno creato una serie di outbreak di patologie. Per Lorenzo Ciccarese, responsabile dell’area per la conservazione delle specie e degli habitat e per la gestione sostenibile delle aree agricole e forestali di Ispra, «la distruzione e la degradazione degli habitat naturali, per intervento umano diretto e come conseguenza del cambiamento climatico, aumenta le occasioni di contatto tra uomo e animali portatori di potenziali patogeni, per questo è necessario compiere azioni congiunte che puntino a risolvere sia la perdita di biodiversità sia a mitigare gli effetti del climate change: la forestazione urbana è una di queste».