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Attualità
aprile, 2021

Riaprire i cinema non basta: per riportare la gente in sala ci vogliono strategie nuove

Arrivano nuovi film blockbuster ma per battere le piattaforme di streaming e far tornare il pubblico bisogna puntare su nuove idee. Come dimostrano le esperienze indipendenti che si sono dimostrate più efficaci a combattere una crisi iniziata ben prima del lockdown

Sarà un caso, sarà una metafora beffarda, ma parlando della riapertura dei cinema i nomi citati più spesso sono quelli di due vecchie glorie. Il buon Godzilla e il caro King Kong. Il lucertolone nipponico nato dalle radiazioni nucleari e lo scimmione che nel 1933 si arrampicava in cima all’Empire State Building, fondando una mitologia a prova di politically correct, sono infatti al centro di un ennesimo ritorno, “Godzilla Vs. Kong”, che ha lasciato di stucco gli addetti ai lavori di mezzo mondo. E non per la violenza della lotta ma per la potenza degli incassi conseguiti, attenzione, uscendo in contemporanea nei cinema Usa (ma anche in Spagna) e sulle piattaforme. Con risultati record a dispetto di una simultaneità che fino a ieri era vista più o meno come l’Anticristo.

Lo scontro a lieto fine fra il drago orientale e il gorilla afro-hollywoodiano è infatti la prova provata che allora si può. Si possono far uscire i titoli al cinema e in streaming senza temere catastrofi. Si possono usare le piattaforme per integrare l’offerta delle sale e non per ucciderla. Insomma si può affrontare di slancio questa riapertura improvvisa dei cinema che ha spiazzato un po’ tutti. Tanto che non tutte le sale riapriranno subito e accanto a un pugno di titoli inediti come “Minari”, il film coreano-americano rivelazione agli Oscar, il Leone d’oro veneziano “Nomadland” (non a caso in contemporanea su Disney Plus) e il francese “Due” dell’italiano Filippo Meneghetti, molti preferiranno mandare in avanscoperta film già usciti in streaming, spesso molto belli, come “Mank”, “Apples” o “Pieces of a Woman”, sicuramente graditi al pubblico più esigente. Per modulare la ripartenza con titoli più commerciali, dal nuovo Woody Allen, “Rifkin’s Festival”, a “Crudelia”, quando tornerà in massa anche il grande pubblico. Che al momento è la vera incognita: mentre gli appassionati, e le sale che da sempre coltivano con amore e pazienza quel tipo di spettatori saranno al centro della ripresa, su questo sono tutti d’accordo.


«Una cosa è certa: non possiamo permetterci una falsa ripartenza», sintetizza Luigi Lonigro, presidente dei distributori riuniti nell’Anica. «Inutile girarci intorno: tutti debbono gettare il cuore oltre l’ostacolo, ovvero riaprire più sale possibile con più film possibile», gli fa eco Nicola Maccanico, appena passato da Sky e Vision a nuovo ad di Cinecittà Studios. «L’essenziale è riportare la gente in sala», ribadisce Elisabetta Costa di Circuito Cinema Genova, che nel capoluogo ligure programma sei locali tra cui il Sivori (come l’allievo di Paganini, non come il calciatore), il cinema più antico d’Italia, aperto dal tempo dei fratelli Lumière. Simbolo dell’anello più fragile e insieme decisivo della catena. Perché se cedono le sale, l’unica realtà in grado di dare davvero valore al “prodotto”, come molti operatori chiamano i film, crolla tutto. Ma quanti si stanno attrezzando veramente?


La situazione è in fermento perché già da prima della pandemia non si viveva di soli biglietti e le sale più attive lavorano con le scuole, ospitano incontri e eventi dal vivo, organizzano laboratori e spettacoli, soprattutto «sfruttano sempre più intensamente le opportunità offerte dal digitale» dice Gabriele D’Andrea di Lucky Red, «magari diffondendo in streaming gli eventi live organizzati città per città, sempre di grande richiamo». Ma emergono anche contraddizioni vecchie e nuove. Come denunciato già all’inizio del lockdown dall’appello di un folto gruppo di esercenti indipendenti, quelli che molto spesso assicurano la sopravvivenza della settima arte in Italia facendo una politica di comunità spesso ignota ai grandi circuiti. E come ribadito di recente da una lettera aperta al ministro della Cultura Dario Franceschini pubblicata da Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera che ha provocato diversi mal di pancia nell’ambiente.


Del resto «le regole del gioco le fanno sempre i soliti noti e sono cucite addosso agli interessi dei grandi, mettendo in un angolo i marchi più piccoli», dice Claudia Bedogni di Satine Film, al suo attivo gemme come “Alabama Monroe” o il più recente “A Quiet Passion”, Emily Dickinson raccontata da Terence Davies, un film non facile ma «visto da 80.000 spettatori in sala, perché noi viviamo di sala, se dessi i film alle piattaforme avrei chiuso da un pezzo». Ma è davvero così o «sono le regole del mercato», come rispondono in coro i distributori dei marchi più forti? È vero che «funziona così in ogni settore. Qualsiasi cosa tu proponga, se non investi cifre adeguate in promozione chi poi vende al dettaglio preferisce prodotti più garantiti».

Ma bisogna chiedersi perché i film, prodotti a forte valenza culturale, dovrebbero funzionare come qualsiasi altra merce. Invocare come arbitro supremo la legge del mercato significa equiparare i grandi blockbuster, che possono spendere cifre sempre più vertiginose in comunicazione, a titoli più fragili ma preziosi che in Italia ormai pochi osano distribuire. Anche se, con paradosso solo apparente, saranno proprio questi film, e i tanti cinema indipendenti sparsi per l’Italia, i primi a riaccendere il desiderio di cinema soffocato da mesi.
«A me andrebbe bene anche se dovessi occupare solo un terzo dei posti, lo spettatore d’essai viene lo stesso», sintetizza Fabio Amadei del Farnese, antica e assai frequentata sala romana. Ma è in provincia che si trovano le realtà più sorprendenti. Come il Postmodernissimo di Perugia, 3 schermi da 160, 54 e 30 posti nati sulle ceneri di un locale storico con una trionfale operazione di azionariato popolare nel 2014, mentre nel resto d’Italia i cinema chiudevano a mazzi. Un esempio così virtuoso di rapporto con il territorio che ha vinto premi europei e continua a sfornare invenzioni. Come l’arena mobile che l’estate scorsa si spostava ogni settimana in un quartiere diverso, con successo clamoroso.
Sono esperimenti come il Postmodernissimo a disegnare un possibile futuro: sale aperte anche a teatro e concerti, prezzi variabili, film in originale con sottitoli a prezzo ridotto (ampiamente compensato dal boom delle presenze) tutti i mercoledì, «fosse anche Natale». Anche se il titolare Giacomo Caldarelli è molto chiaro al riguardo: «I nostri sono mondi diversi. Ci possiamo permettere certe cose proprio perché lavoriamo sul lungo periodo e il nostro rapporto col territorio garantisce aiuti e disponibilità a prezzi non di mercato. Per la Major che deve spremere tutto l’incasso in 3 settimane perché poi ha un altro titolo da lanciare è diverso. Lo diceva già Calvino: “Di una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”. Ecco, noi lavoriamo su questo. Sulla rigenerazione urbana. Viene Moretti a presentare “Caro Diario” restaurato e la gente fa la fila. Ma se cambi scala salta tutto. Vuoi “Tenet”, poniamo? Ti chiedono di tenerlo minimo 5 settimane, e noi non possiamo. Oppure chiedono un tot fisso sul biglietto, quale che sia il suo prezzo. Non è legale, dicono le associazioni di categoria. Ma tanto succede lo stesso, la questione mi è venuta a noia». Meglio consolarsi facendo il tutto esaurito con autori come Tarkovski e Bela Tarr, noblesse oblige.


E chissà cosa accadrà quando a Roma, forse prima dell’estate, aprirà finalmente il Cinema Troisi, la sala restaurata dai Ragazzi del Cinema America a due passi dallo storico Sacher di Moretti. Un’operazione che ha tutti gli occhi addosso ma sulla carta potrebbe dare una scossa a una piazza complicata e non sempre dinamicissima come quella romana: un solo schermo gigante per 300 posti; un’aula studio, gratuita, con 48 postazioni al chiuso coperte da wifi (grazie a Tim) con 10 laptop disponibili; un terrazzo esterno da 30 posti; biblioteca e videoteca aperte 24 ore al giorno 365 giorni l’anno «per attrarre chi non va più al cinema o magari non c’è mai andato», come spiega il leader dell’associazione Valerio Carocci. Il digitale come “esca” per convertire gli infedeli a un culto novecentesco che una volta viaggiava su pellicola. Sarà questo a segnare il punto d’incontro fra “mondi diversi”? In fondo anche il cinema è una nicchia ecologica e come tutti gli ambienti si regge sulla biodiversità. Più specie convivono e più vitale è la nicchia. Godzilla e King Kong piacciono a tutti. Ma non esistono solo loro.

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