C’è chi spera nei russi. «Tempo qualche mese e il gas targato Mosca tornerà a scorrere abbondante verso l’Europa», si sente ripetere come un mantra rassicurante nelle sale trading delle borse energetiche. Insomma, Vladimir Putin come Babbo Natale, ultima speranza per risolvere una crisi che ha pochi precedenti sul mercato. Una crisi che rischia di soffocare sul nascere la ripresa industriale dopo il crollo provocato dal Covid-19.
Succede che da marzo di quest’anno è più che triplicato il prezzo del gas naturale, la materia prima con cui si producono quasi i due terzi dell’energia elettrica consumata in Italia. Dai 18 euro circa per megawattora di inizio primavera siamo arrivati a oltre 60 euro nella terza settimana di settembre. Non vale il confronto con i mesi della pandemia, quando per mancanza di domanda la quotazione precipitò fino a cinque-sei euro, ma anche rispetto ai valori correnti nel 2018 e nel 2019 il rialzo registrato in questi giorni supera il 100 per cento.
Com’era prevedibile, gli effetti di questa impennata si faranno sentire sulle bollette dell’elettricità. Il ministro della Transizione energetica, Roberto Cingolani, ha annunciato che nell’ultimo trimestre dell’anno il rincaro per le famiglie toccherà il 40 per cento. Tra le aziende, invece, i settori più colpiti saranno quelli con processi produttivi ad alto consumo di energia. Non per niente, già qualche settimana fa sono partiti i primi allarmi, con implicita richiesta di soccorso al governo, da parte, per esempio, di cartiere e produttori di ceramica. Problemi in vista anche per l’industria siderurgica e perfino l’associazione dei panificatori ha messo le mani avanti sugli aumenti prossimi venturi nei listini della categoria.
Non è solo questione di gas. In questi mesi hanno messo il turbo anche le quotazioni dei cosiddetti «permessi di inquinare», che i produttori di energia devono comprare per compensare le proprie emissioni di CO2. La speculazione finanziaria si è accanita su questi particolari titoli, scommettendo su nuovi prossimi rialzi per via delle restrizioni varate da Bruxelles, che punta a ridurre del 55 per cento entro il 2030 le emissioni di CO2 nell’Unione europea. In prospettiva, quindi, inquinare costerà di più, ma le imprese produttrici di energia devono far fronte da subito a nuovi oneri per acquistare certificati verdi a prezzi in continuo aumento. Questi costi vengono infine scaricati nelle bollette dei consumatori, famiglie e imprese.
Il doppio rincaro, gas e CO2, ha riacceso il fronte polemico nei confronti della Ue, colpevole secondo molti commentatori di aver fissato ambiziosi obiettivi in campo ambientale senza valutare le ricadute a breve termine di questa politica. Le decisioni di Bruxelles hanno infatti contribuito a rendere meno conveniente convertire le centrali elettriche all’alimentazione a gas, diventato troppo costoso, abbandonando il vecchio e più inquinante carbone, che pure ha fatto segnare forti incrementi di prezzo. Di questo passo, quindi, diventerà sempre più difficile raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati dalla Ue. Se questo è lo scenario che si profila per i prossimi anni, è facile immaginare che anche i permessi di inquinare faranno segnare nuovi rialzi, perché saranno più numerosi i produttori di energia che dovranno comprarli per compensare l’incremento delle loro emissioni. L’aumento delle quotazioni attirerà gli investitori finanziari che a loro volta alimenteranno una nuova crescita dei prezzi. È un circolo vizioso di cui al momento non si vede la fine e, paradossalmente, è stata proprio la politica europea a innescarlo.
A fare le spese di questa situazione rischia di essere l’ambiente, perché l’addio ai combustibili fossili si perde nelle nebbie di un futuro lontano e pieno di incognite. Tutto il contrario di quanto previsto e pianificato dalla Ue.
«L’Unione ha fatto gravi errori di valutazione politica e commerciale», attacca Massimo Nicolazzi, manager con decenni di esperienza nel settore petrolifero, autore di saggi sulle dinamiche geopolitiche dell’energia. Spiega Nicolazzi: «L’Europa vuol fare a meno del gas, come di tutte le altre fonti inquinanti, ma non può ancora contare su alternative valide, a cominciare dalle rinnovabili. I russi questo lo sanno bene e quindi, approfittando della loro posizione di forza sul mercato, tirano il freno sulle forniture innescando l’aumento dei prezzi». Bruxelles, da parte sua, ha finora respinto al mittente questo tipo di critiche. Martedì 14 settembre, per difendere il fortino europeo è sceso in campo Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue. «Solo un quinto dell’attuale aumento dei prezzi dell’energia può essere attribuito alla crescita del prezzo della CO2, il resto è una conseguenza delle carenze del mercato», ha detto in un intervento all’Europarlamento.
L’onda lunga dei rialzi è partita all’inizio dell’anno dall’estremo Oriente che ha assorbito parte delle forniture di gas liquefatto (Gnl) tradizionalmente dirette verso il Vecchio Continente. Nel frattempo, con la Norvegia impegnata in lavori di manutenzione degli impianti, anche i flussi dal nord si sono ridotti. Siamo così arrivati ai mesi estivi, quando di solito in Europa si compra gas per lo stoccaggio in vista dell’inverno. La domanda in crescita è però andata a incrociare un’offerta in fase calante con il risultato che molti Paesi faticano a incrementare le riserve per la stagione fredda. Sul prezzo finale pesa anche un onere supplementare a carico esclusivo dell’Italia, su cui alcuni partner Ue, Germania in testa, riescono a scaricare i loro costi di trasporto. «Il governo ha un’occasione unica di risolvere questa distorsione con il nuovo pacchetto gas da negoziare a Bruxelles, spiega Massimo Beccarello, professore di Economia dell’Ambiente dell’Università di Milano Bicocca. In caso contrario, dice Beccarello, «il prezzo italiano del gas resterà indicizzato al costo tedesco più oneri di trasporto con gravi effetti sulla competitività dell’economia italiana». Va detto che vista da Roma la situazione appare per il momento meno preoccupante, dato che i depositi dislocati nella Penisola, forti di una capacità complessiva di 13 miliardi di metri cubi, al momento sono pieni all’80 per cento, contro il 55 per cento circa degli stoccaggi tedeschi. Tra l’altro, a partire dal novembre scorso, il nostro Paese può contare anche sui flussi supplementari (finora circa 4 miliardi di metri cubi) in arrivo attraverso il Tap, il gasdotto a lungo contestato dagli ambientalisti che unisce Puglia e Turchia.
In generale, comunque, l’Europa ha una gran fame di gas. Il fatto è che la Russia, il più importante fornitore anche dell’Italia (circa 40 per cento del fabbisogno), al momento non sembra disposta a far fronte alle richieste dei suoi tradizionali clienti. Sulle relazioni con Mosca pesa la questione del Nord Stream 2, il nuovo gasdotto che attraverso il Baltico può portare in Germania e da qui nel resto del continente fino a 55 miliardi di gas all’anno, tagliando fuori la rotta attraverso l’Ucraina. Il progetto è stato a lungo osteggiato dagli Stati Uniti, ma lo stop americano è in parte venuto meno nel luglio scorso quando la nuova amministrazione Usa ha trovato un’intesa con Berlino.
Così, il 10 settembre scorso, Gazprom, il principale operatore russo del settore, ha annunciato il completamento di un’infrastruttura che secondo i critici aumenta la dipendenza europea dalla Russia. I giochi però non sono ancora fatti. Il Nord Stream 2 entrerà in funzione non prima di qualche settimana e Gazprom si è già affrettata a precisare che per ora non intende aumentare le forniture. Al massimo verranno dirottati sul Baltico flussi che transitano altrove. Nessuna tregua, quindi, e prezzi ancora in aumento. Di questo passo l’inverno potrebbe essere molto caldo sul fronte del gas. E per una volta non c’entra il clima che cambia.