I teorici ricordano che l'impatto culturale di un evento è ciò che distingue una terribile tragedia da un evento epocale. Così, la presa della Bastiglia, ad esempio, fu un evento epocale anche per aver a perto la strada a un secolo di romanticismo. Ma per misurare l'impatto culturale di un fatto, servono tempi lunghi. Basti pensare che Remarque scrisse 'Niente di nuovo sul fronte occidentale' 11 anni dopo la grande guerra o che 'Comma 22' di Heller è uscito 16 anni dopo la Seconda guerra mondiale. Al suo quattordicesimo romanzo, DeLillo è l'autore giusto per questa impresa perché è un magnifico stilista dell'inglese-americano, e uno scrittore capace di raccontare con precisione oltre che l'American way of life, la particolare prospettiva degli americani sul mondo. Non poteva quindi tirarsi indietro dalla sfida di romanzare l'evento che ha definito il passaggio dal XX al XXI secolo. E lo ha fatto, come lo sa fare solo lui: descrivendo microstorie che tracciano il modo in cui le conseguenze di una tragica mattina hanno ridisegnato relazioni personali, paesaggi mentali, assetti politici e percezioni del mondo.
In 'Giocatori' scritto nel 1977, il protagonista lavorava nelle, allora nuove, Twin Towers. Ventiquattro anni dopo, l'eroe di 'Falling Man', Keith Neudecker lavora nelle stesse torri, e quella mattina di settembre riesce a uscirne vivo. È un miracolato, un Lazzaro post-moderno il cui sestante emotivo è andato in tilt. Mentre il World Trade Center è ridotto in macerie fumanti, Keith si trova per strada coperto di cenere, vetro e sangue. Per sapere come è uscito dal grattacielo, dobbiamo aspettare una sequenza memorabile che l'autore colloca a conclusione del romanzo. Con una mano stretta attorno a una ventiquattr'ore non sua, Keith comincia a camminare fino a che l'istinto lo porta all'appartamento dove vivono l'ex moglie Lianne e il figlio Justin. Non sappiamo perché sia tornato da Lianne, ne perché lei lo accolga, ma lo shock delle circostanze della sua riapparizione investe in ugual misura i tre personaggi.
Keith e Lianne non ricuciono niente, semplicemente riprendono a vivere uno accanto all'altro in uno stato di semi-incoscienza. Il cursore di DeLillo scivola veloce dalla solidarietà, all'amicizia fino al sesso e alla possibilità dell'amore. Progressivamente lei sviluppa una fobia per tutto ciò che sa di Medioriente, mentre lui abbandona la sicurezza del suo studio legale per diventare un professionista del poker. Justin, il figlio, apparentemente continua la sua vita di ragazzino, ma il suo gioco segreto, praticato con gli amici, diventa aspettare l'arrivo di aerei con un cannocchiale puntato verso il cielo sopra New York.
A ognuno dei personaggi minori è riservato un ritratto psicologico dalla precisione del laser, a partire da Nina, la madre di Lianne che ha sempre visto negativamente la sua unione con Keith. Nina è una elegante professoressa in pensione che vive in un appartamento sulla Upper East Side tappezzato di nature morte di Morandi e bronzi d'autore. "Era pallida e magra, sua madre, dopo l'operazione al ginocchio. Era vecchia in maniera risoluta e finale. A quanto pare questo è quel che voleva; essere vecchia e stanca, cingere la vecchiaia, accoglierla, circondarsi di essa". E poi ancora, i malati di Alzheimer assistiti da Lianne, gli incalliti giocatori di poker, e il proprietario della ventiquattr'ore che Keith si è trovato tra le mani. Tutti personaggi i cui affanni, gioie e dolori aiutano DeLillo a stabilire la connessione tra eventi privati, contesto storico e metastorico.
La scelta narrativa più ardita DeLillo la compie intersecando alle vicende di Keith e Lianne quella di Hammad, un dirottatore iracheno costruito su personaggi ed eventi reali. Facciamo un passo indietro. A dicembre del 2001, DeLillo fu tra i primi e più lucidi intellettuali a discutere pubblicamente il gesto dei terroristi islamici. Nel suo saggio, 'Ruins of the Future', apparso su 'Harper's' (in italiano nel volume Einaudi 'Undici settembre. Contronarrazioni americane') diventato un classico, scriveva: "Tutto è cambiato dopo l'11 settembre. Oggi, la narrazione del mondo appartiene ai terroristi. L'obiettivo principale degli uomini che hanno attaccato il Pentagono e il World Trade Center non era l'economia globale. È l'America che ha scatenato la loro furia. È stata la superficie patinata della nostra modernità. Il potere della nostra tecnologia. Il nostro presunto ateismo. Il potere della cultura americana di penetrare attraverso ogni parete, casa, vita e mente. La risposta del terrore è una narrazione che si è sviluppata negli anni e solo ora diventa ineluttabile". Quel saggio fornisce lo scheletro teorico, spesso vicino alle teorie esposte da Baudrillard in 'Lo spirito del terrorismo', su cui è costruito 'Falling Man'. E per questo era essenziale il punto di vista di un terrorista.
Qui vive nella cittadina di Nokomis, dove frequenta un corso per piloti d'aereo con Atta e altri. La decisione è stata presa, la barba rasata, l'indottrinamento completato, eppure continua a chiedersi: "Ma un uomo deve uccidersi per contare qualcosa nel mondo, per essere qualcuno, per trovare la strada?". Dubbi rimossi da poche battute di Atta: "Stiamo trovando la strada che è stata scelta in precedenza per noi". I momenti finali di Hammad, a bordo di uno degli aerei che si schianta sul World Trade Center, segnano il punto d'incontro tra il suo gesto inaudito e l'esistenza ordinaria di Keith, che da quel momento insieme a quella di tutto l'Occidente, sarà un'altra cosa.
DeLillo pare riprendere un tema che gli è caro dai tempi di 'Mao II' (Einaudi): la lotta fra l'individuo e gli uomini-massa. Implicitamente azzarda un paragone tra lo scrittore e il terrorista. Mentre il terrorista parla alle masse in maniera istantanea con le bombe, lo scrittore comunica la sua visione del mondo, con lentezza, a un lettore alla volta. Non è detto chi arriva più lontano. Il titolo del romanzo ha più significati. Richiama una delle immagini chiave dell'11 settembre, quella scattata alle 9,41 da Richard Drew, un fotografo di moda della Associated Press, di un uomo in caduta libera, con scarpe e vestiti intatti, perfettamente verticale, sullo sfondo di una delle due torri. Nel libro, DeLillo ricrea l'immagine del lavoro di un performance artist che con protezioni invisibili si lancia da vari punti di New York, tra lo sgomento di Lianne e della folla: "Penzolava dal balcone di un palazzo residenziale su Central Park West. Stava sospeso dal tetto di un edificio industriale nel quartiere di Williamsburg, a Brooklyn". E mentre i media continuano ad associare l'11 settembre con il crollo delle torri, DeLillo sposta l'enfasi alla caduta dell'Uomo simile a quella descritta da Robert Musil in 'L'uomo senza qualità'. Nel romanzo precedente, 'Cosmopolis', DeLillo aveva raccontato la New York cinica dei manager miliardari: un universo mentale che sembra lontano anni luce. L'11 settembre ha concluso insieme un'epoca storica e un'epoca letteraria. Non è cambiato DeLillo, è cambiata l'America.