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Cultura
ottobre, 2010

L'avo di B. e la torre di Babele

Perché il Cavaliere accumula magioni in tutto il mondo? E' una cosa genetica. Già i suoi antenati si divertivano così. Dalla Mesopotamia ai tempi del Risorgimento

Alla fin fine, tutti i collezionisti sono collezionisti di immobili: sotto il profilo della mobilità, le farfalle morte e i francobolli non sono meglio di ville e palazzi.
E allora, perché biasimare l'insaziabile cupidigia di Silvio Berlusconi per le dimore di lusso, se non per il fatto che un album di farfalle si guarda in un'ora, mentre per visitare tutta la collezione planetaria di ville berlusconiane ci vogliono un anno e un passaporto valido? Tanto più che, per il premier, lo shopping immobiliare compulsivo non è un capriccio, ma una tendenza ricorrente nella sua schiatta fin dai tempi più remoti.
Volete proprio imputare al Cavaliere anche questa dolorosa tara familiare? Mentre ci pensate sù, vi raccontiamo alcune biografie esemplari tratte dal suo albero genealogico.

BERLUSCODONOSOR
Re babilonese inventore dei giardini pensili, inseriti da Erodoto fra le sette meraviglie dell'abuso edilizio, si era fatto costruire una reggia per ciascuno dei 354 giorni del calendario lunare e traslocava ogni 24 ore. Per fargli e disfargli ogni giorno gli scatoloni non bastavano assiri e babilonesi messi insieme, sicché Berluscodonosor dovette schiavizzare allo scopo tutti i popoli della Mezzaluna fertile. Informato che il calendario solare di giorni ne aveva 365, e quindi rendeva necessarie undici regge nuove di zecca, lo adottò con entusiasmo. Purtroppo i suoi palazzi occupavano già ogni metro quadrato del Medio Oriente, e così le undici regge dovette costruirle una sull'altra. Il risultato fu la mitica Torre di Babele, dove nessuno capiva nessuno: chiedevi la calce e ti passavano un martello, chiedevi un ministro per lo Sviluppo economico e ti arrivava Paolo Romani. Sul superbo re cadde l'anatema dei profeti biblici: pazienza aver distrutto il Tempio di Salomone perché faceva ombra ai cactus della sua villa di Gerusalemme, ma raccontare orride barzellette sugli ebrei nei summit internazionali era veramente troppo. Ignote le circostanze della morte di Berluscodonosor, ma avendo 365 recapiti postali diversi, l'ipotesi più accreditata è che sia stato ucciso da una rivolta dei portalettere.

TITO SILVIO ROGITO
Console nel I secolo a. C., aveva accumulato immense ricchezze vendendo spazi pubblicitari nei bassorilievi romani, di cui possedeva la maggioranza. Citato da Cicerone tra gli affiliati alla congiura di Catilina (tessera MDCCCXVI), gli storici ne ricordano l'attivismo in campo edilizio: durante il suo consolato Tito Silvio costruì ben dieci acquedotti, nove anfiteatri e un numero imprecisato di terme, e tutto questo nel parco di una sola delle sue ville sull'Aventino. Ma ne possedeva molte altre: gli archeologi ne hanno censite decine e decine, dalla Cappadocia all'Iberia, tutte dotate di necropoli privata, vivaio di murene e ovile per le escort. Anzi, pare che l'ostacolo più duro per l'avanzata di Cesare nelle Gallie non siano stati gli Arverni di Vercingetorige, ma le piantagioni di cactus delle sedici ville che Tito Silvio già possedeva sulla Costa Azzurra. Sfuggito miracolosamente al linciaggio dopo che un'eruzione troppo realistica del vulcano realizzato nel giardino di una sua residenza sarda aveva seppellito mezza Gallura, morì di indigestione dopo un banchetto in cui, per impressionare Cleopatra, si era bevuto una delle sue ville sciolta nell'aceto.

GENGIS NAN
Leggendario condottiero mongolo, aveva un unico punto debole: odiava il campeggio, grave handicap per un popolo orgogliosamente nomade. Sosteneva che le yurte di pelle di yak gli davano una fastidiosa allergia, ma in realtà, forse a causa della sua statura ridotta, non aveva mai imparato a montarne una e scaricava la fatica sulle sue numerose e giovani mogli. Durante la sua prima scorreria in Europa scoprì che lì i ricchi vivevano in enormi yurte stanziali di mattoni chiamate "ville" e rimase fulminato. Tornato in Occidente alla testa di un'orda di feroci architetti e interior designer sanguinari, si impadronì, una dopo l'altra, di tutte le magioni di lusso che trovava al suo passaggio per poi riarredarle a suo gusto, lasciando dietro di sé una lunga scia di terrore, cucine Boffi e filari di cactus. "Erano meglio i Vandali," si lagna un cronista medievale, "loro lasciavano solo macerie, non moquette bianca e orrendi divani in pelle di leopardo". Ma Gengis non era il solito brutalone incolto: in una delle sue ville lombarde fondò l'Università del Pensiero Tribale, dove tennero lezione personaggi come Tamerlano, Celentano e Conan il Barbaro ("ma quale barbaro," precisava Gengis Nan, "Conan va solo interpretato, e io ho la chiave interpretativa").

FRANCISCO BERLUSCORTEZ
Conquistador al soldo della corona di Spagna, nel 1493 sbarcò con Colombo in America centrale e incantato dal panorama caraibico, un vero e proprio paradiso fiscale, si costruì un impero tutto suo nelle isole gemelle di Antigua e Barbuda, "porqué, como diseva mi nono," scrisse alla regina Isabella di Castiglia "Antigua e Barbuda, siempre piaciuda". In breve tempo le coste furono occupate da megaville con piscina, campi da golf e interminabili distese di cactus disegnati da Giorgio Armani (i cactus veri di cui l'isola abbondava erano stati tutti estirpati perché la loro sfumatura di verde stonava con i mobili da giardino). Praticamente nulla la resistenza degli indigeni, ai quali una profezia aveva annunciato lo sbarco del terribile dio Serpente, incarnato in uno straniero alto, biondo e prestante. "Si vede che nella fretta si è dimenticato di incarnarsi," osservò rassegnato il capotribù. Miguel de Cervantes, dalla Spagna, espresse qualche dubbio sulla legalità del "buen retiro" caraibico di don Francisco, ma il suo programma di approfondimento venne immediatamente sospeso.

MENOTTI BERLUSCONI
Seguace di Garibaldi, ne imitava lo stile, e, con la scusa dell'Unità d'Italia, si faceva ospitare nelle più belle dimore gentilizie della Penisola. Ma, a differenza dell'Eroe, che alla mattina salutava e toglieva il disturbo, Menotti non si schiodava più. Dopo aver estorto un contratto di vendita ultravantaggioso e averci provato con tutte le donne della casa, cacciava via il padrone e le donne della casa che non ci stavano, e passava alla ristrutturazione (ovviamente a spese delle casse garibaldine), al grido di "Bixio, qui si fa la piantagione di cactus, o si muore". Espulso dalle Camicie rosse per indegnità, fondò il famigerato battaglione dei Blazer blu, con il quale marciò vittoriosiamente sulla capitale. Qui Menotti si appropriò di dozzine di fastose residenze appartenenti alla nobiltà romana, i cui giardini riempì di bungalow, vulcani artificiali e pietroni di fiume che i rigattieri di porta Portese gli vendevano per dolmen celtici. Gli unici palazzi a sfuggirgli furono Montecitorio, palazzo Madama e soprattutto il Quirinale, al quale teneva moltissimo. "Ma un giorno me li prenderò tutti e tre," si ripromise "in un modo o nell'altro".

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