I religiosi si dividono nel cinema in due gruppi ben definiti: macchiette e sublimi. I preti da commedia sono i soliti, bonari o buffi, con difetti troppo umani (avarizia, golosità, tendenza al sonno, bile). Assai peggiori i sacerdoti drammatici. I registi che pure li hanno scelti come protagonisti, magari in una ricerca di originalità o di spiritualità, ne sono intimditi e li conoscono poco: finiscono per proporre personaggi rigidi, extraterrestri, privi di ogni umanità. Ci sono eccezioni, naturalmente; ma risultano rare la santa letizia o la bontà naturale dei religiosi di Roberto Rossellini in "Paisà", in "Roma città aperta", in "Francesco giullare di Dio".
"Uomini di Dio" di Xavier Beauvois, premiato dalla giuria dell'ultimo festival di Cannes, appartiene al genere sublime. L'ispirazione è a un episodio autentico degli anni Novanta nel conflitto algerino. Sull'altopiano di Tibhirine un piccolo gruppo di trappisti francesi vive rispettato, in pace con la popolazione musulmana, finché l'integralismo non conquista la politica e non arriva sino a loro. Si trovano a dover decidere: lasciare il convento in cerca d'un posto più sicuro, restare affrontando anche il rischio estremo. Per rimanere fedeli a se stessi e ai propri doveri, per una strana specie d'inerzia, non fuggono: e vengono uccisi in un massacro che il film non mostra.
La materia del racconto è piuttosto la vita quotidiana dei frati, il loro legame con la popolazione in mezzo alla quale vivono: ed è qui che si esercita il sublime, insieme con la singolare convinzione che quell'integralismo che domina tanta parte del mondo sia qualcosa di imposto e sovrapposto, comunque di innaturale e disumano.
Uomini di Dio
di Xavier Beauvois
con Lambert Wilson, Michael Lonsdale, Sabrina Ouazani