Potiche, nomignolo francese per una donna, evoca qualcosa di piccolo, lieve, fragile. Il tono è in questo caso ironico, anche perché Catherine Deneuve anziana e grossa non somiglia certo a una bella statuina.
Quando il marito, ricco industriale provinciale autoritario, diventa indisponibile, lei prende il suo posto al governo della fabbrica e della famiglia. Sostituisce al pugno di ferro di lui il proprio spirito di trattativa e di conciliazione, sostituisce all'albagìa padronale di lui la propria capacità intelligente e la propria diplomazia, si allea al sindaco Gérard Depardieu che l'ammira: e ottiene grandi successi. Se il marito risanato riprende il proprio posto e vuol respingerla al suo vecchio ruolo domestico, lei si candida in politica e rimane la più forte.
Ispirato a un testo teatrale di Barillet e Grédy, ambientato nel 1977, il film non offre un pensiero originale (le donne sono brave quanto e più degli uomini) né una vicenda particolarmente interessante: eppure è molto riuscito, molto divertente. Dipende dal fatto che l'eclettico regista François Ozon voleva non tanto girare qualcosa sul ruolo della donna nella società, quanto ricreare il tono e la verve delle commedie francesi brillanti, scintillanti, degli anni Trenta-Quaranta.
Ha pienamente realizzato la propria intenzione, senza neppure cadere nell'inconveniente classico di accelerare parossisticamente il ritmo e le battute. Al contrario, Catherine Deneuve risulta posata e calma mentre il marito Fabrice Luchini è isterico. Gli interpreti sono perfetti: dispiace soltanto vedere Depardieu tanto ingrossato, il che non può certo fargli bene.
Potiche. Quel genio di mia moglie
di François Ozon
Con Catherine Deneuve, Fabrice Luchini, Gérard Depardieu