Ambiente, quello del cinema. In "Somewhere" di Sofia Coppola ci sono conferenze stampa, photo call; ospitalità in Italia con motociclisti, scorta e una suite dell'albergo Principe & Savoia di Milano con piscina d'appartamento; cerimonie diverse, Ferrari nera rombante, pasticche, lap dancer travestite da tenniste come servizio in camera allo Chateau Marmont di Los Angeles; operazioni complesse come il calco in gesso della faccia di un attore, e tutto per fare di lui un mostro; accoglienze reverenti da parte di un certo Pupi. C'è pure una deplorevole serata di gala per l'assegnazione dei Telegatti, con Valeria Marini ballerina, Simona Ventura e Nino Frassica presentatori, Nichetti premiato, Laura Chiatti disponibile.
Non è certo la prima volta che cose simili vengono viste con sarcasmo sprezzante (basterebbe ricordare Fellini, "Otto e 1/2", "Dolce vita", "Toby Dammit" dove l'oggetto di una premiazione sguaiata era Totò semicieco). Ma stavolta, sull'onda dei ricordi d'infanzia e di tutta una vita, Sofia Coppola (pure produttrice insieme con il padre Francis Ford Coppola e con il fratello Roman) non guarda con disprezzo né con atteggiamento sardonico, appena con ironia leggera mescolata a una malinconia sottile. "Somewhere", eccezionalmente ben fatto, è la storia del rapporto di un attore con la figlia undicenne ma anche con se stesso e con il proprio mondo professionale.
L'attore beve, è donnaiolo, è impasticcato, atono, s'interessa a nessuno tranne che alla figlia; la ragazzina è viva, curiosa, affettuosa, educata. Non potrebbero essere più diversi, ma quando si separano (lei vive con la madre) il padre entra in crisi: "Sono una nullità. Non so cosa fare". Il film benissimo riuscito e recitato ha una delicatezza intelligente, una grazia, una tenerezza rare: è anche divertente.
Somewhere di Sofia Coppola
con Stephen Dorff, Elle Fanning