Grand come “Grandeur”, la mania di grandezza tutta francese che la crisi economica mette sempre più in difficoltà. Paris come Parigi ma anche come scommessa: un azzardo il cui risultato è ancora tutto da vedere. È il “Nouveau Grand Paris”, rivoluzionario progetto urbanistico che nel giro di quindici anni dovrebbe trasformare la Ville Lumière in una megalopoli in grado di competere con New York, Londra o Tokyo. Ma che a giudicare dalle difficoltà con cui si sta mettendo in moto, rischia di diventare una grande scommessa perduta.
Lanciato nel 2007 da Nicolas Sarkozy col nome di “Grand Paris”, ripreso dal governo Hollande (che per differenziarlo vi ha aggiunto l’aggettivo “nouveau”), il progetto ha cominciato a diventare realtà solo un anno fa, dopo che l’allora primo ministro Ayrault ne aveva ufficializzato il via. Da allora però procede tra polemiche crescenti sui costi e sui ritardi che sembrano lievitare a grandi passi. Finché finalmente a giugno è stato dato il via all’ampliamento della linea 14, destinata a diventare la colonna vertebrale del progetto. Visto il ritardo negli inizi, già si sa che il completamento definitivo non sarà come previsto nel 2025 ma nel 2030. Se non ci saranno altri intoppi, ovviamente.
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Il cuore del progetto è una supermetropolitana: un anello ferroviario che circonderà l’intera Ville Lumière, e che prevede nuove costruzioni ma anche lo sviluppo e il miglioramento della linea periferica parigina. Ma il “Grand Paris” è anche e soprattutto un progetto architettonico al centro del quale si pone il ruolo della stazione: l’onnipresente “non luogo” che accoglie quotidianamente umori, pensieri e nervosismi dei passeggeri che devono andare a lavorare e vogliono poi sbrigarsi a tornare a casa. «La stazione è in prima linea per la trasformazione della città», spiega l’architetto Jacques Ferrier, responsabile del progetto. «Non sarà più soltanto l’entrata di una metropolitana ma un paesaggio: efficiente e tecnologico, certo, ma anche un luogo dove la tecnica saprà cancellarsi per lasciare il posto ad altre sensazioni.
Potremmo utilizzare materiali “nobili” da toccare durante il proprio spostamento, spazi di colore o di luce, che è sempre fondamentale. Insomma un universo multisensoriale che sarà molto importante per il viaggiatore: perché sarà un modo per rendere più comodo il tragitto, per rendere la vita più facile all’interno delle stazioni».
Come ha spiegato Etienne Guyot, fino a pochi mesi fa presidente della Societé du Grand Paris (Sgp) incaricata di realizzare il progetto insieme al sindacato dei trasporti dell’Île de France, «lo scopo non è solo quello di costruire stazioni ma veri e propri luoghi di incontri e di vita. Questo vuol dire alloggi, uffici, negozi, servizi pubblici. Non vogliamo ritrovarci con le stazioni di oggi, strapiene di giorno e vuote la sera. Il lavoro degli architetti e degli ingegneri sarà fatto in stretta collaborazione con i comuni, perché ogni stazione dovrà rappresentare la zona dove è stata costruita. E dovrà essere circondata da case, negozi e servizi».
Guyot nel frattempo è stato sostituito da Philippe Yvin, che è il quarto presidente della Sgp a succedersi dal 2010: anche questo un segno delle difficoltà con cui procede la nuova Parigi. Il senso del progetto però è rimasto lo stesso: non dovranno esserci punti isolati o abbandonati ma un piano architettonico globale per far fiorire intorno a ogni nuova stazione un quartiere vivace e ricco di servizi. Nelle intenzioni dei responsabili, il 90 per cento dei francesi che abitano in periferia avrà una stazione a meno di due chilometri. E non sarà più soltanto un luogo dove prendere un treno ma «un servizio pubblico inserito e integrato nella città».
È stato proprio il nuovo concetto di stazione a far vincere il progetto di Ferrier tra i sei candidati prestigiosi che si erano proposti alla Sgp. «È un modo innovativo e dinamico di concepire la stazione», ha spiegato Guyot.
Innovativo è sicuramente il nome: “stazione sensuale”, cioé, «nello stesso tempo un laboratorio dell’urbanità contemporanea e uno spazio dove si fanno esperimenti di un nuovo modo d’essere e di vivere insieme. Un concetto seducente e convincente».
Ma cosa prevede il faraonico “Grand Paris” nel dettaglio?
Quattro nuove linee automatiche (inizialmente dovevano prendere il nome da un colore, invece saranno semplicemente la linea 15, 16, 17 e 18) con un totale di 72 nuove stazioni per 205 chilometri globali (attualmente Parigi ne ha 213). Inoltre veranno prolungate le linee 11 e 14 già esistenti e migliorate le RER (le linee extraurbane) che da sempre costituiscono un problema per i pendolari. L’ambizione è quella di alleggerire il traffico automobilistico che ingolfa Parigi e dintorni, e allo stesso tempo allargare la città facendone una vera metropoli, perché intorno alle stazioni nasceranno nuovi quartieri che daranno un respiro diverso alle zone meno conosciute. L’obiettivo è di passare dai 42 mila alloggi costruiti ogni anno a circa 70 mila. L’effetto finale dovrebbe essere di rendere anche le “banlieues” quartieri vivi e non più abbandonati a se stessi, come oggi spesso avviene.
Ma va anche considerato che ci sono dei poli fuori Parigi che stanno diventando sempre più importanti. Saint-Denis Pleyel, per esempio, si propone come una nuova Cinecittà francese, visto che qui ha aperto la Cité du Cinema di Luc Besson; Villejuif è un’importantissima realtà ospedaliera; Roissy un polo aeronautico. Il progetto si propone di collegare tra loro questi centri con un servizio metropolitano che permetterà di raggiungere le periferie più lontane senza dover passare per Parigi: alleggerendo quindi l’enorme mole di traffico della capitale francese che sembra scoppiare ogni giorno di più.
Scopo del “Grand Paris” è anche di rendere la vita intorno alle metropolitane più agevole, pure nelle stazioni più lontane e meno conosciute. Creare nuovi spazi. Disegnare una nuova vita per l’Île de France costruendo anche molti nuovi alloggi in centri urbani che hanno l’ambizione di mantenere un’identità e una qualità della vita ben diverse dai quartieri dormitorio di oggi. Il progetto però fino ad oggi si è scontrato con due fattori essenziali: il tempo e il denaro. Il Grand Paris inizialmente doveva essere pronto per il 2025 ma ci si è resi conto che non sarà possibile rispettare questa data: per riuscirci si sarebbero dovuti costruire 18 chilometri di metropolitana l’anno, una media ritenuta impossibile se si pensa che il record del mondo è detenuto da Shangai con 17 chilometri. Entro quest’anno apriranno i cantieri: per evitare il malcontento di chi potrebbe sentirsi escluso, i lavori dovrebbero cominciare contemporaneamente senza dare priorità a una linea anziché a un’altra. E nel 2017 si dovrebbe vedere i primi risultati.
Resta il problema del finanziamento. Quanto costerà il mastodontico progetto? E chi pagherà? Finora si è parlato di 27 miliardi di euro a carico della Sgp. Ma già si sa che i costi aumenteranno, e si teme che il governo decida di sostenere la spesa con tasse mirate. Si è parlato di far pagare un euro in più sui biglietti aerei, di mettere una tassa di soggiorno sui turisti di passaggio, o di dare una stretta alle multe per divieto di sosta. Insomma l’idea c’è, il progetto anche: ma la scommessa per fare di Parigi la capitale mondiale dell’architettura del XXI secolo è ancora del tutto aperta.