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Cultura
aprile, 2017

Edmondo Berselli, l'uomo che con un sorriso afferrò l'Italia per il bavero 

A sette anni dalla scomparsa, la figura e l'opera dell'intellettuale emiliano resta quantomai preziosa. Sia per il nostro settimanale, sia per interpretare i temi più complessi della contemporaneità

Chissà come riderebbe, oggi. Chissà come alzerebbe all'improvviso gli occhi dallo schermo del computer, Edmondo Berselli, con quel fare dolce e secco assieme che riservava ai suoi interlocutori, e commenterebbe l'apparizione compulsiva in bocca ad intellettuali, analisti, filosofi, sociologi e gente comune della parola “pop”.

Tutti a ripeterla sempre e comunque, quasi fosse la sintesi esatta delle esperienze umane e la maniera migliore per comunicarne l'essenza. “Pop!”, come uno scoppio d'allegria, d'intelligenza e interpretazione magica del contemporaneo. Nulla di nuovo, in realtà. Niente che fosse sfuggito all'intuizione del multiforme Berselli - Eddy, per i colleghi e amici - in versione giornalista, umanista, scrittore, antropologo impietoso e titolare in ogni caso di un sapere che partiva dall'altissimo dei suoi studi per piombare lieve sul quotidiano.

La cronaca racconta che è morto l'11 aprile del 2010, Edmondo, ma va denunciato che è una verità di comodo. In effetti, e farci caso è facile, la sua presenza sette anni dopo è costante su qualsivoglia media. Citare Berselli è un esercizio d'obbligo per chiunque sfidi il compito di decodificare la politica e il flusso inesauribile degli stili di vita. Campi nei quali Berselli si muoveva con la bussola della contaminazione. Nel senso che, con semplicità apparente, intrecciava la lezione di Bauman alla melanconia albionica di Mark Knopfler, l'estasi alcolica del padano Guccini alla presunta staticità di Prodi scolpita in caricatura da Corrado Guzzanti («Sono un... semaforoooo», e giù risate), le genialità pedatorie di Mariolino Corso ai ritornelli vintage di Shel Shapiro, che ripescò dal cesto del dimenticatoio e coinvolse in spettacoli musical-teatrali.

«La complessità non esiste», diceva spesso. E non intendeva, con questo, venerare il gusto della banalità ma convertire ciò che era davvero complesso in patrimonio collettivo. Il che gli ha permesso, senza che ciò fosse un concreto obiettivo (piuttosto un'attitudine, una propensione, come quella di suonare la chitarra elettrica e acustica, oltre al piano negli ultimi anni), di uscire dall'egopatia dell'intellettualismo nostrano per parlare a un ampio pubblico. Persone che trovavano tracce importanti di sé nel suo viaggio partito nel febbraio del 1952 da Campogalliano (in provincia di quella Modena dove poi avrebbe vissuto e con la quale avrebbe costruito un legame inscindibile), proseguito nel 1976 a Bologna come correttore di bozze (alla casa editrice Il Mulino, della quale sarebbe diventato in seguito direttore editoriale dirigendo pure la rivista omonima) e quindi virato verso il pianeta stampa con l'ingresso nel gruppo L'Espresso e il ruolo sia di penna e mente del nostro settimanale, sia di editorialista sulle pagine di Repubblica.

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Un contributo tanto intenso e prezioso che anche adesso, quando i temi da trattare in pagina impongono capacità superiore di visione e talento, la frase spesa da noi tutti in riunione è sempre identica: «Qui ci vorrebbe Edmondo». Cioè Eddy: quello che non smetteva mai di scherzare, di affiancarsi ai più giovani per insegnare loro il mestiere (senza che però la superiorità del prof gli si stampasse in volto), l'uomo che della coscienza civile faceva una prerogativa («è onesto?», chiedeva inesorabilmente riguardo a chiunque citassi) e che non temeva affatto la normalità, ma anzi la coltivava giorno per giorno.

Eppure di normale, Edmondo Berselli, aveva ben poco. E non serve, per rendersene fino in fondo conto, averlo conosciuto e amato di persona. Basta scorrere i suoi scritti tra giornali e saggistica. Nessuno, di fatto, è più riuscito ad afferrare l'Italia per il bavero come fece nel 2003 con Post-italiani - cronache di un Paese provvisorio, ritratto di una nazione in bilico tra Dna arcaico e modernità caricaturale. Chiunque ami il gioco del calcio e le sue logiche illogiche sa che dovrebbe assolutamente leggere Il più mancino dei tiri, in cui Berselli ha unito dribbling e tiri a foglia morta con le (dis)avventure pubbliche peninsulari, mentre chi ha investito forze e passione nel tentativo di una sinistra degna di questo progetto non può prescindere da Sinistrati - storia sentimentale di una catastrofe politica: un titolo che parla già da solo.

Dopodiché ci sarebbe ancora molto da scrivere e ricordare, riguardo al caro nostro Edmondo, passando dalla preziosità di un testo come Canzoni (dedicato al mix tra storia e musica italiana) a quello de L'economia giusta, dove prima di congedarsi ha ispezionato strade e suggestioni per reagire al crollo politico e culturale imposto dalla crisi. Ma non c'è dubbio alcuno che mai e poi mai, nell'ipotesi di una sua seconda vita che non mi sento per affetto di escludere, Berselli accetterebbe un finale da commemorazione enfatica.

Piuttosto, lasciandosi andare a uno dei suoi sorrisi garbati, apprezzerebbe un cenno alla ripartizione trifasica della vita pensata da Alberto Arbasino e da lui rinverdita in Venerati maestri - operetta immorale sugli intelligenti d'Italia. Pagine dove ribadiva che gli esseri umani, quando cedono al vizio di essere intellettuali, attraversano tre fasi obbligate: la giovane promessa, il solito stronzo e, nei casi più fortunati, il venerato maestro. Ecco, caro Edmondo, è opinione diffusa che tu il secondo gradino l'abbia saltato.     

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