Sfruttamento. Razzismo. Riscossa. L'artista si racconta

Ha ricoperto di pannocchie il Padiglione Italia (alla Biennale del 2015). Ha ricostruito sul pavimento di una galleria, con mattoncini di carbone, il soffitto del Palazzo del Lavoro di Torino. E ora a Ca’ Rezzonico Marzia Migliora fa emergere tra gli stucchi del palazzo veneziano le trame segrete della Storia, e della bellezza dell’intera Venezia. “Velme”, come i fondali semisommersi della laguna, il titolo del preciso intervento che Migliora ha realizzato - sino al 26 novembre - a Venezia. Dove siamo andati a intervistarla per parlare con l’artista piemontese della sua arte, del suo rapporto con la Storia (dell’arte), e di cosa voglia dire oggi essere artiste in Italia.

Quanto è importante per te entrare nei palazzi del Potere e riportarne alla luce quel che le facciate nascondono?
«La mia opera si situa sempre fra antropologia e scavo archeologico: inseguo gli indizi delle storie per tentare di capire cosa c’è sotto. A Ca’ Rezzonico mi piaceva mostrare cosa si cela dietro gli stucchi, gli arredi o quegli Etiopi porta-vaso che ho spostato e girato su se stessi. Un tentativo di decolonizzare la storia di questo palazzo».

'Stilleven', opera esposta alla Biennale di Venezia del 2015. Foto di Fulvio Ambrosio
Ma è solo l’edificio veneziano o l’intera storia dell’arte che nasconde razzismo e sfruttamento del lavoro altrui?
«L’arte è sempre stata per pochi eletti e la sua matrice è sicuramente stata lo sfruttamento, a partire da quello degli artisti. È un prodotto di consumo per pochi e quindi un campo simbolico in cui si giocano, da sempre, relazioni di potere». In questi giochi di potere nell’arte è la Donna la figura più sfruttata e rimossa? «Sappiamo bene come nell’arte la donna sia stata rappresentata: Musa o Madonna muta e mai, neanche come Maria, nell’atteggiamento di un papa sul trono. L’artista può essere un Maestro, ma la parola Maestra fa pensare solo alla maestrina delle elementari».

Cosa significa allora oggi essere artiste?
«Significa operare rinunce anche nel quotidiano; quello dell’artista è un lavoro estremamente impegnativo. Della donna vale ancora l’idea della nutrice che si sacrifica per amore altrui. L’artista invece è uomo di potenza e di successo: tutti schemi simbolici molto forti di cui noi artiste dobbiamo liberarci». Il lavoro a Ca’ Rezzonico è dedicato alle Velme, le zone semisommerse della laguna veneta. Una metafora della condizione artistica femminile? «Nel catalogo della mostra si racconta la storia di una ragazza che nasce da una velma, ha una maschera di fango sul volto e tocca i punti del palazzo in cui ho collocato le mie opere. Dietro la mostra in realtà c’è una fotografia di Venezia oggi: una città di consumo, artificiale, e non più – come ha visto Salvatore Settis – città per gli abitanti».

La bellezza “artificiale” di Venezia è allegoria della bellezza femminile?
«Dalla Bibbia in poi vediamo come la bellezza di Eva è anche una macchia che non si deve ostentare, ma coprire con un burqa per non creare tentazioni. La bellezza femminile è incatenata perché avvertita come pericolosa, e le artiste - ripeto - devono liberarsi da questi ruoli per riavere parola ed esprimere liberamente le proprie storie. Attenzione però ai rischi di certi discorsi e mostre sulla femminilità. Essenziale è sempre giudicare il lavoro artistico per ciò che è e vale: differenziamoci per intelligenze, non per legami di genere o categorie. Io sono femmina, sono artista e faccio il mio lavoro; non mi interessa categorizzare ulteriormente sul femminismo».

Preferisci chiamarti Donna o Femmina?
«Femmina: lo trovo più sensuale, più corpo, più animale. Ed è qui che riscatta la trappola della bellezza femminile, del pericoloso potere della sua fascinazione e affabulazione, di gesti e movimenti e un certo tipo di intelligenza creativa».

Come mai proprio oggi gallerie e musei si aprono sempre di più alle artiste?
«Oggi nei grandi musei o nelle grandi mostre non mancano le opere ad esempio di Carol Rama o Maria Lai; una sala della documenta ad Atene era dedicata ai lavori della Lai. È importante che ora si stimi il lavoro di queste due grandi artiste, anche se poi si trasforma Carol Rama in personaggio, una sorta di Frida Kahlo, come se la sua opera da sola non bastasse a dircene l’importanza e creatività».

Uno dei temi centrali del tuo lavoro è il Lavoro: a Ca’ Rezzonico hai esposto banchi da orafo e blocchi di sale. L’arte tende a rimuovere il lavoro, e il suo sfruttamento?
“Per me il fare è centrale. Il lavoro ci costituisce e ci modifica come persone: ne immagino la postura del corpo di chi ha passato una vita su quei banchi da orafo che ho esposto alle “Velme”. La maggior parte delle nostre vite la passiamo chini al lavoro, e vuoi che l’arte non ne parli?”

Tuo padre che lavoro faceva?
“L’agricoltore. Mio nonno anche. Dalla nostra casa in campagna per tutta la vita ho visto in opera la cura: devi sapere come metterlo un seme nella terra e fare le righe dritte quando ari il campo non è banale, ma un lavoro da minimalisti. In famiglia mi hanno insegnato l’ethos del lavoro, e quello dell’arte contemporanea è una professione, anche se in Italia c’è ancora bisogno di spiegarlo che quello dell’artista è un lavoro vero”.

Nell’ultima installazione riprendi la maschera della Moréta che, con la mordacchia, impediva alle donne di parlare. Il femminile è sempre stato rinchiuso tra la chiacchiera o il silenzio?
“Sì, la figura della donna, e la sua lingua, sono sempre state viste come qualcosa di oggettuale e scomodo per il potere maschile. Oggi la tragedia della ‘moréta’ la riviviamo in tutti i casi di femminicidio o nei volti delle donne sfregiati dall’orrore dell’acido. Ho provato a indossarla e con quella maschera puoi mugolare o emettere versi animali. Per questo nelle “Velme” l’ho riprodotta sul calco del mio volto: come artista non me la lascio più togliere la parola.”

“Pier Paolo Pasolini 2009”: nel tuo lavoro citavi le ultime frasi del poeta friulano prima della morte. Il ruolo dell’artista è ancora oggi quello di avvisare noi incoscienti dei prossimi pericoli?
“Le opere di alcuni artisti possono profetizzare, hanno il potere di indicare rischi e pericoli. Il corno di rinoceronte in mostra indica la sorte degli uomini e del loro smodato sfruttamento delle risorse, abuso dei diversi e sopruso degli animali”.

L’arte nel XXI secolo sarà sempre più Donna?
“Mi auguro che sia il secolo dell’arte intelligente e che ci faccia vivere il nostro tempo senza paraocchi. E spero che le donne abbiano voce in questo”.

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