Immaginiamo un bar. Immaginiamo tre bicchieri di spritz e tre amici che parlano di film, di libri, di musica. Il primo è un fighetto: si capisce da come snobba i salatini, pur andandone ghiotto.
Il secondo è la quintessenza della normalità: si capisce da come divora i salatini, pur trovandoli orrendi. Il terzo, invece, i salatini non li vede proprio: «Ma perché bisogna stare zitti?» continua ?a chiedere, sinceramente allibito. Il primo non ha dubbi: «Contestare un maestro significa non capire ?la sua arte». Il secondo non ha dubbi: «Io non capisco la sua ?arte, quindi non mi permetto di giudicare il maestro». Il terzo ha ragione. Ha così ragione che viene subito tacciato d’ignoranza. O, al limite, di vanagloria.
Già: perché bisogna stare zitti? Perché di fronte a certe cattedrali, a certi sacerdoti, ?il diritto di critica si traduce automaticamente in blasfemia?
Sono passati 40 anni dalla ?grande lezione di Paolo Villaggio, 42 per l’esattezza, e ancora non l’abbiamo imparata. Siamo diventati bravissimi a massacrare chiunque, utilizzando i social tipo mazze da carpentiere, ma ancora non siamo capaci di affondare ?le tante, troppe, “Corazzate Potëmkin”. Essere Fantozzi ?ci fa più paura che uccidere (simbolicamente) i tanti, troppi, Eisenstein? Sì. E, probabilmente, non smetteremo mai di stare seduti dalla parte sbagliata ?dei salatini.