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Cultura
novembre, 2019

Cara Europa, non ti riconosciamo più

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"I confini dell'Europa" sarà il tema della rassegna Più libri più liberi, dal 4 all'8 dicembre a Roma. Per l'occasione, abbiamo chiesto a sei autori di scrivere una lettera al Vecchio Continente. Tra critiche e speranze, il risultato è un appello chiaro a preservare libertà e democrazia

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L'Europa dei popoli e quella dei populismi. L’Europa che accoglie e quella che respinge, la madre e la matrigna, il Continente che vuole stare unito e quello dove la gente grida «Leave»: via di corsa, fuori prima possibile.
Sarà “Il taglio”, per dirla con il romanzo di Anthony Cartwright (66thand2th), la ferita aperta nel cuore di un’Europa amata e odiata, resistente e fragile, diventata così estranea da rendere preferibile l’abbandono, il tema della prossima edizione di Più Libri Più Liberi, fiera nazionale della piccola e media editoria, a Roma (alla Nuvola), nell’anno in cui festeggia i 18 anni.

Dal 4 all’8 dicembre, nei giorni decisivi per la Brexit, “I confini dell’Europa” saranno al centro degli incontri e dei dibattiti, delle letture e delle performance con moltissimi personaggi dal mondo della cultura: da Yasmina Khadra a Jacques Rupnik, da Eduard Limonov a Dimitri Deliolanes, da Romano Prodi a Yasmina Reza. Tra gli ospiti speciali della rassegna, presieduta da Annamaria Malato, diretta da Fabio Del Giudice, promossa dall’Associazione italiana editori e curata da Silvia Barbagallo, c’è attesa per la russa Olga Misik, l’attivista diciassettenne che ha sfidato la polizia di Putin leggendo ad alta voce la Costituzione a una manifestazione per la democrazia (5 dicembre ore 11,30), e la sindaca di Danzica Aleksandra Dulkiewicz, emblema di inclusione e di apertura in un Paese dove il sindaco precedente, Pawel Adamowicz, al centro di una campagna d’odio dei media governativi, è stato assassinato (4 dicembre ore 14).

Perché sono loro, intellettuali e autori europei, da Parigi a Berlino, da Madrid a Londra, a evocare oggi le identità comuni faticosamente costruite e ad alzare più forte la voce contro i nazionalismi e le tentazioni di esclusione.
La “brexlit”, la letteratura della Brexit incarnata da autori come Jonathan Coe (“Middle England”) e Ali Smith (“Autunno”), e con molte voci autorevoli scese in campo, da John Le Carré a Mary Beard, è ormai tendenza forte della narrativa e della saggistica. Decise a ribadire quanto ciò che ci unisce sia più importante di ciò che ci allontana: quel patrimonio comune, come le cattedrali, edificate mettendo insieme know how e voglia di arricchirlo con conoscenze nuove: «Nel Medioevo una cattedrale era frutto di un’impresa collettiva e internazionale. In Inghilterra la più importante è quella di Canterbury: l’architetto fu il francese Guillaume de Sens, il cui lavoro fu completato da William l’Inglese», ha notato Ken Follett, anima del Friendship Tour con altre tre rockstar della letteratura: Jojo Moyes, Lee Child e Kate Moss. Partito dalla Fiera di Francoforte, giunto a Milano a BookCity, il tour dell’amicizia viaggia per le città d’Europa, per ribadire proprio questo: vogliamo continuare a sentirci europei.

Va nella stessa direzione la nuova edizione di Più Libri Più Liberi, puntando ai fantasmi e alle meraviglie, all’amicizia e alle ragioni di divisione del Vecchio Continente.
«L’amitié est la patrie», l’amicizia è la mia patria, ha scritto J. K. Rowling su “The Guardian”, in un intervento che elogiava la felicità di vagare da giovane per l’Europa, e di considerarsi dappertutto a casa.
A un’ideale Europa abbiamo chiesto di rivolgersi a sei autori presenti alla rassegna romana. E se Donatella Di Pietrantonio (“Bella mia”, “L’Arminuta”, Einaudi) punta lo sguardo sulle infinite ricchezze del Sud, invitando l’Europa a ripartire da lì, Salvatore Scibona (“Il volontario”, 66thand2and), scrittore americano già nel 2010 additato dal New Yorker come under 40 da tenere d’occhio, solleva la difficile sfida della cittadinanza, tra jus soli e jus sanguinis. Eva Baltasar (“Permafrost”, Nottetempo), catalana, ammette che è la cultura la sua patria. Mentre Alessio Forgione (“Napoli mon amour”, NN Editore e “Giovanissimi” in uscita), che ha vissuto alcuni anni a Londra, rivolge all’Europa un disincantato saluto: «Torna da dove sei venuta». Un monito a ritrovare sé stessa che diventa un appello emozionante, tra amarezza e speranza, nelle parole del greco Dimitri Deliolanes (“I colonnelli”, Fandango Libri). E Daisy Johnson, ventottenne inglese (“Nel profondo”, Fazi), pone il dilemma più attuale: si può davvero abbandonare un luogo che è stato casa?

Perché ho smesso di credere di te
Eva Baltasar, autrice di "Permafrost", Nottetempo


Cara Europa,
ti scrivo per liberare la mia mente dall’idea che mi ero fatta di te. Sono nata in un porto del Mediterraneo. Sono cresciuta tra i vigneti. Mia madre mi bagnava nel latte e poi lasciava il sole asciugare i miei capelli. Sono stata lenta a imparare a camminare. Cadevo in continuazione e sulle ginocchia mi versavano del vino. Sono cresciuta e ho capito che la terra dava tutto. E che era come me: si poteva prendersene cura, forzarla e persino ferirla. La terra continuava a dare tutto. Mi sono allontanata dalla vita, ma ho ascoltato tutti quelli che ne parlavano e ho lasciato che il loro discorso mi formasse. Ho scoperto una parte molto eccitante del tracciato umano: la cultura. L’ho sperimentata come prodotto – e tu ne eri così piena! Ho lasciato che la mia coscienza s’identificasse con il mio ego allo stesso modo in cui i tuoi figli s’identificavano con te. E poi anch’io mi sono identificata con te. Ti ho percorso in lungo e in largo, volevo conoscerti a fondo. Più ti conoscevo, più ti amavo. Più ti amavo più isolata mi sentivo. Arrivai a goderne. Arrivai a pensare che ci fosse qualcosa di romantico in quel rapporto di appartenenza che la storia, così come me l’avevano raccontata, persino giustificava. Ho creduto in noi per quarant’anni. Poi, un giorno, ho smesso di credere in me stessa. Lo trovi strano? Entrambe siamo state rapite. È molto facile lasciarsi vivere così. Iscriversi in un’identità, credere nella divisione. La mia mente si è trovata a suo agio limitata da demarcazioni e confini. E in quella comodità ha lasciato crescere dentro di me l’albero più inutile: la paura. Sentirmi intrappolata dentro di te è stato un sogno di scarsezza che mi rimpiccioliva. Perché l’Europa non sei tu, quell’Europa che proietta un sogno collettivo di divisione, un sogno basato sull’attacco e la difesa. L’Europa potrebbe essere niente, solo una bella parola usata come il latte, per ripulire dalla sporcizia un territorio. Preferisco sperimentare qua e là sapendo che faccio parte sia dell’interno sia dell’esterno, vale a dire del tutto, e che la sporcizia è qualcosa di relativo che ci inoculiamo giorno dopo giorno con ogni pensiero inconsapevole con il quale ci pensiamo e ci limitiamo all’interno della nostra testa.
Con affetto e gratitudine.
(Traduzione di Marina Parada)


Svegliati, e torna ad essere madre
Dimitri Deliolanes, autore de "I colonnelli" (Fandango Libri)

Carissima Europa,
tu non sai con quanta passione ti abbiamo amato negli anni bui della dittatura. Eri il nostro faro di democrazia, la nostra speranza di libertà. Non sai con che soddisfazione abbiamo saputo che hai difeso, fiera e dignitosa, i tuoi principi, interrompendo subito le trattative per l’associazione con la giunta militare.
E non sai che feste abbiamo fatto sottobanco quando il Consiglio d’Europa ha inferto il colpo più duro ai colonnelli, cacciandoli in malo modo. Lo schiaffo più grosso ricevuto dal regime.
Tu ci hai aiutati, hai accolto i fuggiaschi, hai umiliato gli oppressori, hai facilitato i nostri ingenui traffici per la resistenza. Ti sei guadagnata un posto nel nostro cuore, un affetto così grande che perfino i tuoi avversari ideologici hanno dovuto riconoscere la tua maestosità, come continente dove è nata l’idea di diritto, di libertà, di democrazia.
È per questo che, per ricostruire le rovine del regime militare, tutti noi, unanimemente, abbiamo guardato a te per ritrovare uno spazio di libertà e di sicurezza. I nostri alleati nella NATO ci avevano traditi due volte. La prima volta con il loro sostegno ai golpisti, fornito a piene mani senza alcuna vergogna. La seconda è stata quando siamo stati aggrediti a Cipro da un paese formalmente alleato e la NATO se ne è lavata le mani. E continua fino ad oggi a straparlare di una sua presunta “neutralità” tra l’aggredito e l’aggressore.
Scusaci, cara Europa, se siamo così amareggiati. È il senso della tragedia che regna da queste parti. Ma devi capire che i nostri sguardi sono stati costantemente rivolti verso la tua direzione. E una volta aderito, festa grande. Più tardi sono riusciti a entrarci anche i nostri fratelli ciprioti, loro ancora più esposti al vicino aggressivo ed arrogante. E per garantirci di essere dentro il nucleo forte dell’Europa, abbiamo decisamente optato per l’euro. Eravamo certo disinformati e i nostri politici ci hanno ingannati. Ma il desiderio di sicurezza è sempre così forte che non credo ci fosse forza capace di dissuaderci. Né allora né oggi.
Però questo nostro angoscioso desiderio di sicurezza tu non lo hai considerato a sufficienza. Forse lo hai addirittura ignorato. Alla prima difficoltà l’eurozona ha scoperto che non aveva a che fare con paesi, popoli, gente che lottava ogni giorno per guadagnarsi il pane. Per lei c’erano solo numeri, debiti, bilanci da riequilibrare. E chi non rispettava regole scolpite sul marmo era un imbroglione, un reietto, un mangiapane a scrocco. Poi si è scoperto che dentro l’eurozona c’è chi è più uguale degli altri, che è l’unico a guadagnarci e che senza il suo assenso non si può cambiare nulla.
Oggi ci troviamo con un paese distrutto, con milioni di disoccupati, pensionati che chiedono l’elemosina, giovani che lavorano nei call center o sui motorini a consegnare souvlaki e pizze, centinaia di migliaia di laureati che se ne vanno all’estero. Delusione, rassegnazione e rabbia. Hai accettato di far entrare in casa nostra gli assassini economici del FMI, hai adottato le loro ricette fallimentari (post festum lo hanno riconosciuto anche loro), hai sparso in Europa un’ondata di odio e di pregiudizi nazionali. Lo stato sociale, quella orgogliosa impresa europea che tutti ci invidiavano, è stato sacrificato sull’altare di una ideologia perversa che aiuta i ricchi a diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Alla prima prova seria, cara Europa, sei crollata. Guardati oggi come sei ridotta. Un’ombra di quello che eri appena due decenni fa. Sei governata da una classe politica che più mediocre non si può, nell’illusione che la politica non serve più, tanto ci pensano i “mercati”.
E così ti ritrovi ignuda a dover leccare le ferite dell’abbandono di un paese come la Gran Bretagna facendo allegramente finta di nulla. Ci sono migliaia di profughi che fuggono da guerre che tu hai sistematicamente ignorato, se non provocato con leggerezza, come in Libia, e tu non sei in grado di accoglierli.
Nelle ultime elezioni per il Parlamento Europeo hai tirato un sospiro di sollievo perché le forze di estrema destra sarebbero state “contenute”. Che illusione ! L’estrema destra europea, fascisti, nazisti, razzisti di ogni risma, è più forte che mai. Agitano la bandiera della sovranità perduta, immaginano muri invalicabili, crescono sull’odio e sul pregiudizio che tu hai seminato durante la crisi; rivendicano uno stato forte perché tu hai delegittimato le democrazie nazionali senza edificare una democrazia federativa. Se uno confronta come ti comporti ora verso i governi di estrema destra e come ti sei comportata verso i paesi del sud europeo con i bilanci in crisi, vede subito la differenza: l’unica cosa che ti interessa sono i soldi, non le vite umane.
Carissima Europa, non ti vogliamo abbandonare. Tornare a coltivare il nostro piccolo orticello, poveri ma onesti, spendendo miliardi in armi per dissuadere il vicino megalomane e arrogante, non è una soluzione. Nessuno la vuole, ti assicuro. Ma tu devi svegliarti, devi cambiare, devi diventare quello che avresti dovuto essere: uno spazio di libertà, democrazia e diritti per tutti, ricchi e poveri, bianchi e neri, paesi grandi e paesi piccoli. Lascia perdere l’ottusità tedesca, l’ideologia dei “mercati”, le chiacchiere idiote nelle riunioni dell’eurogruppo, metti la politica al primo posto e fermati ad ascoltare gli europei. Ascolta il Parlamento Europeo, che deve uscire dalla sua posizione ornamentale, ma ascolta con maggiore attenzione coloro – e sono tanti, tantissimi, troppi- che non lo hanno votato. Solo così smetterai di fare la matrigna autoritaria e diventerai di nuovo la nostra democratica madre.


Veniamo tutti da molto lontano
Salvatore Scibona, autore de "Il volontario" (66thand2and)

Cara Europa,
la Democrazia è messa alla prova. Così come le definizioni di cittadinanza. Dovranno cambiare entrambe per sopravvivere?
Ratificato nel 1868, il quattordicesimo emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti ha stabilito un principio così semplice che quando l’ho appreso per la prima volta da bambino, ho pensato che dovesse essere legge ovunque: se sei nato qui, sei un cittadino di questo paese.
Più tardi, mi sono reso conto di quanto  questo principio - noto come “jus soli”, diritto del suolo, o più comunemente “cittadinanza per  diritto di nascita” – sia in realtà tutt’altro che universale. Quasi nessun paese al di fuori delle Americhe lo applica in modo così assoluto. La maggior parte delle altre nazioni, specialmente in Europa, si rifà a una qualche versione dello  “jus sanguinis”, o diritto del sangue, in virtù del  quale il diritto alla cittadinanza si eredita dai genitori.
In America, il saggio principio della cittadinanza per diritto di nascita è stato recentemente messo in discussione. Donald Trump ha minacciato di abolirlo con un decreto presidenziale: una violazione costituzionale così eclatante che persino i membri del suo partito, solitamente chini ai suoi voleri, hanno cercato di contrastare. E la scorsa estate Trump ha postato un Tweet in cui ha invitato quattro deputate di colore a tornarsene nel loro  paese d’origine, anche se tre di esse sono nate negli Stati Uniti, e una nella stessa città in cui è nato lui.
Se guardiamo col dovuto rispetto i vari sistemi che determinano la cittadinanza di un bambino, vediamo che tutti sembrano concordare sul fatto che una persona ha  il diritto di appartenere al  luogo da cui  proviene. La difficoltà sorge a causa del fatto che diverse società hanno attribuito un diverso significato all’espressione “provenire da” . Proveniamo da un luogo sulla terra o  dalle nostre famiglie? La nostra risposta è inevitabilmente influenzata da sentimenti profondi.
Ulisse, verso la fine dei suoi viaggi,afferma che nonostante tutte le ricchezze e i piaceri di cui ha fatto esperienza, «niente è più dolce della patria e dei padri». Eppure versioni deviate di quello stesso sentimento di dolcezza, tentativi di armarlo e sterilizzarlo, come nel culto nazista del sangue e del suolo, sono serviti a gettare le basi filosofiche di orribili atrocità. Quanto più semplicistica è la nostra definizione della locuzione piana ma pregnante “provenire da”, tanto più pericolose sono le sue conseguenze.
I miei nonni sono nati negli Stati Uniti da immigrati italiani e polacchi appena arrivati. Per lo più, hanno imparato l’inglese quando sono andati a scuola. Solo uno ha visitato l’Europa. I miei genitori non ci sono mai stati. E quando nuovi conoscenti europei mi chiedono da dove vengo, dico che sono di Cleveland, Ohio. Ma non si accontentano di questa risposta e, forse soprattutto a causa del mio nome (lo stesso di mio nonno), tornano a chiedermi: «Sì, ma da dove vieni veramente?». Sono americano e mi sento in debito verso questo paese e il principio dello jus soli, grazie al quale i miei nonni hanno acquisito la cittadinanza americana, e ribadisco che provengo davvero da Cleveland, nell’Ohio. Ma quel che di solito vogliono sapere queste persone è: da dove vengono i tuoi genitori, e i loro genitori, che lingua parlavano in casa, quale religione praticavano? E così via  a ritroso nel tempo. Sono domande di per sé significative, indipendentemente dal fatto che debbano determinare o meno la cittadinanza.
L’ascesa del populismo di destra in Europa, gli esiti del referendum sulla Brexit e l’elezione di Donald Trump che aveva  promesso di elevare un  muro  lungo il confine con il Messico, sono tutti eventi che tradiscono l’ossessione per il   problema della provenienza . Le politiche identitarie, di destra e di sinistra,  hanno in comune la speranza che esista un’unica  “fonte” mitica, un’entità  che potrebbe risolvere la questione una volta per tutte, qualcosa che va al di là dell’orizzonte della scelta individuale e  ci solleverà dalla responsabilità - verso gli altri e verso noi stessi — di stabilire chi siamo e quindi  delle nostre azioni. Ma se risaliamo abbastanza lontano nel tempo, scopriremo che siamo tutti il risultato di persone  che discendono da un’incalcolabile diversità di paesi e genitori, e  che se anche la cittadinanza è diventata uno strumento indispensabile per l’acquisizione dei diritti civili, essa si basa sempre su circostanze troppo recenti per essere equiparata a un’origine. Veniamo tutti da molto lontano.
(Traduzione di Mario Baccianini)

Vieni a scoprire la tua antica storia
Donatella Di Pietrantonio, autrice de  "L'Arminuta" (Einaudi)

Cara Europa, 
mi rivolgo a te come quando ero bambina e poi ragazza. A scuola ci assegnavano delle lettere per te e noi alunni diligenti le scrivevamo, pieni di speranza in una carta geografica che si allargava negli anni, di trattato in trattato. Di più non avevamo capito, forse ci sentivamo in gara con l  America e tutti quei suoi Stati, quelle stelle sulla bandiera. Forse sognavamo di superarla. E di contare qualcosa anche noi dentro di te, dal centro e sud Italia così in basso nella cartina. 
Oggi ti scrivo più o meno per lo stesso motivo. Ti dico: vieni. Vieni a vedere questa tua coda che pende nel mare e può sembrarti un organo non troppo importante, una coda appunto, un’appendice scarsamente produttiva, con poco PIL, che a volte ti provoca fastidi, tremori. Vieni a visitare il tratto sacro della tua colonna vertebrale, i paesi struggenti e terremotati, di una bellezza luminosa e disabitata. Trattienila con te questa bellezza che chiami minore, non lasciare che si perda. Mantieni le chiese aperte, i piccoli ospedali, le caserme dei pompieri. Aiutala a conservarsi viva. 
Non è un lamento il mio, non è la lagna che sale dalle periferie, non l’accattonaggio dei poveri, la questua dei meridionali. È per te che lo dico. Diventeresti tu povera, senza queste parti. Tu mutilata, come un gatto a cui sia stata amputata la coda, appunto. Tu priva della possibilità di venire quaggiù a visitare la tua stessa storia. 
Noi continueremo a esserci, anche se non verrai. Pochi ma resistenti, ostinati. Qualcosa sapremo inventarci pur di restare. Per quanto mi riguarda continuerò a viaggiare attraverso di te e a tornare qui ogni volta, presa dalla nostalgia del vento che si infila in una strada stretta, del saluto di una vicina, persino dei segni dell’abbandono. E se non ti ricorderai di queste tue terre continuerò ad amarti e a credere in te, anche stimandoti meno. 
Tua per sempre cittadina.


Ci chiedi tempo, noi abbiamo fretta
Alessio Forgione, autore di "Napoli mon amour" (NNEditore)

Cara Europa,
ma cara cosa, ma chi ti conosce!? Io non so se fumi con la sigaretta al centro della bocca o se la metti di lato. Non so se ti tocchi il naso con la mano sinistra o con la destra.
Io non so nulla di te, chi ti ha mai vista.
Eppure, tu qualcosa di me la sai, per forza di cose, mentre io so solo che non ti conosco, ma so anche che in fondo non è tutta colpa tua.
È che un tempo le persone se la prendevano con quelli più vicini. Se la prendevano col padrone di casa, poi col caporeparto e l’assessore, il sindaco, la provincia e così via, fino ad arrivare a Dio, dal più piccolo al più grande e che a volte saltavano tutti i passaggi e arrivavano direttamente a Dio.
Ora, invece, che siamo tutti interconnessi, se la prendono con te, che sei distante e non hai volto o occhi. Si sorvola su tutto e si dice «Eh, quella l’Europa...»
Non è bello, lo so, però mi sembra bello, per certi versi umano, salvare quelli che ti sono vicini a discapito di quelli lontani.
Sbagliano, molto spesso, ne sono certo. Lo so io e lo sai tu, però oggi va così, serve andar veloci ed è per questo che diventi, tu Europa, la colpevole di tutto.
Perché tu richiedi, oltre ai soldi, che in realtà non sono niente e non esistono, la sola moneta che conosciamo e che possediamo al di là di tutto, di nostra vera proprietà, e che quindi fa paura sprecare, perché nostra e indipendente da chiunque altro. Tu chiedi pazienza. E la pazienza è un taglio della sola moneta esistente: il tempo.
Tu chiedi tempo e sembra sempre, a tutti, di non averne mai abbastanza. Per questo camminiamo veloci, con le mani nelle tasche, e incolpiamo te, che sei distante: perché tempo non ne abbiamo ed è brutto e fa paura rimandare sempre a domani la propria felicità.
Per questo dovresti cercare di capirci: perché, nonostante tutto, siamo e restiamo umani. E tu resisti, per favore, alle scosse, alle offese e alla grossolana stupidità. E non porgere l’altra guancia e non dimenticare. Anzi, segna tutto e agisci. Vienici a bussare a casa e chiedici come stiamo e ascoltaci e lasciaci sfogare.
Poi, Europa, torna da dove sei venuta e ricordati di noi.
Distinti saluti.

A te faccio sempre ritorno
Daisy Johnson, autrice di "Nel profondo" (Fazi)

Cara Europa,
vivo in Europa da ventinove anni e questi sono alcuni ricordi e pensieri su come ci ho vissuto e viaggiato, e sul modo in cui sono cresciuta qui. I miei genitori amano l’avventura e quand’ero piccola ci siamo trasferiti spesso, per motivi di lavoro. Uno dei paesaggi che ricordo meglio sono le paludi del Regno Unito – di cui ho scritto nel mio primo libro – che sono scure e piatte, basse, e con la terra del colore del carbone o del caffè forte. Quest’anno ho attraversato in treno l’Olanda per via di un festival letterario, e mi sono accorta che il suo territorio, così disperatamente piatto, con quei canali che s’intrecciano, le mucche a capo chino, ci somiglia molto; a L’Aia parlano perfettamente inglese e ho cercato di imparare anch’io qualche parola in olandese: grazie, salve, prego. Quand’ero piccola, durante le vacanze estive, i miei genitori ci caricavano in macchina e attraversavamo la Francia quasi per giorni interi, finché le strade non diventavano sterrate, ascoltando qualche audiolibro o esercitandoci con il francese, per sapere come ordinare le patatine fritte, o comprare il pane dal fornaio al mattino. Ora i miei trascorrono la maggior parte del tempo in Francia, e quando vado a trovarli mi sembra di tornare a casa, così come mi sembra di tornare a casa quando torno alle paludi, o quando rientro tardi da un viaggio e apro la porta del mio appartamento ad Oxford. Sono la maggiore di tre fratelli e quand’ero molto piccola abbiamo vissuto a Cipro, e poi nella periferia di Atene: non me la ricordo bene ma spesso, compulsivamente, mi capita di scrivere sui miti greci. Presto mia madre ed io torneremo ad Atene, e anche allora mi sembrerà di tornare a casa. La mia scrittura è istintiva, inconscia, legata all’idea del ritorno e al significato che può avere la parola casa. Ora, c’è anche una sorta di dolore, che ha a che fare con questo tornare a casa, un senso di perdita, di colpa e di vergogna. È davvero possibile abbandonare un luogo che è stato anche casa nostra?
(Traduzione di Stefano Tummolini)

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