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Cultura
maggio, 2020

La Democrazia e la Grande Pestilenza

Un altro virus si è propagato nel tempo del lockdown: quello dell'autoritarismo. Il politologo australiano passa in rassegna le reazioni politiche al coronavirus. E smaschera la tentazione più forte: un nuovo dispotismo

Il nostro mondo è stato devastato molte volte dalle epidemie, eppure ogni nuova ondata di malattia è un periodo in cui la vita viene polverizzata, la normalità vacilla, le angosce si moltiplicano e i pensieri si fanno cupi. Le pandemie fanno a brandelli le vecchie abitudini. Tra sofferenze e panico, le persone sentono istintivamente l’esigenza di riflettere a fondo. Che cosa possiamo dire, dunque, riguardo alle cause, le conseguenze e il significato storico di questa Grande Pestilenza?

Le epidemie di solito colpiscono senza preavviso, ma questa, benché repentina, è diversa sotto molti importanti punti di vista. Prima di tutto ci insegna che chi monta cavalli bianchi non sempre appare al termine delle guerre, come accadde nell’influenza del 1918-1920, erroneamente detta spagnola, pandemia che più verosimilmente iniziò in Kansas e in seguito contagiò circa 500 milioni di persone, all’epoca un quarto della popolazione mondiale. La nostra Grande Pestilenza è frutto di un periodo di pace, uno dei motivi per i quali in un primo tempo ha generato scarsa considerazione e smentite. A parecchi mesi di distanza dal suo inizio, non pochi politici e milioni di cittadini credevano ancora che non vi fosse alcuna epidemia. È come se provassero un’attrazione inconfessata per l’epidemia, forse addirittura una fugace quanto inquietante predisposizione a soccombere al virus – come ipotizzò Charles Dickens in Le due città – o a guardare gli altri morire.

Tra le grandi lezioni di questa pandemia c’è il fatto che la quarantennale epoca del neoliberalismo non sia responsabile soltanto di una decadenza che si esplicita nel divario sempre più ampio tra ricchi e poveri, nell’austerità forzata che fa seguito al collasso pressoché totale del sistema bancario, nel riscaldamento globale e nell’estinzione delle specie. Adesso ci rendiamo conto che, tra i vari capi d’accusa, i governi sconsideratamente filo-mercato hanno anche ridotto in malo modo i sistemi pubblici dell’assistenza sanitaria e trasferito i rischi per la salute e gli oneri direttamente sulle spalle dei privati cittadini e dei nuclei familiari. Il risultato scandaloso è che in molti posti, compresi i Paesi più ricchi del pianeta, la sanità pubblica non è organizzata come si deve ed è sovraccarica. È per questo motivo che per portare forniture di emergenza al St. Thomas Hospital nel centro di Londra è stato necessario far intervenire l’esercito. È per questo che il governo francese ha convertito le carrozze dei treni ad alta velocità in guardie mediche mobili. È per questo che i medici degli ospedali newyorchesi hanno supplicato che venissero consegnati ventilatori e respiratori mentre ordinavano camion refrigerati per portare via i pazienti che non sono riusciti a salvare. Ed è sempre per questo motivo che la Grande Epidemia sta devastando il sistema sanitario americano, così spendaccione e male organizzato, e che circa il 30-40 per cento dei suoi ospedali corre a breve termine rischi di bancarotta in un Paese che ogni anno spende per l’assistenza sanitaria il 17 per cento del suo Pil (3600 miliardi di dollari), di gran lunga più di qualsiasi altro Paese su questo pianeta.
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Nei prossimi mesi e negli anni a venire siamo destinati a scoprire molte più cose sull’avidità dei capitalisti, sulla speculazione dei privati e perché il culto dell’individualismo egocentrico debba essere posto sotto il controllo della politica e sorretto da istituzioni pubbliche più robuste e resilienti. Da questo punto di vista, il grande sconvolgimento innescato dalla nuova epidemia differisce da quello del 2008. A quel tempo interi sistemi furono salvati da ingenti iniezioni di fondi pubblici, allocati soprattutto alle banche e ai colossi del credito e delle assicurazioni, e a ciò fece seguito l’imposizione ai cittadini delle misure di austerità. Per il resto si trattò di socialismo da ricchi, di lotta all’ultimo sangue, di capitalismo nuota-o-vai a fondo.

La Grande Epidemia è diversa. Poiché in teoria influisce sulle vite di tutti, salvare in extremis le grandi imprese e in particolare le grandi banche non basta. Questa volta a dover essere salvati in extremis sono anche i cittadini. Motivati dal timore di milioni di morti e di un’altra Grande Depressione come quella degli anni Trenta, che ormai appare probabile, ecco gli accrediti diretti ai singoli cittadini, gli aumenti dei sussidi di disoccupazione, il congelamento delle rate dei mutui, lo stop agli sfratti. Resta da chiarire: chi pagherà per questo socialismo  all’improvviso”? Possiamo star certi che da qualche parte si stanno già facendo piani per risarcire i ricchi e far pagare i poveri e che, in Paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna, le grandi multinazionali e i governi faranno tutto ciò che sarà in loro potere per far leva sull’incombente calamità economica a beneficio del loro tornaconto personale. L’avvertimento di Daniel Defoe nel suo Due Preparations for the Plague (1722) resta quanto mai valido: le epidemie sono figlie dell’arricchimento indebito del mercato (“le depravazioni dei nostri scambi commerciali”) da parte dei ricchi e malvagi. Forse, un assaggio di futuro lo vediamo nel modo con il quale il governo greco sta distribuendo lauti contratti promozionali “restate a casa” alle società mediatiche private e sta pagando istituti di ricerca privati, invece di università e centri pubblici di ricerca, per effettuare le sperimentazioni sul virus. Oppure, lo vediamo da come il PPP (Paycheck Protection Program) da 660 miliardi di dollari dell’Amministrazione Trump ha distribuito a pioggia bigliettoni verdi alle grandi multinazionali quotate in borsa, a spese delle piccole imprese.

L’èra del neoliberalismo non è finita. Ma, per il momento, i governi eletti sia nelle regioni atlantiche sia in quelle dell’Asia-Pacifico, all’improvviso hanno messo in disparte il loro attaccamento al capitalismo incontrollato. A un tratto, con scarsa o nessuna opposizione dei ricchi, trionfa una nuova èra socialista, sorretta dalle paure del collasso economico, delle morti in massa e delle migliaia di miliardi di dollari pubblici. Mentre la Grande Epidemia si tramuta in una nuova Grande Depressione, con catene degli approvvigionamenti interrotte, imprese al collasso, disoccupazione in crescita e precarietà diffusa, la storia sembra essere dalla sua parte.
Questo socialismo all’improvviso di sicuro non porta il paradiso in terra ai cittadini. Gli accessi ai laboratori d’analisi, alle strutture per l’assistenza all’infanzia, alla banda larga di internet, al cibo e a spazi adeguati a vivere sono mal distribuiti. Le percentuali di reati per violenza domestica sulle donne e i livelli di infelicità familiare sono alle stelle. Nell’India di Narendra Modi, un lockdown della popolazione (janata) di tre settimane ha portato ad accaparramenti di generi alimentari, scorte e medicinali da parte del ceto medio e dell’alta borghesia e ha comportato un numero crescente di senzatetto, miseria diffusa, il pestaggio di migliaia di lavoratori migranti. In questa Grande Epidemia sono tutti uguali, ma alcuni sono più uguali di altri.

Eppure, nonostante l’avidità e le ingiustizie, nel socialismo improvviso accolto dalla maggior parte del mondo democratico c’è qualcosa di più profondo. I governi sono irrequieti ovunque. Sanno che il loro potere si regge sul consenso di chi è governato. La Grande Epidemia li ha costretti a rendersi conto che i cittadini angosciati e vulnerabili non accetteranno un nuovo periodo di misure di austerità perché i tagli attuati con il pugno di ferro non equivarrebbero soltanto a povertà di massa: l’austerità porterebbe alla morte di massa.
La Grande Epidemia esige responsabili politici capaci di motivare i cittadini conquistandone il rispetto. I buoni leader non si lasciano accecare dai consigli degli esperti e dai dati scientifici, che sanno essere incompleti, in  evoluzione e soggetti a diatriba (controversie?). Hanno il coraggio di far fronte a realtà complesse e di prendere decisioni difficili su quale sia il modo migliore per salvare vite umane e tutelare allo stesso tempo i cittadini dal disastro economico e sociale.

Resta da capire se, in condizioni simili, Paesi come gli Stati Uniti possano dar vita in futuro a veri leader. Per il momento, è evidente che alcuni atteggiamenti non funzionano più. All’improvviso, menzogne e sparate sono quanto mai fuori luogo. Simulatori e ciarlatani appaiono ridicoli. Alcuni leader sembrano criminali meritevoli soltanto di un processo per aver cercato di mantenere i loro Paesi in attività, per esempio dicendo agli elettori di mettere in conto “la perdita dei loro cari” (Boris Johnson), sollecitando i lavoratori “a tornare alla normalità” (Jair Bolsonaro) e diffondendo la teoria dell’“immunità di gregge”, il terrificante principio secondo cui, poiché la gente ha un diritto naturale a “mantenere una vita ragionevolmente normale” (Anders Tegnell), la crescita economica a lungo termine e i tagli di bilancio ai sistemi dell’assistenza sanitaria pubblica sono sostenuti al meglio lasciando che il virus si diffonda e faccia aumentare le percentuali delle morti sul breve periodo.
È possibile che, nei mesi e negli anni a venire, i falsi leader siano smascherati e condannati. Dopo tutto, la diffusione dell’epidemia ha luogo nell’epoca dell’abbondanza delle comunicazioni e della democrazia vigilata. L’intera nostra vita è satura di mezzi di comunicazione. Le elezioni stanno perdendo la loro centralità. Al loro posto, una sovrabbondanza di organi e di istituzioni pubbliche vigilano e si fanno sentire garantendo che il potere sia sempre sotto lo scrutinio vigile dei media, come mai in passato.

La nostra Grande Epidemia danneggia la democrazia, ma in modi diversi e in misura sorprendente. Le paure indirette legate alla malattia e una “mortifera epidemia universalmente malefica” (le parole sono tratte dal Decamerone di Giovanni Boccaccio) offrono ai governi un’occasione per ribadire che i loro cittadini ora devono essere difesi imponendo lo stato d’emergenza. Senza preavviso, in un batter d’occhio, le strutture ai vertici della divisione dei poteri e della democrazia vigilata sono state messe in disparte. “Quando ci si impegna in una guerra, lo si fa fino in fondo, ci si mobilita insieme”, dice Emmanuel Macron.  Le città sono diventate enormi spazi vuoti. La chiusura delle scuole ha mandato a casa più di mezzo miliardo di studenti, ci fa sapere l’Unesco. Cinema, ristoranti, bar, club, palestre, moschee, sinagoghe, chiese e templi sono stati sprangati. In Paesi come Italia, Francia e Spagna, centinaia di migliaia di agenti di polizia sono stati incaricati di pattugliare le strade. Per sbarazzarsi dei dissidenti, il governo indiano dell’Uttar Pradesh applica una legge per il controllo delle malattie epidemiche risalente all’epoca coloniale. In Kenya, il coprifuoco dal tramonto all’alba è fatto rispettare con lacrimogeni e bastonate. In Cile il referendum già in agenda per emendare la Costituzione risalente al periodo della dittatura è stato rinviato. In Australia, dove il parlamento nazionale è stato messo in naftalina per cinque mesi, la Grande Epidemia ha dato vita in un primo tempo alla National COVID-19 Coordination Commission (NCCC), una commissione non eletta, presieduta dall’ex magnate di una multinazionale mineraria, che doveva rispondere delle sue iniziative solo al Primo ministro. A seguito di alterchi tra le élite politiche, è stata sostituita dal National Cabinet, un organo di cui fanno parte i rappresentanti del governo federale, statale e territoriale. 
Opportunisti come Viktor Orbán e Narendra Modi si sono arrogati poteri illimitati per decreto, imponendo nuove dure sanzioni a chiunque sia accusato di diffondere “false notizie”. Di sicuro, sta per arrivare il momento in cui sentiremo dire che le elezioni generali in calendario devono essere rimandate o annullate.
Il silenzio e il compiacimento di commentatori che giustificano le drastiche restrizioni usando parole prese direttamente dalle opere classiche dell’antidemocrazia non giovano alla situazione. Tristemente tipico è il modo con il quale un professore dell’Università di Cambridge distorce l’amore del Leviatano di Thomas Hobbes (1651) nel giudizio secondo cui “il fondamento della politica” è che “alcune persone devono dire alle altre quello che devono fare”. David Runciman aggiunge: “Quando è in vigore l’isolamento, le democrazie rivelano ciò che hanno in comune con altri regimi politici: anche in questo caso, in definitiva la politica ha a che vedere con il potere e l’ordine”.

Simili giustificazioni dello stato d’emergenza sono ingenue e incompetenti allo stesso tempo. A meno di incontrare opposizione, le concentrazioni del potere arbitrario evidenziano sempre una ostinazione precisa. Da provvedimenti temporanei, diventano con facilità assetti permanenti. Il potere ammesso è potere concesso. Il potere ceduto è potere reclamato con difficoltà. Lo stato di emergenza abitua la gente alla subordinazione. Alimenta una forma di asservimento spontaneo. È padre del dispotismo e, come osservò Percy Bysshe Shelley in La regina Mab (1813), il potere arbitrario “come un’epidemia distruttiva” assomiglia in modo strano al virus che sostiene di combattere.

Nella regione dell’Asia-Pacifico, Taiwan e Corea del Sud sono degni controesempi di come l’epidemia possa essere gestita senza istituzioni bendate. Quei governi hanno messo in pratica i principi del “pensare in una emergenza” e di “eguaglianza della sopravvivenza” (Elaine Scarry). Prendono di mira il virus efficacemente, assicurandosi che lo spirito di opposizione al potere arbitrario diventi virale. Praticano la democrazia vigilata. Procedure trasparenti e flussi aperti di comunicazione sono le parole d’ordine dei loro sistemi per l’assistenza sanitaria universale. “Appiattiscono la curva” coinvolgendo i cittadini e conferendo loro potere nella gestione diretta della situazione, per esempio frequentando posti ai quali si accede come al drive-in e usando copriscarpe ospedalieri speciali.  (Alla metà di marzo 2020, in media gli Stati Uniti avevano eseguito 74 test per milione di abitanti rispetto ai 5200 per milione della Corea del Sud.) A Taiwan, il governo è stato  tempestivo nel reagire alla situazione e ha iniziato a monitorare i voli in arrivo da Wuhan (già il 31 dicembre 2019). Aveva imparato la lezione con l’epidemia Sars nel 2003 e dell’influenza H1N1 del 2009. Per anni, il Paese ha fatto scorta di mascherine, di prodotti per la sanificazione, di kit per i test. Il governo è stato chiaro nel comunicare che avrebbe usato i dati di localizzazione dei telefoni cellulari per vigilare sulle aree in cui si spostano persone contagiate, poi ha usato i dati ottenuti per creare una sorta di “recinzione elettronica” attorno alle altre persone che avrebbero potuto rimanere contagiate. Primo Paese al mondo, la Corea del Sud ha predisposto un ente di monitoraggio paragovernativo denominato Central Epidemic Command Centre (CECC): costituito da medici nominati a ogni livello del sistema sanitario nazionale, questo ente offre ai cittadini resoconti quotidiani e condivide il potere di prendere le decisioni con il Ministero della Salute e del Welfare.

La formula che ha funzionato in quei Paesi è che lo stato d’emergenza diventa indispensabile solo quando la democrazia fallisce. Ma una democrazia può anche fallire. L’equazione è quasi matematica: senza severi meccanismi che impongano di rispondere delle loro azioni, le potenti organizzazioni statali e le grandi corporation acquisiscono un cervello da gallina. Diventano scriteriate. Di solito,  tutto ciò determina ritardi sconsiderati e decisioni insensate che sgretolano le vite dei cittadini.

Questa formula vale di sicuro per la Repubblica Popolare Cinese. L’illustre antropologa Liu Shao-hua fa notare che il sistema adottato da Pechino per gestire la Grande Epidemia è una replica esatta dei metodi antidemocratici usati per gestire in passato malattie quali la lebbra, l’Aids e la Sars.  Liu Shao-hua fa notare anche come in un primo tempo i funzionari locali del Partito si fossero fatti carico di tutto, peggiorando le cose e non intervenendo. Il lavoro di medici e infermieri coraggiosi e il monitoraggio pubblico indipendente delle tendenze e delle correzioni degli errori da parte dei ricercatori, che hanno isolato il virus in pochi giorni e ne hanno sequenziato il Dna in tempi rapidi, sono stati messi a tacere. Alcuni studi ufficiali e indipendenti di ricercatori cinesi lasciano intendere che se il Partito fosse intervenuto a metà gennaio, quindi una settimana prima di quanto ha fatto, i contagi in tutto il Paese avrebbero potuto essere ridotti dei due terzi e che, se avesse reagito tre settimane prima, il 95 per cento dei casi nel Paese di tosse secca, febbre alta e ostruzione polmonare avrebbe potuto essere scongiurato. Ma non è accaduto. Al contrario, la correttezza politica e l’ambizione di “salvare la faccia” (b?o miànzi), sommati al cinismo e alla volontà di non rovinare le celebrazioni dell’imminente Capodanno cinese o di interferire con “il periodo delle due assemblee di Partito” (dal 6 al 17 gennaio 2020), hanno portato a una colossale insabbiatura. Alla fine, ha trionfato il fallimento della democrazia. Si è verificata una catastrofe ambientale globale innescata da patogeni mutanti che hanno effettuato il salto di specie. La Grande Epidemia è iniziata così.

Quando ai giornali sono arrivate le prime soffiate, quando le proteste sui social media hanno iniziato a svelare l’effettiva entità del contagio a Wuhan, i vertici del partito sono stati presi dal panico. Ben sapendo che quando la stalla è aperta i buoi scappano, le autorità di Pechino hanno temuto azioni sovversive e sono state costrette ad ammettere la verità e a intervenire. I cancelli del potere statale sono stati sprangati. Ottocento milioni di persone si sono trovate segregate. La vita economica ha subito una brusca interruzione. Più di ottantamila cittadini sono stati contagiati. Tremilatrecento di loro sono stati lasciati morire in quarantena, chiusi nei loro appartamenti o in guardie mediche sovraffollate. Come è consueto per il partito, alcuni funzionari sanitari di  spicco e i segretari di Wuhan e della provincia di Hubei, responsabili di false dichiarazioni e cattiva gestione, sono stati sacrificati. A quel punto, come un deus ex machina, è apparso in scena il despota con la mascherina Xi Jinping. Poco alla volta, in tutta la Cina, l’epidemia è stata portata sotto controllo.

Tra i risultati più singolari e imprevisti di questa Grande Epidemia, c’è il fatto che sembra che il Paese da cui ha avuto origine il virus stia ora godendo dei vantaggi tecnologici e del soft power legati al fatto di essere la prima grande economia politica a essersi scrollata di dosso l’epidemia. Nessuno sa quanto rapidamente l’economia cinese potrà tornare alle sue eccedenze, se la Cina aiuterà oppure ostacolerà la ripresa economica negli Stati Uniti e in Europa, o se il suo futuro modello di crescita di stato capitalista diventerà più equo, più rispettoso dell’ambiente e più attento al benessere dei suoi sudditi. Il mio libro The New Dispotism (2020) spiega perché la resilienza interna e la potenza globale residua della Cina non debbano essere sottovalutate. Di fatto, questa epidemia potrebbe diventare il suo momento d’oro, una sorta di seconda svolta Nixon-Kissinger e, senza sparare nemmeno un colpo di arma da fuoco, il Paese potrebbe assumere il pieno vantaggio geopolitico sugli Stati Uniti, per costruire il suo impero globale, mandando in pezzi una volta per tutte l’illusione della superiorità americana.
Se le foglie di tè fossero davvero lette in questo senso, la Repubblica Popolare Cinese dovrebbe essere la prima grande potenza a rimettersi in piedi dopo che il mondo intero è caduto. Le rosee speranze di “cooperazione e fiducia globali” allargate (Yuval Noah Harari) andrebbero in frantumi. Una realtà ben più dura screditerebbe ogni discorso poetico secondo cui questa Grande Epidemia potrebbe essere la madre di tutti i nuovi inizi, così che intere società possano “rompere una volta per tutte con il passato e immaginare un mondo nuovo” (Arundhati Roy). Al contrario, il centro geopolitico gravitazionale del pianeta alla fine verrebbe a trovarsi in una regione dell’Asia-Pacifico guidata da Pechino. Con gli Stati Uniti ineluttabilmente indeboliti, gli Stati dell’Unione europea che stentano a risollevarsi, e tutti avviati verso una nuova Grande Depressione della regione Atlantica.

Affinché tutto questo possa accadere, i cittadini cinesi dovrebbero fare qualcosa di più che soffrire e sottomettersi di buona volontà, giurando compiaciuti fedeltà al loro regime monopartitico. Dovrebbero dimenticare la lezione più importante di questa Grande Epidemia: laddove non vi è vigilanza democratica del potere sul nostro “pianeta di virus” (Peter Piot) popolato da migliaia di miliardi di minuscole particelle virali che, impazienti, non vedono l’ora di mutare altre cellule viventi, di sicuro compariranno nuove pestilenze e si diffonderanno democraticamente dentro e fuori la Cina. Altrove, i cittadini di qualsiasi regione del mondo dovrebbero parimenti disprezzare il principio secondo cui i virus che mutano adorano la mancanza di assunzione pubblica di responsabilità. Questi cittadini, che sarebbe meglio chiamare sudditi, dovrebbero accogliere lo stato d’emergenza attuale, ignorare le scritte sul muro della democrazia: a testa bassa, continuare a restare in quarantena. Garantirebbero così che in questa crisi le democrazie diventino il loro stesso peggior nemico. Il risultato finale sarebbe che le modalità atte a mantenere il potere come si fa in Cina rafforzerebbero la loro presa su ampie zone del pianeta. Un nuovo dispotismo, esperto nell’arte di espandere la servitù volontaria – quella che gli intellettuali cinesi amano chiamare la “buona governance” (liángh?o de zhìl?) –, diventerebbe in maniera trionfale una caratteristica costruttiva del futuro pestilenziale del nostro pianeta. E, a quel punto, il futuro della democrazia sarebbe il dispotismo.

Traduzione di Anna Bissanti

Politologo, docente all’Università di Sydney e al Wissenschaftzentrum di Berlino, Keane ha fondato il Sydney Democracy Network e prima il Centre for the Study of Democracy a Londra. È autore di una importante biografia di Vaclav Havel. Tra i suoi libri più recenti, “Power and Humility. The Future of Monitory Democracy”, che aprirà la collana La Stanza del Mondo della casa editrice Hopefulmonster, tradotto da Piernicola D’Ortona.

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