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Cultura
agosto, 2020

Il primo anno, così dura e dolce, è l’età del passaggio

Due studenti universitari a Parigi in un film realistico, romantico ed emozionante

Benjamin non ha idea di cosa vuol fare da grande ma suo padre è un chirurgo quindi alla fine sceglie Medicina, ovvero si iscrive ai test d’ammissione, un carnaio con migliaia di studenti disperati perché le domande continuano a salire e i posti a scendere. Antoine invece sta ricominciando per la terza volta il primo anno perché non vuole ripiegare su odontoiatria o farmacia: vuole diventare un dottore vero anche se ormai sembra uno di quegli ex campioni sempre in panchina - e non ha nemmeno iniziato a giocare.

Antoine e Benjamin (Vincent Lacoste e William Lebghil, semplicemente impagabili) diventeranno amici, complici, soci, rivali e molto altro quando scopriranno di poter studiare insieme. Anche se le cose non sono come sembrano. Il grintoso Antoine infatti sarà superato dallo svagato Benjamin, quasi per caso.

Questione di cultura (o famiglia) di provenienza. Altro non diremo. intanto, fra un test di massa e una giornata di studio matto e disperato, uno sguardo alle famiglie e un’abbuffata di “pain au chocolat” (Benjamin ha le sue debolezze), abbiamo scoperto un mondo, quello del nozionismo più bieco e selettivo, imperante in troppe facoltà, che Lilti riprende con divertito rigore (gli oberati docenti e gli innumerevoli studenti sono autentici grazie a un lungo lavoro di ricerca sul campo). Ma abbiamo anche riscoperto le durezze, e le dolcezze, di quell’età di passaggio che il cinema racconta così di rado, grazie a un regista che tra un film e l’altro fa proprio il dottore (erano suoi “Hyppocrate” e “Un medico di campagna”) ma dispone di una dose extra di umanità che riversa in personaggi memorabili per verità, simpatia, finezza, sottintesi. Con un passo classico e moderno insieme che unisce al ritmo svelto, a tratti quasi ellittico, una quantità incredibile di informazioni (e emozioni) concentrate nei 90 minuti canonici.

Un regista meno dotato ne avrebbe fatto un film-denuncia, o una commedia sociale. Lilti ci dà un doppio romanzo di formazione tanto piacevole da vedere quanto denso di interrogativi. Siamo sicuri che questo sistema funzioni? I futuri medici saranno i più indicati a esercitare la più umana delle professioni, o dei «rettili» (come dice Benjamin) abili nei test a risposta multipla? «In fondo», dice Lilti, «il mio cinema è un misto di documentario e finzione, realismo e romanticismo». Ne abbiamo bisogno.

“Il primo anno”

di Thomas Lilti
Francia, 92’

 

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