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Cultura
ottobre, 2021

Silvio Orlando: «La perdita e la malinconia, con Momò torno bambino»

L’attore napoletano torna a teatro con l’adattamento del libro “La vita davanti a sé”. «Il dolore del protagonista per la perdita della propria madre è lo stesso che ho provato io quando ho perso la mia»

«Per prima cosa vi posso dire che abitavano al sesto piano senza ascensore e che per Madame Rosa, con tutti quei chili che si portava addosso e con due gambe sole, questa era una vera e propria ragione di vita quotidiana, con tutte le preoccupazioni e gli affanni. Ce lo ricordava ogni volta che non si lamentava per qualcos’altro, perché era anche ebrea. Neanche la salute era un granché e vi posso dire fin d’ora che una donna come lei avrebbe meritato un ascensore». Dopo un attacco così, avreste il coraggio di abbandonare la lettura? “La vita davanti a sé” di Romain Gary, scritto nel 1975 con lo pseudonimo di Emile Ajar e rilanciato in Italia nel 2005 da Neri Pozza, è uno di quei romanzi che non si dimenticano facilmente. Tenero, ironico, irresistibile. Chi fosse davvero l’autore, vincitore del premio Goncourt e inventore di un nuovo gergo, si scoprì solo mesi dopo la scomparsa di Gary, morto suicida la notte del 3 ottobre del 1980.

 

Silvio Orlando, attore pluripremiato di cinema e di teatro, da quando ha avuto fra le mani “La vita davanti a sé” non l’ha più abbandonato. «Mi si è piantato nel cervello come un virus», dice. La storia è quella di Momò, un ragazzino arabo, figlio di nessuno, che viene accudito da una vecchia prostituta ebrea, Madame Rosa, nel quartiere multietnico di Belleville, a Parigi. «Nel 2017 ero stato invitato al Festival Torino Spiritualità per leggere alcuni passi del romanzo. In genere non amo fare reading, ma in questo caso sono stato subito travolto. Il libro mi ha parlato, era come se stessi leggendo la mia biografia. Non poteva morire lì», racconta Orlando.

 

Da allora, infatti, il romanzo ne ha fatta di strada. Riadattato per il teatro, oggi è uno spettacolo diretto e interpretato da Silvio Orlando, pronto a girare per l’Italia dopo l’anteprima al Campania Napoli Festival dello scorso anno (una produzione Cardellino srl, traduzione di Giovanni Bagliolo, edizione Biblioteca Neri Pozza, direzione musicale Simone Campa con l’Ensemble dell’Orchestra Terra madre). Prossima data 27 ottobre a Correggio e poi in tournée a Ferrara, Napoli, Roma, Milano e in tante altre città. «Sentivo il bisogno fisico di portarlo in scena. E poi il teatro è il mio orto, il mio giardino, in tempo di magra è la mia zucchina, il mio pomodoro», continua l’attore. E anche se il suo amico Carlo Ossola lo definisce scherzosamente “guida dei perplessi”, su una cosa Silvio Orlando non ha dubbi: «Il teatro è la mia salvezza», dice.

 

Quale è stata la prima cosa che l’ha colpita di questo romanzo?
«La storia, incredibilmente attuale. Nel romanzo vengono affrontati tanti temi. Quello che ci parla di più è senza dubbio il problema del razzismo, che negli anni ‘60-’70 in Francia era molto sentito e che in questo caso ci viene raccontato attraverso lo sguardo di un bambino di 10 anni. E poi c’è l’aspetto emotivo: l’angoscia di un bimbo terrorizzato dalla vita che ha davanti. Momò non ha punti di riferimento, finché un giorno incontra Nadine. E tutta la storia viene narrata con una tale freschezza che non si poteva non restare affascinati».

 

«Se Madame Rose sapeva che ero Mohammed e musulmano, vuol dire che avevo delle origini e non ero senza niente», scrive Romain Gary. Lei che rapporto ha con il concetto di identità, centrale non solo nel romanzo ma anche nella vita dell’autore?
«Mi fa pensare alla mia “napoletanità”. Tutti sanno cosa è un napoletano, tranne il napoletano stesso. Ci sono mille stratificazioni del nostro modo di essere. Gary ha cercato di capire chi era facendo tutto ciò che la madre gli chiedeva di fare. Io ho capito la mia napoletanità quando mi sono trasferito a Milano negli anni Ottanta, nel periodo in cui la Lega stava esplodendo. Mentre recitavo al Teatro dell’Elfo sentivo che c’era un’aspettativa. Tutti volevano vedere il mio essere napoletano e così li ho accontentati, fino all’estremo, in maniera quasi kitsch. Oggi si parla tanto di "politicamente corretto”: tutelare le persone che rischiano di essere schiacciate dalla massa è una cosa giusta. Se il ragionamento è sano e non sconfina nell’idiozia che problema c’è? Questo è uno spettacolo per tutti, che rispetta tanti modi di pensare anche riguardo alla diversità culturale. Senza fare nomi, lascerò sempre due poltrone libere per i nazionalisti».

 

Questo romanzo le ha parlato come fosse la sua biografia. Cosa hanno in comune Momò e Silvio Orlando?

«In questo romanzo c’è il dolore di un bambino per la perdita della propria madre ed è lo stesso dolore che ho provato io quando ho perso la mia di madre. Avevo 9 anni, quasi la stessa età di Momò. Abbiamo molte cose in comune. Quel terremoto che ho vissuto da bambino, la ricerca della stabilità affettiva, ho ritrovato tutto. Ecco perché ho spostato l’attenzione del romanzo dal tema della convivenza e della tolleranza all’aspetto più doloroso della perdita, che tutti possono capire. Quando muore una madre muore anche la famiglia, ognuno cerca di farcela da solo, manca il collante».

 

E lei a cosa si è aggrappato per farcela da solo?
«Io mi sentivo un piccolo eroe, ero un monumento di me stesso. Rifiutavo tutti i surrogati che mi venivano proposti (la zia che mi chiedeva di chiamarla mamma per esempio...). Per me parlare della morte di mia madre è sempre stato un tabù. Non volevo suscitare pietà. Poi mi sono aggrappato all’ironia. I tempi comici li ho imparati da mio padre, sannita, che non era una persona abituata a tante dimostrazioni di affetto ma era dotato di umorismo. Era un grande guerriero, in questo ho preso da lui. La tenerezza e la malinconia, invece, li ho ereditati da mia madre, che era napoletana».

 

“La vita davanti a sé” è anche una storia di incontri. Quali sono stati gli incontri che hanno cambiato la sua vita?
«Il primo grande incontro è stato sicuramente quello con Gabriele Salvatores, che dal punto di vista artistico è stato per me molto importante. Il secondo quello con Nanni Moretti, che mi ha salvato dal destino televisivo. Mi ha riportato in carreggiata, ce n’è sempre bisogno. Ogni carriera è fatta di “piccole morti” e nei momenti più duri serve qualcuno che ti dia una mano».

 

Nella sua lunga carriera c’è tanto cinema. Due film sono in uscita (“Il bambino nascosto” di Roberto Andò e “Ariaferma” di Leonardo Di Costanzo), annunciamo anche il terzo?
«Si intitola “Siccità” ed è un film di Paolo Virzì. Ma ancora non c’è una data di uscita nelle sale. Racconta la storia di una ventina di persone in cerca di riscatto, compreso il carcerato che io interpreto. A Roma non piove da tre anni, una catastrofe ambientale. A partire da qui si intrecciano tante vicende che fotografano il momento in cui perdiamo il controllo e non sappiamo come comportarci. Una situazione non così diversa rispetto alla pandemia».

 

Dica la verità, ce l’ha un progetto nel cassetto che ancora non ha realizzato?
«Per me i grandi classici a teatro non sono mai abbastanza, quindi mi piacerebbe interpretare Cechov, Shakespeare, Pirandello. E poi ci sarebbe un altro progetto: raccontare al cinema la storia dei De Filippo, Eduardo e Peppino, l’intellettuale e il talentuoso. Toni Servillo sarebbe un Eduardo perfetto, io potrei essere Peppino. Ne avevo parlato anche con Luca De Filippo, ma non siamo mai riusciti a realizzarlo. Ora i tempi sarebbero maturi per farlo».

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