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Cultura
ottobre, 2021

Le “carte da giogo” di Antonio Rezza, il re di picche è nudo

I poker d’assi bipolari. Le figure J, Q e K con l’immagine deformata dell’artista e di altri ceffi. Sono i mazzi di carte, ironici scatti in auto posa

La storia si ripete: mai chiudere in gabbia chi ha le idee, perché se esce dal recinto le zampilla ininterrotte.
Così è stato. Durante il primo lasso di indotta prigionia ebbi a che fare con alcune immagini sformate, ottenute grazie all’applicazione di fogli a riverbero approntati con Flavia Mastrella per far sì che durante le performance teatrali abbia sempre me di fronte. Solo che le lamine a contatto vennero puntellate fuoribolla e questo generò delle minuscole aberrazioni che liberarono i cavalli. Sui fogli estesi, all’incrocio di duerette, il ronzino galoppava con me in sella.

 

Esauriti i quadrupedi ci fu un momento di ricerche successive fino a quando, dall’inizio del 2021, lo strato piccolo, alto e verticale, iniziò a provocarmi. Camminavo nella stanza e lo intoppavo con lo sguardo svagato, ma mai così distolto da impedirmi di sbirciare ciò che rispecchiavo. Mi fermavo e trasalivo allo scossone, strutture semplici, accecate dal baricentro in su, per partorire un’escursione in alto a destra che era la sinistra del provocatore. Cominciai a sfidarlo, appoggiando gli zeppetti tra le ruote, ingrossandolo soltanto da una parte per bilanciare la visione precedente e ampliarla a meridione. Trascorrevo ore a infarcire il frammento, vedevo ciò che non volevo e immortalavo quel che rimaneva.

 

Mi privai degli indumenti, la pelle è pelle quando è nuda, vestita è un palliativo. Le immagini si oltrepassavano in continuazione, il bello di due giorni prima già non lo era più, ogni passaggio scandiva la fine di quello antecedente, fino ad assestarsi su una qualità che permetteva il vaglio. Le ho scattate tutte io, sovente su una gamba, la maggior parte son da solo in posa, poi ho invitato altri deformi a travisare uniti al corpo mio. E ancora una volta è mutata l’energia. Sono carte da giogo punitive, ogni figurazione è nominata a ragione, può essere quello che uno vuole, ma intanto è quel che voglio io. Pur nell’assoluta libertà di giudizio e di utilizzo. Si possono fare i giochi classici a patto di non trastullarsi sull’immagine stampata. I poker d’assi saranno bipolari, con tanti auguri a chi non ha inventiva.

Per le figure J, Q e K, insieme a me c’è sempre un altro ceffo. Oppure ceffa per non discriminare. Si può giocare a scala e a quei mercanti che dalla fiera tornavano paonazzi e il giorno dopo si svegliavano beoni. Ci si può fare tutto, anche il futuro, a intesa che chi legge abbia occhi svelti a strabuzzare. I mazzi sono due, a dorso rosso e a costa blu, chi li prende entrambi gioca a quel che dico io, chi ne prende solo uno gioca a quel che dice lui ma con meno turbamento. Nel mezzo degli scatti ne uscirono di sconce e sbarazzine, ma avendo in simpatia i famigerati minorenni, le foto che offendevano il pudore le ho eliminate nell’interesse dell’infanzia. Se questa serie avrà clamore, ne verrà un’altra per adulti, con quel che ne consegue per difetto: bambini a letto e non per far dispetto. Ma siffatto è il primo mazzo, è rispettoso, lascia a malapena intravedere la chiappetta che di sottecchio simula la fretta. Si possono inventare storie e stabilire relazioni, chi pesca L’Allunaggio è sognatore, chi acciuffa La

Vergogna è da cacciare, chi azzecca L’Unicorno è traditore, chi acchiappa Il Lottatore è temerario. Per ogni carta c’è una spiegazione scritta, chi tocca l’argomento è smascherato, chi fugge dal pippotto è fatto fuori. Ci sono i semi classici scanditi da quattro sottofondi: il Bianco, il Decorato, l’Ovale e la Porta. Chi dà La Capocciata è capoccione, chi abbranchia Caporetto è sciagurato. Con un po’ di ingegno ci si abbandona a quattro classi, il Bianco per chi ha la testa vuota, il Decorato per chi è superficiale, l’Ovale per chi annacqua l’idrocefalo, e il legno della Porta per chi non vuol capire. I semi stanno lì per far contenti, in fondo un fiore non si nega mai a nessuno, per non parlar del cuore che è di tutti tranne il mio. I quadri li studiamo da ragazzi, le picche sono un modo per non dire. I semi stanno lì a tranquillizzare, con la mannaia della tradizione a fare da badante. I numeri confortano il cartaio che li preferisce di gran lunga alla sintassi. Ma a chi le compra do un consiglio assai oculato: lascia stare i semi, dimentica le cifre e passa ai contenuti.

Se poi non ce la fai ridimensionati a mazziere e gioca con gli amici che, quando se ne vanno, ti fanno un isolato a domicilio. In quel momento affronta il solitario, quello che eri prima dell’arrivo dei compari, scopri Confucio e fatti tibetano, gira l’Orfanello e suona il campanello. Tanto stai dentro, chi vuoi mai che sia?

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