L’ufficiale indossa una giacca militare ma per i primi minuti vediamo solo le sue mani, mani grosse che sfogliano carte e maneggiano una penna. I modi sono meticolosi, addirittura garbati. La faccia occhialuta, i capelli corti sulle tempie, potrebbe essere quella di un preside. Lei è spaventata ma imperturbabile. Si torce un poco le mani, lo ascolta con attenzione, cerca di seguire i suoi suggerimenti, ovvero di capire cosa le sta dicendo davvero. Ma l’ufficiale, che adesso è in camicia, senza mai alzare la voce d’improvviso la porta in una cella imbottita e inizia a mostrarle cosa la aspetta.
Perché siamo nell’Urss del 1952, Natasha (Natasha Berezhnaya), una bella donna curata e lievemente sfiorita, fa la cameriera nel ristorante della Città della Scienza, un incarico delicato in un luogo riservato a una casta di privilegiati. Nella prima parte del film, minuziosa e a tratti interminabile, l’abbiamo vista litigare con una giovane collega, disperarsi per la sua vita, fare bisboccia con i clienti, militari e teste d’uovo. Infine andare a letto con un ospite dell’Istituto, uno scienziato francese di nome Luc Bigé (i nomi dei personaggi sono quelli degli interpreti) in una lunga e dettagliata scena d’amore dal vero, senza simulazioni, molto tenera ed emozionante.
Sicché ora è in trappola. L’ufficiale, che si chiama Vladimir Azhippo, vuole farne un’informatrice dei servizi segreti e tanto per cominciare le fa firmare una deposizione in cui accusa il povero francese invaghito delle peggiori perversioni. Una resa senza condizioni, nonché l’opposto di ciò che abbiamo appena visto. Dettaglio geniale: mentre scrive la sua falsa deposizione, Azhippo invita Natasha a non andare fuori dei margini, come una scolaretta. Prima però, per piegare la sua strenua dignità, le strappa i vestiti, le spiega quasi contrito cosa potrebbe accaderle, toglie una a una con molta pazienza le mollette che ha nei capelli («potrebbero finirmi in un occhio, anche se ho una certa competenza in queste faccende»), la costringe a infilarsi il collo di una bottiglia nella vagina, scena che ha fatto sobbalzare il Festival di Berlino e provocato reazioni prevedibilmente indignate, anche se si vede ben poco ed è con ogni probabilità simulata.
«Dobbiamo proprio rimettere in scena gli orrori delle dittature col pretesto di denunciarle?», ha scritto semplicisticamente Le Monde. Domanda capziosa, oltre che retorica, perché “DAU. Natasha”, il film appena sbarcato nelle sale italiane di cui stiamo parlando, non è certo un lavoro ordinario e tantomeno un banale esercizio di pornografia del dolore. Diretto da Ilya Khrzhanovskiy e Jekaterina Oertel, fotografato in un magnifico 35 millimetri dal grande Jürgen Jürges, già operatore di Fassbinder, Wenders e Haneke, premiato a Berlino «per l’eccezionale risultato artistico», ma destinato a spaccare la critica ancor prima che il pubblico, “DAU. Natasha” appartiene infatti a un esperimento faraonico avviato dal semisconosciuto Khrzhanovskiy più di dieci anni fa e detto appunto Progetto DAU, anche se la stampa internazionale lo ha subito ribattezzato “il Truman Show stalinista”.
L’idea originaria era semplice. Girare un “biopic” dedicato all’inesauribile figura di Lev Landau (1908-1968), fisico sovietico e premio Nobel nel 1962, inviso a Stalin ma risparmiato per meriti scientifici, noto anche per aver predicato e praticato l’amore libero. La vera ossessione di Khrzhanovskiy, classe 1975, figlio di un celebre regista d’animazione, era però un’altra. Ricreare in vitro un mondo scomparso: l’Urss fra il 1938 e il 1968, resuscitata in tutti i dettagli materiali e, si suppone, morali, dando vita a un mondo parallelo al cui interno il regista e i suoi collaboratori selezionano storie e personaggi lavorando nella quasi totalità dei casi con attori non professionisti che finiscono per mettere in gioco non solo le loro facce ma i loro sogni e le loro esperienze.
Riassorbita l’idea del biopic dentro un progetto ben altrimenti ambizioso, Khrzhanovskiy costruisce un “Istituto di Ricerca per la Fisica e la Tecnologia” ispirato a quello di Landau nella città ucraina di Kharkiv, sui resti di un complesso sportivo. Ben 12mila metri quadri che ospitano migliaia di tecnici, attori e comparse per anni, spesso 24 ore al giorno, in una simulazione totale che rimescola ad arte identità vere e fittizie e abbraccia ogni elemento della vita quotidiana: dagli abiti, biancheria compresa, agli oggetti più comuni, dalle tecnologie al taglio di capelli, dal linguaggio (vietato usare parole allora inesistenti come Internet o Google per esempio, pena multe salate anche per giornalisti e visitatori) alla valuta usata, vecchi rubli naturalmente, fino alle tubature e perfino al rumore dello sciacquone, tutto dev’essere rigorosamente d’epoca.
Simulazione paranoide o realtà parallela, l’esperimento va avanti per anni diventando ben presto una leggenda che attira reporter e celebrità di ogni campo da tutto il mondo. Se al carismatico direttore d’orchestra greco Teodor Currentzis tocca il ruolo di Landau, a Kharkiv passano artisti come Marina Abramovic, fisici come Carlo Rovelli e David Gross, Nobel 2004, registi teatrali come Anatolij Vasil’ev, Peter Sellars e Romeo Castellucci, matematici come il cinese Shing-Tung Yau, usati talvolta come attori. Anche se tutte queste celebrità servono forse soprattutto a ricreare una sorta di “nomenklatura” da contrapporre all’esercito di maestranze e figuranti impiegati nel progetto, costato secondo stime non ufficiali almeno 70 milioni di dollari forniti dal magnate russo delle telecomunicazioni, nonché finanziatore del giornale d’opposizione Novaja Gazeta, Sergei Adonyev.
Oltre a “Natasha” e a “Degeneratsia”, un film di 6 ore intriso di problemi teologici e filosofici, presentati alla Berlinale, Khrzhanovskiy e il suo team girano infatti altri 13 film più 4 miniserie tv, in buona parte visibili sulla piattaforma DAU.com, anche se non si deve pensare a un sistema di produzione continuo e oppressivo. Dall’insieme del progetto promana quasi per forza di cose un’aura sinistramente totalitaria, le riprese però si svolgono solo per brevi periodi. In tre anni Jürgen Jürges totalizza 700 ore di girato per 100 giorni di riprese. Ma soprattutto nulla viene “rubato” alla vita quotidiana di attori e comparse come in un volgare Grande Fratello sovietico. Al contrario, le sceneggiature sono abbastanza aperte da spingere ogni interprete a improvvisare, almeno in parte, perché questo è in fondo lo scopo del Progetto DAU. Ricreare non solo un sistema sociale ma il suo modo specifico di funzionamento. Ribaltando l’estetizzazione della politica propria dei regimi totalitari in una gigantesca operazione consapevolmente, dunque politicamente, artistica.
Sintetizza il regista: «Presi uno a uno tutti questi dettagli sono puro delirio. Nel loro insieme però finiscono per creare una profondità altrimenti impossibile da raggiungere». Il problema a ben vedere è tutto lì e non riguarda solo Khrzhanovskiy ma lo sguardo che ormai posiamo sulla produzione culturale. Certo, non contano solo i risultati finali, anche il metodo è centrale, ma i reportages dal set del Progetto DAU hanno fatto a gara nel dipingere il regista come un incrocio tra il Coppola di “Apocalypse Now” e il colonnello Kurtz perso nella sua brama di potere. Finendo per considerare l’esito di questa colossale impresa - i film e la versione teatrale immersiva andata in scena a Parigi - una specie di trascurabile epifenomeno. Mentre la visione di “DAU. Natasha” sembra dare ragione a Khrzhanovskiy, per quanto dispotici possano essere stati i suoi atteggiamenti sul set.
L’interrogatorio subito dalla protagonista non sarebbe così sconvolgente se questa formidabile attrice non professionista alla fine non ribaltasse i ruoli tentando di sedurre il suo carnefice. E se a interpretare il funzionario che la interroga non fosse un vero ex-ufficiale del KGB (defunto nel frattempo), esperto in questo genere di pratiche, che dopo l’esperienza sul set avrebbe preso coscienza del proprio ruolo finendo per pentirsi e testimoniare contro la tortura per Amnesty International.