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Cultura
settembre, 2021

«Il papiro è la rivoluzione tecnologica che ha permesso alle parole di viaggiare nei secoli e nello spazio»

Cantori, scribi, re, sacerdotesse. Migliaia di persone nel corso del tempo hanno cercato le soluzioni migliori per salvare le storie dell’umanità. Una grande avventura, quella del libro, che la filologa spagnola Irene Vallejo ha ricostruito in un saggio d’azione. Che è già un caso;

Uomini a cavallo su vie antichissime. Sovrani assetati di conoscenza. Monaci ricurvi su codici da intarsiare. Ribelli e avventurieri, schiavi e maestri. E ancora: poeti, scribi, traduttori, guardiani di biblioteche e cacciatori di racconti, tutti ossessionati dal sogno di trasmetterli al futuro. È un’epopea corale e senza confini la storia del libro, dalle origini a oggi: che fa tappa tra i canneti di papiro lungo il Nilo e tra campi di battaglia, palazzi sfarzosi e scuole improvvisate. Ma anche tra roghi di libri, biblioteche fantasmagoriche ridotte in fumo: come quella di Sarajevo, avvolta dalle fiamme nell’agosto del 1992.

Un’avventura nient’affatto maschile: anzi punteggiata da figure femminili decisive, che febbrilmente tramandano scritture sin dall’alba della civiltà. Ma anche una vertiginosa corsa verso la ricerca del materiale perfetto - pietra, argilla, pelle - perché le parole attraversino, protette, lo spazio e il tempo.


A raccontare tutto ciò è una filologa quarantenne nata a Saragozza che ha trascorso gli ultimi otto anni della sua vita a risvegliare voci, a tratteggiare strade, a rubare frammenti di fonti, in cerca di storie alternative. Riversando i risultati in un libro di quasi seicento pagine, il più letto dagli spagnoli durante il lockdown, 40 edizioni e l’apprezzamento di lettori come Mario Vargas Llosa o Fernando Aramburu («una delle cose più belle, divertenti, istruttive da molti anni a questa parte»). Che è arrivato anche in Italia (e in altri 38 Paesi) edito da Bompiani: “Papyrus. L’infinito in un giunco”.


Esile, sguardo chiaro, eloquio affascinante («sento che condividiamo l’amore per la parola: è la mia esperienza dell’Italia questa energia senza soggezione verso il bello», dice: «Siamo gli eredi del dialogo socratico mediterraneo, capace di ascoltare profondamente gli altri»), Vallejo parla veloce, si entusiasma, si commuove persino. In una interpretazione autentica di quelle stesse emozioni che il libro trasmette.

Non è solo un romanzo né solo un saggio. C’è lei, dentro: con le sue memorie, i viaggi per archivi e biblioteche.

 

Italo Calvino 

La divisione in generi letterari ha consentito, dai tempi della Biblioteca di Alessandria, di ritrovare i libri. Oggi che i generi sono sempre più ibridati e, come molti ritengono, superati, come definirebbe “Papyrus”?
«Un saggio di avventura. Certamente non un testo accademico, anche se dietro ci sono anni di ricerche e di studio. Un saggio letterario. Avevo già scritto dei romanzi e alcuni libri per bambini. Con “Papyrus” volevo inoltrarmi nel territorio dell’oralità, un mondo dove queste distinzioni di generi non hanno senso. In fondo è anche un tornare alla saggistica, come la intendeva Montaigne: che scriveva dialoghi con Seneca, Epicuro, Platone o Cicerone, interagendo col suo tempo e parlando delle sue esperienze. Avevo in mente quel tipo di libertà, quella leggerezza, il senso della digressione: più importante dell’ordine, della cronologia, della distinzione in generi».


L’accademia la conosce bene, però: ha conseguito un dottorato occupandosi di canone letterario grecolatino...
«Grazie a una borsa di studio ho trascorso a Firenze quasi un anno per le mie ricerche. Senza quel tempo questo libro non ci sarebbe stato. La Biblioteca Riccardiana è stato il luogo in cui ho potuto accarezzare, per la prima volta, un manoscritto di Petrarca. In quel momento ho avvertito quanta dedizione, quanto tempo, quanta pazienza qualcuno avesse messo in quel volume, per farlo arrivare a noi. Ho desiderato scriverne. Attraverso un libro “ospitale”, non per specialisti».
 

Di certo il brulichio di gente, e di gesti di persone di cui non sapremo mai il nome, è uno degli aspetti che colpisce di più. Trasferisce l’impressione di una grande avventura dell’umanità.
«La storia dei libri è una epopea, che continua oggi attraverso librai, bibliotecari, insegnanti. Questa catena di salvezza della conoscenza è sopravvissuta a crolli di imperi, guerre, epidemie. Il mio libro è un omaggio a gente che non ha agito per vanità, come tanti mecenati, ma per puro amore. Questo volevo raccontare. Con due fantasmi amichevoli al mio fianco: Italo Calvino e Umberto Eco. Oltre a tante voci sulle quali mi sono formata, da Roberto Calasso a Luciano Canfora».
 

Il piacere della lettura: il suo libro lo rivendica attraverso i classici. Lo scrittore Amin Maalouf nel suo ultimo libro esprime la stessa idea con una potente metafora: un popolo di discendenti di Empedocle, che ci vengono in soccorso.
«Tutte le volte in cui accadono catastrofi, o siamo schiacciati dall’angoscia, i classici trasmettono sicurezza e la speranza di un’umanità che è riuscita ad andare avanti anche nelle situazioni peggiori».
 

Eppure anche i classici sono investiti dal vento della cancel culture: rilettura che ne contesta ora il maschilismo, ora la violenza, ora i valori discriminatori.
«Io penso che non dobbiamo mettere i classici su un piedistallo. Ma vedo un grosso pericolo nel cercare di cancellare brani e idee contrarie alla sensibilità di oggi: mi sembra che sia la stessa operazione del negazionismo. Dobbiamo conoscere la storia e cercare di capirla. Sapere come certe idee si sono formate e sono state giustificate, così da avere gli strumenti per evitare che si ripropongano. Io non amo tutto ciò che è classico per il solo fatto che viene dal mondo antico: ho una relazione conflittuale con alcuni, ad esempio con Platone. La cosa importante è avere uno sguardo critico. Se lo facciamo verso il passato lo faremo rispetto al futuro».
 

Chi le ha trasmesso l’amore per i libri?
«I miei genitori leggevano tantissimo, ho avuto la fortuna di crescere in una casa piena di libri. Ho un ricordo fortissimo dei loro racconti: la sera, creavano un’atmosfera magica, intima, estranea alla vita reale. Anche per questo l’oralità è così centrale in “Papyrus”.
 

Svariati saggi stanno raccontando la storia del libro e della lettura: penso a “Carta” di Mark Kurlansky (Bompiani) e a “Leggere” di Mark Seidenberg (Treccani). Il rilievo che lei dà all’oralità in effetti è un suo tratto distintivo.
«Può sembrare un po’ paradossale, ma ho cercato di raccontare la storia del libro come avrebbe fatto un poeta orale, prima dell’esistenza dei libri stessi. Per farlo ho contattato cantastorie, ho cercato di capire le loro tecniche, ho studiato le caratteristiche della comunicazione orale. Poi, come Shahrazad, ho intrecciato le storie, cercando di far sorgere nel lettore il desiderio di andare avanti».
 

Di aneddoti e di curiosità è zeppo il libro. Scopriamo che Cleopatra era una formidabile lettrice. E che Antonio le porta in dono duecentomila libri. Che ruolo hanno le donne in questa avventura?
«Fondamentale. Anche se con l’eccezione di Saffo, il paesaggio intellettuale è sempre stato maschile. Mi sono chiesta se fosse la realtà o un cliché. Ho interrogato le fonti per saperlo: e lì le donne non sono certo protagoniste, ma ogni tanto affiora un riferimento, un nome, un frammento: le donne c’erano».
 

E cosa ha scoperto da questi accenni?
«Per esempio una donna accadica, Enheduanna, la prima a firmare versi nella storia dell’umanità. Sono rimasta sotto shock, perché nessuno me ne aveva mai parlato prima, non dico al liceo ma neanche nei corsi di specializzazione. Se una donna così importante non viene neppure nominata, quante sono quelle dimenticate? Ho cercato di farne un elenco, perché le ragazze di oggi sappiano chiaramente che la volontà di scrivere, capire il mondo, far progredire il pensiero, ci ha sempre visto protagoniste».
 

Corinna, Telesilla, Mirtide, Prassilla, Eumetide, Beo, Erinna... La lista è davvero, sorprendentemente, lunga. E chi era Enheduanna?
«Un personaggio bellissimo, poeta e sacerdotessa. Noi parliamo sempre di Omero, senza sapere granché di lui. Di Enheduanna invece sappiamo tanto, scrisse degli inni che ancora riecheggiano nei Salmi della Bibbia. Lei parlava della creazione come atto erotico, si diceva “incinta” delle parole».
 

Una figura indimenticabile, dopo aver letto “Papyrus”, è Aspasia, moglie di Pericle.
«Secondo Platone è lei ad aver scritto i discorsi politici del marito. I discorsi politici di Pericle hanno avuto moltissima influenza: da Kennedy a Obama sono continuamente citati. E non è straordinario il fatto che siano le parole di una donna, che faceva l’insegnante nell’epoca d’oro? Le donne non sono una nota a piè di pagina, in una storia di uomini. Ci sono, invece, e non sono un’eccezione».
 

Aspasia era una straniera. La storia che stiamo raccontando è globale, nutrita delle influenze di popoli diversi.
«“Papyrus” è anche un omaggio alla traduzione, che diamo per scontata ma che qualcuno ha immaginato per la prima volta: ad Alessandria, dove Alessandro Magno concepì il sogno di una biblioteca universale. Una rivoluzione: per la prima volta qualcuno sentì che non bastava leggere ciò che era scritto nella propria lingua, ma che era bello conoscere anche ciò che avevano scoperto e pensato gli altri. Almeno in un senso simbolico le frontiere erano abbattute. Il sogno della biblioteca era democratico: consentiva a tutti, non solo alle élite, di accedervi. Quando si pensa all’eredità dell’impero romano di solito non si menzionano le biblioteche, ma sono stati i romani a farle espandere. Marziale, nato in un paesino vicino alla mia città, poteva contare su una biblioteca dove ha imparato il latino che gli ha permesso di andare a Roma e diventare scrittore. Non c’erano tanti elementi comuni tra i popoli dell’Impero romano, ma tutti, nell’odierna Inghilterra, in Spagna o in Germania, avevano la possibilità di andare a teatro, frequentare scuole e biblioteche dove si parlava latino. È l’eredità di noi cittadini europei. La biblioteca di Alessandria è bruciata tante volte, ma una cosa l’ha colpita in modo decisivo: il fatto che il potere, a un certo punto, l’ha trascurata. Vale anche oggi. Tante volte si pensa che la cultura sia solo un ornamento per tempi in cui l’economia va benissimo: non è così. Leggere aiuta a sopravvivere. Persino nei campi di concentramento raccontare storie fu strategia contro la disumanizzazione suprema».
 

Le biblioteche sono anche segni nel territorio. Lei parla molto della Bodleian Library di Oxford. È legata ad altri luoghi?
«Certamente alla Biblioteca Riccardiana di Firenze. Ma sono soprattutto legata alle piccole biblioteche comunali, a quelle di quartiere, a quei luoghi che rappresentano avamposti sociali, in tutto il mondo. Mi emoziona lo sforzo che fanno per coinvolgere lettori, per aiutare gli stranieri attraverso i loro corsi, per sopperire alla mancanza di computer della gente: sono focolai di cultura dove spesso mancano altre possibilità».
 

Mi sembra di sentire in lei il “Discorso al paese di Fuente Vaqueros” di Federico Garcia Lorca, in occasione dell’inaugurazione della Biblioteca del luogo natale...
«Sì! E sa che ho scritto un manifesto per la lettura basandomi su quel testo? Le grandi biblioteche colpiscono per bellezza e disponibilità. Ma le piccole biblioteche, tenute in vita dalla passione, trasformano il mondo».
 

E il papiro, in questa storia, che ruolo ha?
«Il papiro è la rivoluzione tecnologica fondamentale. L’alfabeto, una ventina di segni, permette di scrivere l’infinito. Ma le parole sono fragilissime, un pezzetto di aria che vibra. L’uomo è andato alla ricerca della superficie giusta per conservarle: prima la pietra, durevole ma non trasportabile. Poi le tavolette d’argilla, troppo delicata. Poi il papiro: il midollo di una pianta acquatica, che è vita. Le parole si rifugiarono lì. E questi rotoli si trasformarono in un veicolo capace di farle viaggiare nel tempo e nello spazio. Poi si scoprì la pergamena: anche scrivere sulla pelle è una metafora bellissima. Dopo venne la carta, che è pure una memoria vegetale. E infine la luce, con la quale scriviamo oggi sugli schermi. Terra, piante, pietra, luce: tutta la natura è coinvolta nella ricerca del materiale più adatto. Oggi teniamo i libri in mano, senza pensarci più. Invece c’è un’umanità che ha lottato con sforzi inimmaginabili perché questi oggetti possano continuare a stupirci».

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