Ci sono immagini che appaiono e altre che scompaiono, visioni da salvare e incubi da cancellare, ma è proprio nella continuità di un mondo fatto d’immagini che va a delinearsi, seppur lentamente, la speranza civile di trovarne e averne poche, ma giuste. Ne è convinta Patrizia Re Rebaudengo, da quando, trent’anni fa, iniziò a collezionare scatole portapillole, catalogate con rigore sabaudo e numerate su un quaderno, per passare, poi, a piccoli e grandi pezzi d’arte contemporanea di artisti (allora) sconosciuti, divenuti poi incredibilmente famosi, protagonisti della Fondazione che porta il suo nome, di cui ne è presidente. Gli amici, all’inizio, non capivano le sue scelte, figurarsi i nemici. «Li ho collezionati, ma spero sia la collezione meno numerosa che posseggo», dice quando la incontriamo nel suo luminoso ufficio torinese, meraviglia tra meraviglie. «Bella la casa, peccato le opere», le dicevano, rifacendosi in qualche modo, senza saperlo, alle parole che disse la contessa Pignatelli a un’indifferente (alle critiche) Peggy Guggenheim, visitando Ca’ Venier dei Leoni, la sua dimora veneziana, oggi museo: «Se solo tu gettassi quegli orribili quadri nel Canal Grande, avresti la casa più bella di Venezia». Come la grande collezionista e mecenate d’arte americana, anche Patrizia Re Rebaudengo è sempre stata libera nello scegliere e pronta a dare forza a nuovi artisti all’inizio della loro carriera. Alle frasi dei più, ha preferito seguire quella «di un unico» – come lo definisce lei - «di mio padre». «Se ti piace collezionare, mi disse, fallo pure, ma se fai una cosa, falla bene». Parole che, crescendo, si è ripetuta sempre applicandole al meglio, tanto da essere riuscita ad aprire ben tre sedi della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo: a Guerenne, nel Roero, in provincia di Cuneo (nel 1997), a Torino, nel 2002, e a Madrid, nel 2017.
Dal prossimo aprile, in concomitanza con la 59esima Esposizione Internazionale d’Arte, aprirà la quarta anche a Venezia, sull’isola di San Giacomo in Paludo, nella laguna centrale, tra Murano e Burano, poco distante dalla Madonna del Monte, un posto speciale che nei secoli ha ospitato un ospedale per i pellegrini diretti in Terrasanta e un monastero cistercense femminile, al centro di scandali sessuali che coinvolsero una monaca e una badessa; uno spazio per far coltivare erbe e frutti agli ortolani e poi, nell’Ottocento, una protezione militare. Fu proprio lì, nel 1975, che il regista polacco Jerzy Grotowski riformò il teatro contemporaneo preparando quello che sarebbe poi divenuto il suo iconico spettacolo “Apocalypsis cum figuris” e sarà lì che i Re Rebaudengo (con Patrizia ci sono anche il marito Agostino e i due figli Eugenio ed Emilio, «i miei pilastri»), daranno vita a quello che lei chiama «un avamposto dei sogni», rimanendo in tema con il titolo della prossima Biennale (“Latte dei sogni”) che avrà la firma dell’italiana (è la prima volta che accade) Cecilia Alemani. «Se lo sguardo accetta veramente la libertà del sogno, tutto fluisce in un’intuizione vivente», aggiunge citando il filosofo e poeta Gaston Bachelard, dopo aver ricordato che fu proprio lei, nel 1999, in occasione della 48ª Biennale, a raccogliere nel libro “Sogni/Dreams” «una collezione di sogni di artisti e altre personalità».
L’isola diventerà uno spazio per progetti artistici e installazioni site-specific, per il teatro, la musica, il cinema e l’architettura, per la ricerca, lo studio e la performance. Si inizia con quella della brasiliana Jota Mombaça a cura di Hans Ulrich Obrist.
«San Giacomo sarà il terreno dove praticare e concretizzare un’idea di ambiente e di futuro orientata dai principi della sostenibilità della circolarità delle risorse e della transizione energetica, tra natura, arte contemporanea e storia», spiega la collezionista e mecenate, soppesando ogni parola e ogni singola traccia di sentimento, avvolta da un tailleur con fiori colorati (non lo indossa mai due volte) e da un costume jewellery degli anni Trenta di cui manco a dirlo è grande collezionista, pubblicati con tutti gli altri che ha in un libro. «Quello che era un luogo destinato all’accoglienza tornerà a essere un luogo ospitale, aperto al pubblico e ai tragitti dell’arte e della cultura del presente». L’arte è prima di tutto «un modo di esprimersi» e per essere di qualità, «deve avere una sua precisione ed essere in sincronia con il tempo che stiamo vivendo che tra la pandemia e la guerra non è certo dei più facili, ma in questo è fondamentale per poter pensare ad altro e distrarsi, per poter riflettere e reagire». «La paura c’è e mi circonda, conclude, ma mi rende attenta facendomi ponderare ogni passo e decisione senza dimenticare la forza delle stelle». Che è poi il significato del motto di famiglia, “Robur ab Astris”, il cui simbolo è la stella blu a sei raggi. La sua paura più grande, disse anni fa in un’intervista e ce lo ribadisce a voce anche oggi, «è immaginare di svegliarmi senza provare più alcun interesse per l’arte contemporanea. Significherebbe che il mio sguardo è invecchiato e non sa più entusiasmarsi per nuove opere e artisti. Pensate che noia».