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Cultura
luglio, 2023

Il futuro della città si trova nel Medioevo

L’età di mezzo fu uno straordinario laboratorio di esperienze innovatrici in campo politico. Gli storici rilanciano la lezione dei Comuni. Attualissima

Medioevo: parola che rievoca scenari apocalittici, d’epoca buia di intollerabili barbarie. Ma fu davvero così? Tutt’altro. Si può sostenere, anzi, senza errore, che dal Mille in poi l’Europa vive una profondissima rivoluzione e si trasforma in un enorme laboratorio di esperienze innovatrici in campo politico e economico, spirituale e culturale. Tra tutte, spicca la straordinaria rinascita cittadina. Dopo secoli e secoli di tramonto, di un paesaggio urbano ormai ridotto soltanto all’ombra di ciò che erano state le città nel corso della lunghissima stagione romana, le città riprendono vita, spinte da una forte carica creativa che parte dal basso, dalla gente, dalle comunità.

 

Pochi aspetti configurano la città e la distinguono dall’ambiente circostante meglio delle sue porte e delle sue mura. Esse sono il simbolo della vita urbana, la dimensione del suo mondo particolare, che, sin dai suoi esordi, diventa lo scenario in cui si muove un microcosmo già allora più vario rispetto all’universo delle campagne. Tuttavia, se questi sono gli aspetti visibili e materiali, sono quelli per così dire invisibili che sorprendono: la convivenza di una moltitudine di uomini perché, come diceva Dante, l’Uomo è «animale naturalmente compagnevole», l’associazione di uomini liberi, che fonda la sua forza sulle leggi emanate dalle comunità cittadine. Che prendono un nome diventato celebre, onnicomprensivo, duraturo. Il Comune

 

Il Comune è, si può dire, una creazione tutta italiana. Dalla metà dell’XI secolo fin grosso modo al 1150 in Italia centro-settentrionale molte città danno mostra di una sorprendente creatività istituzionale, grazie allo sviluppo di nuove e autonome forme di governo collettivo, vera e propria reazione creativa al caos e al vuoto di potere venutosi a creare nel regno d’Italia prima del Mille. Occorreva una risposta, che arrivò dalle città e dalla loro capacità di reazione, sostituendo il vuoto di potere attraverso la formazione di istituzioni nuove e condivise. I Comuni diventano i luoghi di una inedita esperienza politica, ricca di una miriade di adattamenti funzionali a seconda dei problemi che via via scaturirono, con tante strade imboccate grazie alla capacità di un personale politico abile nel proiettare ogni singola città verso un destino istituzionale innovativo. Ogni centro diventa espressione esclusiva di una volontà interna, dei suoi ceti dominanti e delle sue classi dirigenti. Nascono assemblee, nuove leggi, istituzioni, statuti, in cui la condizione di fondo è la massima autonomia esistente tra una città e un’altra.

 

Le città divengono, non solo in Italia, veri e propri cantieri di trasformazione politico-sociale, grazie alla perenne disponibilità ad accogliere esperienze diverse per poi restituirle, rielaborate, in organismi nuovi e originali. Tuttavia, è il volano economico quello che agisce con maggior vigore. La nuova urbanizzazione diviene la culla di quella che è forse da considerare la più significativa trasformazione economica vissuta dalla civiltà occidentale nel lungo periodo compreso tra la diffusione dell’agricoltura durante il Neolitico e la rivoluzione industriale del XVIII e XIX secolo, vale a dire l’innovazione negli ambiti commerciali e finanziari e nelle complesse e articolate forme di organizzazione del lavoro artigianale e salariato. Una società che basa la sua forza su prospettive nuove, dove la gente, come scrisse nell’XI secolo l’autore delle Honorantie civitatis Papie riguardo Venezia, «non seminat, non arat, non vindemiat», e trae le sue fonti di vita da qualcosa di inaspettato e semisconosciuto all’epoca: il commercio.

 

Le città crescono in maniera accelerata in parallelo col boom demografico del XII e XIII secolo. E si formano vere e proprie costellazioni urbane, che seguono le diverse orografie del territorio, lungo le coste, i principali assi viari di comunicazione tra Nord e Sud, gli assi fluviali di comunicazione tra mare e zone interne. Non tutte le città erano uguali. C’erano quelle di origine antica, in via di rinascita e di recupero. Grossi villaggi, aperti o chiusi, che insistevano intorno a un castello o a un monastero. Città costruite ex novo, borghi franchi, villenove che in Italia nascono sotto la spinta dei Comuni già esistenti o, altrove, nel resto d’Europa, su impulso di sedi vescovili o di grandi signori feudali. Non si trattò mai di grandi agglomerati: alla fine del Duecento, nel momento di massima spinta demografica, non sono più di sessanta quelle che superano i diecimila abitanti, una decina forse i 40-50 mila (oltre Parigi e Gand, le altre sembrano tutte italiane, tra cui Milano, Firenze, Genova, Venezia, Napoli e Palermo).

 

Due sono i maggiori poli di attrazione. Innanzitutto, l’Italia centro-settentrionale che vive il progresso maggiore. L’altra grande area di sviluppo sono le Fiandre, un’area compresa oggi tra il Nord della Francia e i Paesi Bassi. Qui erano presenti i grandi centri urbani che guardavano verso il mare del Nord, da Arras a Bruges, Gand e Ypres. In Francia e in Inghilterra cominciano invece ad acquistare importanza sempre maggiore le nuove capitali, Parigi e Londra, che cominciano a formare isole di urbanizzazione peculiari e distinte, centri politici e di consumo piuttosto che di produzione o di distribuzione.

 

Insomma, poche grandi città ma tantissimi centri minori collegati in una trama di relazioni unica, improntati ad uno spirito dinamico e ad un ritmo di vita crescente, che sa di abbondanza, di mobilità, di lusso, di progresso. Con un senso civico della bellezza, spesso esaltato e promosso dalla politica, capace di generare un sentimento di appartenenza e di orgoglio municipale. Un grande – e, bisogna aggiungere, riuscitissimo, vista l’odierna bellezza dei centri storici medievali italiani – messaggio di civiltà, che ci piacerebbe fosse recuperato oggi dalla politica.

 

(Lo storico Amedeo Feniello è, insieme all’archeologo Alfonso Forgione, il direttore scientifico del Festival delle città del Medioevo, ideato dall’Università e dal Comune dell’Aquila, che si è tenuto a l’Aquila per la sua prima edizione con il tema Rinascite nel mese di giugno). 

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