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Cultura
maggio, 2024

«Caro autore in esilio, continua a scrivere nella tua lingua: a farti capire dai lettori ci pensiamo noi»

Traduzioni, pubblicazioni e letture in tandem con beniamini del pubblico. Così romanzieri e poeti costretti a cambiare Paese possono continuare a usare l'arabo o il farsi. Un progetto che coinvolge diversi Stati europei e che si sta allargando al mondo intero. Dalla newsletter de L'Espresso sulla galassia culturale araboislamica

Uno scrittore che passa dalla sua lingua madre a un'altra non fa più notizia: ed è una buona cosa, sì, ma fino a un certo punto. Siamo talmente abituati ad autori che hanno scelto di scrivere nella lingua del Paese in cui sono immigrati, da non renderci conto che un autore non dovrebbe essere costretto a reinventarsi così radicalmente per poter continuare a fare il proprio lavoro. Anche perché  tutti i regimi liberticidi se la prendono in particolare con intellettuali e scrittori: e il fatto che l'autore esiliato perda la possibilità di usare la propria lingua è un'arma in più per i dittatori. Per questo colpisce un progetto come quello che in Svizzera sostiene gli immigrati che nel Paese da cui sono dovuti fuggire erano scrittori e che vogliono continuare a farlo senza cambiare lingua.

 

Si chiama “Weiter Schreiben Schweiz/ Écrire encore Suisse/ Scrivere ancora Svizzera”, a seconda delle tre principali aree linguistiche del Paese, ma viene abbreviato in “Weiter Schreiben”: perché l’idea di sostenere gli scrittori che si trovano all’estero come rifugiati o esiliati è nata nel 2017 in Germania ed è stata ripresa finora in Svizzera, Austria e Polonia. A oggi il progetto coinvolge in tutto più di 150 autori, traduttori, artisti, fotografi e musicisti provenienti da 12 paesi diversi. 

 

La rete si allarga a livello mondiale grazie a Weiter Schreiben Mondial, che mette in contatto scrittori in esilio il qualsiasi Paese del mondo. In Svizzera, gestione e finanziamenti fanno capo all’associazione culturale artlink.ch. La direttrice è Ana Sobral, con Markus Baumann di artlink vicedirettore e Daniela Marina Rossi, collaboratrice del festival letterario Babel, che è responsabile per la Svizzera italofona.

 

Ma come funziona il progetto? «Per prima cosa noi pubblichiamo sul nostro portale poesie e testi in prosa, sia in lingua originale che in traduzione», racconta Sobral. «Poi cerchiamo, per ogni scrittore straniero, un autore svizzero affermato con cui creare un “tandem” in vista di incontri con il pubblico». Il primo scopo di questi appuntamenti è attirare l’attenzione dei lettori svizzeri, grazie allo scrittore che conoscono, anche sull’autore straniero che lo accompagna. E accendere così un riflettore su possibili traduzioni interessanti per le case editrici locali. 

 

Così è successo per esempio con Hussein Mohammadi, che ha visto pubblicare in Svizzera, in traduzione tedesca, il suo romanzo “L’eredità di Sheherazade”: «La storia di un delitto d’onore raccontata da un punto di vista profondamente empatico», lo descrive Sobral, «che permette di mostrare la complessità della società afgana e l’impatto del regime talebano. Hussein ha scritto l’intero romanzo in farsi qui in Svizzera, dove si è sentito finalmente capace di affrontare alcuni temi particolarmente dolorosi del suo Paese d’origine che non poteva affrontare quando viveva lì».  

 

La direttrice però sottolinea che il successo del progetto non si giudica solo da quello che arriva in libreria: «Per noi è importante anche solo vedere come persone che avevano dovuto rinunciare a una parte essenziale della loro identità ritrovano sicurezza grazie alla scrittura». Bauman conferma: «Un autore mi ha detto che il progetto gli aveva dato il coraggio di ricominciare a scrivere e a pubblicare in arabo su piattaforme online di lingua araba: prima aveva smesso  di farlo, l'esilio lo aveva completamente demotivato». 

 

Tra i casi più significativi, Sobral cita Azizullah Ima, un autore afgano rifugiato in Svizzera che era famoso nella diaspora europea ma sconosciuto ai lettori del Paese in cui vive: «Da quando ha partecipato al nostro progetto è stato invitato a due festival», racconta Sobral. «E finalmente ha avuto la soddisfazione di vedersi riconosciuto come scrittore nel Paese in cui stanno crescendo i suoi figli». Ora Ima sta lavorando a un dialogo in versi con il suo compagno di tandem, lo svizzero Andreas Neeser. Lo stesso stanno facendo il curdo Azad Simmo, esiliato dalla Turchia e  affiancato dalla poetessa Gianna Olinda Cadonau, e l’afgano Jafar Sael, che ha avviato una collaborazione a quattro mani con Jurczok 1001, famoso rappresentante della poesie “spoken word” in Svizzera.

 

Le voci salvate dal silenzio in Svizzera grazie al programma “Weiter schreiben” sono già tante: al siriano Shukri Al Rayyan e  al giornalista egiziano Wagdy El Komy, che dovrebbero vedere edizioni entro un anno, si aggiunge la siriana Chadia Atassi, che sta lavorando con Catherine Lovey a uno scambio epistolare tra arabo e francese, mediato dai traduttori. Sobral segnala il dibattito in corso «sulle "Nuove letterature svizzere", che sono opere scritte in lingue diverse dalle nostre ma nate dalle esperienze di persone che vivono qui: è una produzione che arricchisce il nostro Paese». 

 

A chi invece ha scoperto la necessità di scrivere solo dopo l'esilio, è dedicato un altro progetto «Si chiama "L’altra lingua"», racconta Daniela Rossi, «ed è un sostegno che con Babel diamo a rifugiati che si sforzano di esprimersi nella lingua adottiva: persone che prima di dover lasciare il loro Paese non avevano mai scritto ma ora, in Svizzera, sentono il bisogno di raccontare le proprie esperienze». 

 

E poi c'è chi nel percorso tra la lingua madre e quella di adozione ne scopre una tutta nuova: è il caso di Lubna Abou Kheir. Questa autrice teatrale siriana ha portato nei teatri svizzeri i primi testi scritti in quello che definisce “broken German”, un tedesco imperfetto, con errori di grammatica e lessico limitato: una lingua che l'autrice usa satiricamente e criticamente per rappresentare la difficoltà di linguaggio di tutti i migranti.

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