Ci sono film condannati all'inattualità dalla loro bellezza. Lavori così perfetti che sembrano autorizzare se non incoraggiare il sospetto. Come mai tanta grazia? Cosa cela questo equilibrio di forme, tempi, materie? Possibile che non ci sia nulla da smascherare, una superficie da grattare, qualche nefandezza sotto lo smalto? Macché! Tutto, in questo nuovo film del franco-vietnamita Tran Anh Hung (citiamo almeno i magnifici “Cyclo”e “Il profumo della papaya verde”) ci invita al piacere dei sensi e alla profondità dell'intelletto, senza contropartite. Se non una, inesorabile: il tempo che scorre e tutto trasporta.
Ma è proprio questo, oggi, a risultare intollerabile. Tanto più che “Il gusto delle cose” (ovvero “La passion de Dodin Bouffant”) è stato candidato ufficialmente dalla Francia agli Oscar (senza peraltro entrare in cinquina) al posto della palma d'oro “Anatomia di una caduta”, anche per purnire la regista Justine Triet del corrosivo discorso antigovernativo pronunciato a Cannes... E dunque: sospetto, anatema, dileggio. Sul film di Tran Anh Hung è caduto una sorta di discredito automatico. Vecchio, peggio: accademico, hanno decretato gli scribi à la page. E invece in questo film affogato nel privilegio, certo, come le squisitezze che in esso vengono cucinate nuotano nel burro, vibra un sentimento troppo assente in molto del miglior cinema contemporaneo. La felicità, per non dire l'amore.
L'amore che nel 1885 unisce il famoso gastronomo Dodin (Benoît Magimel) alla sua cuoca, compagna e mai moglie Eugénie (Juliette Binoche), certo. L'amore per la cucina, elevata ai ranghi di arte eccelsa quanto condivisa, che cementa Dodin, Eugénie e il loro gruppo di “bons vivants”. Ma anche l'amore con cui il regista coreografa le giornate di Dodin, Eugénie e dei loro collaboratori in cucina (tra cui spicca la giovanissima Pauline, figlia di contadini dal gusto infallibile). In un susseguirsi di piani sequenza ora languidi ora incalzanti che grazie alla sensualità e alla precisione di luci, movimenti, dialoghi, materie prime, strumenti di lavoro, ritmo d'esecuzione, crea un'armonia così perfetta da lasciare senza fiato. Anche perché quell'armonia è il soggetto stesso del film. Pura musica visiva, nutrita da secoli di arte, gusto e francesissimo savoir faire, che non a caso fa a meno della musica vera e propria, se non per un'aria di Massenet. Cosa lega, a vita, due persone come Dodin e Eugénie, abilissima nel non rinunciare mai alla sua libertà? Cosa ne fa per così dire il prodotto di un'epoca, e di una terra, uniche? Tra tecniche agricole che oggi diremmo “bio” e allusioni a Escoffier e a “un certo Charles Ritz”, dietro ai protagonisti si profila un mondo perduto o forse solo sognato. Che è bello poter sognare ancora.
IL GUSTO DELLE COSE
di Tran Anh Hùng, Francia, 135’
AZIONE!
“Come fratelli - Abang e Adik” viene dalla Malesia, ha vinto tre premi al Far East di Udine e racconta fra noir e mélo la vita e i sentimenti estremi di due giovani outcast. Non è un lavoro per pochi, gli eroi in Asia sono due star. Ma come troppi bei film deve contentarsi di poche sale a fine stagione. Cercatelo.
E STOP
Grandi ritorni. A 20 anni da “La Passione di Cristo”, forse il film religioso più stroncato di sempre, Mel Gibson annuncia il sequel. Titolo? “Resurrection”, che domande. Stesso divo, Jim Caviezel (miracoli del computer), altri toni: Gibson promette un “acid trip”. Chissà se anche l’antisemitismo sarà lo stesso.