Così è successo o, meglio, sta succedendo, proprio a Zhongshang, nel cuore manufatturiero della Cina. I milioni di ragazzi (gli imprenditori difficilmente assumono gli over 35) della "fabbrica del mondo" hanno cominciato a chiedere, e stanno ottenendo. Tra la sorpresa dei governi di mezzo mondo e la consapevolezza di quello cinese.
Certo ci sono voluti suicidi e scioperi duri (da quelli alla Foxconn, il fornitore taiwanese degli i-phone della Apple, a quelli che hanno rallentato la produzione della Honda) perché il mondo si rendesse conto che la Cina come l'abbiamo conosciuta negli ultimi vent'anni non sarebbe durata per sempre. La manodopera dal costo irrisorio. Gli abiti usa e getta esportati in ogni angolo del globo.
L'irrefrenabile produzione di foreste di grattacieli e ragnatele di autostrade. Le banconote dal valore troppo simile a quelle del Monopoli. Un livello di sviluppo economico da paese emergente, accompagnato da un tasso d'inflazione da paese del G8.
Adesso la Cina si sta trasformando in un'economia avanzata, dove la crescita delle esportazioni cederà lentamente il passo a quella scalpitante dei consumi. Dove non ci si potrà più affidare a un ponte o a una ferrovia in più per risolvere il problema della disoccupazione o quello della crescita, tranne a volere scavare buche per poi richiuderle. Dove l'acquisto di una casa sarà (ne siamo ancora lontani) non più la dimostrazione del raggiunto successo economico (ci sono imprenditori che collezionano appartamenti con la stessa frequenza con cui le loro mogli acquistano scarpe), ma il gesto costitutivo di una nuova famiglia. E dove il tasso di crescita del Pil passerà dal 9-10 per cento a un più normale 6-7 per cento, come sostiene Riuchir Sharma, il responsabile dei mercati emergenti di Morgan Stanley.
È la Cina 2.0: un Paese più ricco, ma anche più lento e più complesso da gestire di quello in crescita spasmodica del dopo Tiananmen. Un Paese che magari non ha ancora chiara la destinazione finale, ma è ben consapevole di dovere offrire condizioni di vita migliori alla maggioranza dei suoi giovani, che, a differenza dei padri, lavorano sempre meno per aiutare la famiglia di origine e sempre più per conquistarsi un futuro tutto loro.
"Il termine scarsità di manodopera è un ossimoro", spiega Andy Xie, uno dei maggiori osservatori dell'economia cinese: "Se di un prodotto c'è scarsità vuol dire semplicemente che non è prezzato bene". Dunque i salari dei colletti blu specializzati dovranno crescere. E nostante in Guangdong il salario minimo sfiori ormai i mille yuan mensili, come a Pechino e Shanghai, lo spazio per gli aumenti è ancora ampio. Il monte-salari rappresenta soltanto il 15 per cento del prodotto interno lordo cinese, rispetto ad una media europea che supera il 40 per cento. Se anche una parte delle produzioni ad alta intensità di manodopera dovesse migrare in Bangladesh, Vietnam o Indonesia alla ricerca di mani meno care, è probabile che la maggior parte rimanga dov'è, visto che nessun altro vicino può competere con l'efficienza delle infrastrutture cinesi e che - a livello di singole aziende - la crescita dei salari sarà ampiamente controbilanciata dall'aumento delle vendite interne sospinte da un maggiore potere di acquisto dei cittadini. Almeno per quelle aziende straniere che producono e vendono in Cina. "Lo spostamento degli aumenti del costo del lavoro sul settore delle esportazioni ha un ruolo critico nella transizione della Cina verso un'economia orientata al consumo", spiega Xie: "In futuro una maggiore fetta dei lavoratori sarà impiegata nel settore dei servizi e le esportazioni non cresceranno come in passato, ma l'aumento del loro valore compenserà i maggiori livelli di importazione, anch'essi parte di questa transizione".
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D'altra parte, l'aumento dei salari è un toccasana improrogabile per l'equilibrio economico interno. Ufficialmente l'inflazione cinese ha raggiunto il livello record del tre per cento, ma gli economisti concordano nel reputarlo un dato ampiamente (e volutamente) sottostimato. E siccome con l'aumento dei prezzi cresce anche l'insoddisfazione dei cittadini - dettaglio che una dittatura decisa a diventare potenza mondiale non può ignorare - aumentare la capacità di spesa è ormai l'obiettivo principe del governo.
Non a caso l'aumento dei salari sta coincidendo con un'ulteriore rivalutazione della moneta cinese, dopo quella del 2005, in cui lo yuan aveva guadagnato il 20 per cento del valore sul dollaro. Da anni richiesta ad alta voce dagli Stati Uniti, la rivalutazione è stata sempre rinviata da Pechino pur di sostenere le esportazioni, principale fonte di crescita, soprattutto nell'attuale congiuntura sfavorevole di mercato. Ma in giugno lo slegamento dello yuan dal dollaro e il suo conseguente apprezzamento, seppure con il contagocce (i mercati si aspettano un aumento del 2-3 per cento in un anno), è stato concesso. La leadership comincia a vederne il potenziale benefico sia per allontanare lo spettro del protezionismo da parte occidentale (gli Stati Uniti erano sul piede di una vera e propria guerra commerciale), sia per contenere l'inarrestabile boom del settore immobiliare che, se non mitigato, rischia di investire il Paese con lo scoppio di una bolla dalle conseguenze incerte sì, ma difficilmente positive.
Se le esportazioni rappresentano quasi la metà del Pil cinese, il settore immobiliare da solo è ormai arrivato al 10 per cento, indotto escluso. A livello nazionale il prezzo di una casa ha raggiunto nove volte il reddito medio annuale di una famiglia, spingendo il governo a varare lo scorso aprile nuove misure per limitare l'erogazione dei mutui e, in alcuni casi, vietare l'acquisto delle seconde e terze case. Ma i provvedimenti non hanno ottenuto il risultato sperato. Il cittadino medio non può ancora permettersi l'acquisto di un appartamento in città, pur desiderandolo ardentemente: il mercato immobiliare serve soltanto il 20 per cento della popolazione.
E il problema non riguarda solo gli operai. Il neolaureato, pur di vivere nelle grandi metropoli e accedere all'industria dei servizi, vive in stanze con banda larga e wifi, la cui larghezza non arriva a un metro. Li chiamano formicai, questi agglomerati di giovani talenti squattrinati. Un ulteriore bacino di amarezza e instabilità alle porte delle ville palladiane dei ricchi imprenditori che hanno fatto fortuna con l'export. Un gap di ricchezza da Paese sudamericano che, secondo gli economisti, la Cina ha dieci anni di tempo per colmare, almeno parzialmente. Pena: una crisi economica e politica che potrebbe cambiarne connotati e aspirazioni egemoniche.