Bruxelles chiede al governo di assegnare la banda per i cellulari 5G. Ma tre anni fa sono state date ?al Biscione e altre tv. Che adesso potrebbero puntare a ingenti rimborsi

Piersilvio Berlusconi
Sono le frequenze più importanti di sempre, valgono miliardi di euro di possibile gettito per le casse dello Stato e rappresentano il futuro della telefonia cellulare. Si tratta dello spettro radio intorno ai 700 MHz: frequenze, appunto, che la Germania ha messo all’asta in questi giorni, mentre a luglio lo farà la Francia. I governi le toglieranno alle televisioni per assegnarle alla banda larga, in vista delle reti mobili di quinta generazione (5G). Da noi però la partita è complicata e incerta, per via di un regalo alle tv risalente al governo Monti (2012): l’assegnazione ventennale di quelle frequenze, appunto, alle emittenti televisive.

All’epoca la scelta fu molto contestata: «Lo Stato si troverà costretto a risarcimenti ingenti alle tv, in cambio di quelle frequenze da dare in asta», disse Paolo Gentiloni (Pd, ora ministro degli Esteri). È quanto infatti lo Stato ha fatto nell’asta precedente, per la rete mobile 4G. Con una differenza: allora i rimborsi riguardavano solo emittenti locali; adesso c’è in gioco Mediaset. Sono del gruppo che fa capo alla Fininvest di Silvio Berlusconi, infatti, ben tre delle dodici frequenze che, secondo le indicazioni europee, vanno liberate a favore della banda larga mobile. Si sale a quattro se si aggiunge quella posseduta dall’imprenditore tunisino Tarak Ben Ammar, utilizzata sempre da Mediaset.

In questi giorni il dossier è finito nelle mani dei due soggetti competenti: l’Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) e il ministero dello Sviluppo economico. «Con il ministero abbiamo cominciato a lavorare per costituire il primo comitato sulla futura asta 700 Mhz», spiega Antonio Nicita, il solo commissario Agcom a essere stato scelto dal Pd. I valori in gioco sono potenzialmente elevati. Nella precedente asta per la rete mobile (800 MHz), l’Italia ha ricavato 3,9 miliardi di euro. «Ma quelle nuove sono le più preziose fra tutte quelle finora bandite», dice Mario Frullone, direttore delle ricerche presso la Fondazione Ugo Bordoni, braccio tecnico del ministero dello Sviluppo. La Germania conta di ricavarci 4 miliardi (ma in asta ha messo un pacchetto misto anche con altri tipi di frequenze); la Francia 2,1 miliardi.
mediaest

Secondo fonti di Palazzo Chigi, il premier Matteo Renzi vuole ridurre al minimo i ritardi rispetto agli altri due Paesi europei e sta valutando un’asta già nel 2016. Per l’Europa le frequenze vanno liberate tra il 2018 e il 2022 ma i governi possono effettuare le gare anche prima. Uno dei motivi che suggerirebbero un’accelerazione è la prossima unione tra Wind e 3 Italia, che ridurrà il numero di contendenti e - per il gioco dei rilanci - i possibili introiti dello Stato. Né del resto si può attendere troppo per liberare le frequenze dalle tv perché «se lo faranno tutti i nostri vicini, causeremmo interferenze alle loro reti mobili e rischieremmo una procedura d’infrazione dall’Europa», spiega Antonio Sassano, docente alla Sapienza e tra i massimi esperti del tema.

La domanda adesso è come liberare quella porzione di banda radio, senza causare rimborsi miliardari a carico dello Stato. Un’opportunità viene dal passaggio al nuovo digitale terrestre, la cui maggior efficienza permette di avere gli stessi canali su un numero minore di frequenze. Lo Stato potrebbe quindi riprendersi le eccedenti. Nicita e Frullone dubitano però che basti, poiché nel frattempo gli attuali canali diventeranno più esosi in termini di risorse per il passaggio alla cosiddetta “ultra alta definizione”.

Allora «sarà inevitabile che si spengano alcune emittenti locali; ma i rimborsi per loro saranno ridotti rispetto al passato, poiché nel frattempo aumenteranno i costi di concessione», dice Frullone. «Bisognerà poi chiedersi se alla Rai servano davvero tutte le frequenze che ora possiede», aggiunge Nicita. Che «per semplificare il passaggio», auspica «la nascita di un operatore unico delle torri televisive, separato dai fornitori di contenuti». Tema scottante, come si è visto dal recente caso Rai Way.

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