Pubblicità
Economia
febbraio, 2016

Avvicinare di più le nostre élites ai cittadini

Donald Trump e Ted Cruz
Donald Trump e Ted Cruz

Uno dei motivi del malcontento è la sensazione che quelli che stanno in alto siano corrotti, compiaciuti e incompetenti  

Donald Trump e Ted Cruz
Nella competizione che si è aperta per la corsa alla Casa Bianca del 2016, Ted Cruz, un candidato repubblicano descritto come un "saltimbanco", ha messo in ombra un “narcisista” come Donald Trump, Nel frattempo, Bernie Sanders, che si autodefinisce un socialista democratico, ha quasi pareggiato con Hillary Clinton, la candidata preferita dall’establishment. La ribellione contro le élites è dunque in pieno svolgimento. La questione fondamentale è se (e come) le élites occidentali possono essere avvicinate di più ai cittadini.

Noi non siamo cinesi. E forse persino loro non sarebbero contenti di affidare la responsabilità per gli affari pubblici a un’élite che si autoseleziona. In Occidente, però, l'idea di cittadinanza – secondo cui la sfera pubblica è proprietà di tutti - non è solo di antica data, ma è stata anche oggetto di una contesa, conclusa alla fine con successo, negli ultimi secoli. Una caratteristica essenziale della buona vita è che i cittadini godano non solo di tutta una serie di libertà personali, ma abbiano anche voce in capitolo negli affari pubblici.

L'esito della libertà economica individuale può essere una grande disuguaglianza, che svuota ogni realistica idea di democrazia. Il governo delle complesse società moderne richiede conoscenze tecniche e già dobbiamo affrontare il pericolo che il divario tra le élites economiche e tecnocratiche, da un lato, e la massa dei cittadini, dall'altro, diventi troppo ampio per essere colmato. Al limite, la fiducia potrebbe crollare del tutto. L'elettorato, a quel punto, si rivolgerà a degli ousider per risanare il sistema. Stiamo assistendo così a un passaggio verso la fiducia in elementi fuori dagli schemi non solo negli Stati Uniti, ma anche in molti paesi europei.

FT_LOGO
Si dà a volte per scontato che i delusi possano dar sfogo ai loro malumori, ma che il centro terrà. Questo è senz’altro possibile. Ma è una strategia rischiosa. Se la disaffezione peggiorasse, il centro potrebbe non tenere più. Ed anche se dimostrasse una capacità di tenuta, una società democratica in cui un’ampia minoranza è poco soddisfatta, mentre la maggioranza nutre una profonda sfiducia non sarebbe una società felice. Ciò nonostante, è proprio questo il divario che è emerso tra gli atteggiamenti delle élites verso le istituzioni e quelli del pubblico più ampio.

Quali sono allora le cause profonde di questa divergenza? Una è il cambiamento culturale. Un’ altra è l’avversione per le trasformazioni della composizione etnica delle nazioni. Poi c'è l’ansia per la crescente disuguaglianza e per l’insicurezza economica. Forse, però, la causa più profonda è la sensazione sempre più diffusa che le élites sono corrotte, autocompiaciute e incompetenti. E i demagoghi non fanno altro che sfruttare queste preoccupazioni e questi risentimenti.

Come rileva un recente rapporto dell'Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), negli ultimi decenni le disuguaglianze sono aumentate notevolmente nella maggior parte dei suoi paesi membri. L'1 per cento dei cittadini più ricchi ha goduto di aumenti particolarmente cospicui delle percentuali di reddito complessivo al lordo delle imposte. Questo divario tra il successo delle élites economiche e il relativo insuccesso di tutto il resto della popolazione è stato particolarmente evidente negli Stati Uniti. Pertanto, come osserva l'Ocse: "Tra il 1975 e il 2012 il 47 per cento circa della crescita totale dei redditi al lordo delle imposte è andato a beneficio dell’1 per cento dei più ricchi". E man mano che gli Stati Uniti evolvevano verso un modello di distribuzione del reddito di tipo latino-americano, sulla loro scena politica si moltiplicavano i populisti dello stesso stampo, sia di destra che di sinistra.
 
Come dovrebbero rispondere quelli che mantengono una posizione di centro? I politici di successo capiscono che i cittadini hanno bisogno di sentire che le loro preoccupazioni saranno prese in considerazione, che una vita migliore si prospetta per loro stessi e per i propri figli e che continueranno a godere di una qualche sicurezza economica. Ma soprattutto, hanno bisogno ancora di fare affidamento sulla competenza e la moralità delle élites economiche e politiche.

Ecco alcune cose che si devono fare. In primo luogo, fra tutti gli aspetti della globalizzazione, quello dell'immigrazione di massa è l’elemento più dirompente. I movimenti attraverso le frontiere vanno tenuti sotto controllo. La presenza di 11 milioni di immigrati clandestini negli Stati Uniti non avrebbe mai dovuto essere consentita. Nel caso del Vecchio Continente, la riconquista di un controllo delle frontiere è una priorità schiacciante se si vuole che l’Unione europea sopravviva. I profughi vanno considerati oggi il problema principale. Questo richiede che l’Europa sviluppi una significativa capacità di garantire l’ordine oltre i suoi confini.
 
In secondo luogo, l’eurozona deve rimettere seriamente in discussione le sue dottrine macroeconomiche improntate all’austerità. E’ sconcertante che la domanda aggregata reale sia sostanzialmente inferiore rispetto all'inizio del 2008.

In terzo luogo, bisogna tenere a freno il settore finanziario. E’ sempre più chiaro che alla grande espansione dell'attività finanziaria non hanno corrisposto miglioramenti commisurati in termini di prestazioni economiche, mentre è stato facilitato un immenso trasferimento di ricchezza.

Il capitalismo deve rimanere competitivo. Viviamo in una nuova età dell’oro in cui l’impresa esercita un grande potere politico. Una risposta sta nel promuovere una concorrenza spietata. Ma questo richiederà un'azione molto energica.
 
La tassazione, inoltre, dovrebbe essere più equa. I possessori di capitali, i manager finanziari di maggior successo e alcune imprese dominanti godono di imposte molto leggere sui loro profitti. Non basta che gli imprenditori insistano nel dire che rispettano la legge. Questa non è una definizione adeguata di comportamento etico. Ma è invece un punto di vista particolarmente ipocrita quando si sa che gli interessi commerciali svolgono un ruolo potente nel plasmare quelle leggi.

Andrebbe rimessa poi in discussione anche la dottrina del primato dell’azionista. Gli azionisti godono del grande privilegio della responsabilità limitata. I loro diritti di controllo, pertanto, dovrebbero essere di fatto limitati a favore di coloro che sono più esposti ai rischi dell’impresa, come ad esempio i dipendenti di più lunga data. E, infine, andrebbe sicuramente ridimensionato il ruolo del denaro nella vita politica.

I sistemi politici occidentali sono soggetti a crescenti tensioni. Moltissimi cittadini si sentono defraudati e non rispettati. E questo sentimento diffuso non può più essere ignorato.

traduzione di ?Mario Baccianini
© 2016 The Financial Times

L'edicola

La pace al ribasso può segnare la fine dell'Europa

Esclusa dai negoziati, per contare deve essere davvero un’Unione di Stati con una sola voce

Pubblicità