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Manipolare la lettura della realtà porta con sé anche la negazione della complessità dei processi che la compongono. Una lettura attenta della realtà consiste altresì nella capacità d’indagare fenomeni nuovi che sono espressioni di processi altrettanto nuovi. L’avvento della globalizzazione ha dato luogo a nuove figure che vanno emancipate dal giogo dell’attuale paradigma economico.
Se da un lato la globalizzazione ha radicalmente trasformato i sistemi economici e quelli produttivi, con la proliferazione di player globali che agiscono incuranti della politica e dei diritti dei lavoratori sempre più atomizzati, dall’altro lato ha favorito l’esplosione delle disuguaglianze sociali, mettendo sotto lo stesso rullo compressore la classe media e quella popolare. Questa è la vera svolta di un sistema economico che ha prodotto e che continua a generare dannati e sommersi.
Molti di questi dannati della globalizzazione, in una logica di geometria variabile a seconda delle convenienze politiche, vengono chiamati migranti economici o cervelli in fuga. In sostanza, si tratta di vittime dello stesso paradigma economico che costringe uomini e donne in fuga ad affrontare “porti chiusi o muri disumani” sul proprio cammino verso la ricerca della felicità. Queste persone, espressioni di una pluralità e di una moltitudine priva di collocazione geografica, non sono certamente più nomadi degli esploratori e dei colonizzatori di ieri ed oggi.
Le stesse persone che partono dall’Italia verso altri paesi europei o americani, con l’aiuto di voli o treni con biglietti last minute, sono semplicemente alla ricerca di una felicità che va intesa nella sua accezione più nobile, altruistica e collettiva capace di trascendere la dimensione egoistica che tende a calpestare la dignità e i diritti altrui.
Chi è portato ad analizzare questi processi sociali dovrebbe essere in grado di immedesimarsi nei dolori, negli affetti e nei bisogni delle persone. Questa metodologia dovrebbe conferire allo studio sociale un maggiore senso di responsabilità capace, nel contempo, di attribuire ai processi i giusti concetti.
In questa ottica, chiamerei queste vittime dell’attuale paradigma economico, dei rifugiati economici. Creare degli strumenti che tutelino nei fatti questi rifugiati economici, sarebbe a mio avviso un atto doveroso capace di svincolarsi dal canto lusinghiero delle sirene della strumentalizzazione, della banalizzazione o della falsificazione della realtà. Nel corso degli anni sono stati varati solamente dei provvedimenti destinati a tutelare la persona timorosa di “essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi” come recita l’articolo 2 della Convenzione di Ginevra del 1951. Preservare quest’istituto di asilo dall’uso improprio è il miglior modo per tutelare i rifugiati inquadrabili in questa Convenzione.
Nel corso degli anni, accanto agli oppressi dell’attuale modello economico sono emersi anche le vittime dei fenomeni legati alla crisi climatica. Una crisi che si manifesta attraverso la mancanza di cibo, le inondazioni, le ondate di calore, la siccità, i cicloni e che causerà, come conseguenza diretta, la fuga di circa 143 milioni di persone entro il 2050 secondo le Nazioni Unite. Oggi la crisi climatica e quella economica sono le vere sfide che il mondo deve imperativamente affrontare. Difatti, i rifugiati economici e quelli climatici, anche se sono due categorie distinte, sono due facce della stessa medaglia. Questa sfida deve essere affrontata con gli strumenti adeguati. Dotarsi degli istituti idonei capaci di tutelare queste nuove forme di rifugiati sarebbe il modo migliore per dare soluzioni strutturali a questioni complesse, come i processi migratori, senza cedere alle lusinghe propagandistiche che tendono, oltre a polarizzare l’opinione pubblica, a falsificare o a negare la realtà, come ci ha insegnato Primo Levi.