L’Italia è una donna sospesa sul filo, la disegna così poeticamente Mauro Biani in copertina. La sospensione è lo stato d’animo del Paese da molti anni. Il Paese sospeso fu l’immagine scelta da Ilvo Diamanti per raccontare la vigilia pre-elettorale del 2018. Seguì il voto a sorpresa, l’impossibilità di fare un governo con due mesi di crisi e le consultazioni al Quirinale che non finivano mai. E poi la pazza legislatura, i gialloverdi per isolare il Pd, i giallorossi per contenere la Lega, il governo di tutti i partiti per mettere in mora se stessi. E la pandemia, la più grave emergenza sanitaria, economica e sociale del dopoguerra. In una notte d’estate, per qualche ora, la sospensione si colora di azzurro. E il Paese si divide, di nuovo, tra apocalittici e integrati. Tra chi accetta tutto, ma proprio tutto, con entusiasmo infantile e chi nega tutto, ma proprio tutto, con immutabile rancore.
«E un giorno, un giorno o due dopo il 18 aprile, / lo vidi errare da una piazza all’altra / dall’uno all’altro caffè di Milano / inseguito dalla radio. / “Porca - vociferando - porca.” Lo guardava / stupefatta la gente. / Lo diceva all’Italia. Di schianto, come a una donna / che ignara o no a morte ci ha ferito». Così Vittorio Sereni raccontò la reazione di Umberto Saba alla vittoria della Democrazia cristiana sul Fronte popolare socialcomunista alle prime elezioni repubblicane il 18 aprile 1948.
I versi mi sono tornati in mente la notte dell’11 luglio, tra il suono dei clacson e i caroselli delle macchine e i tricolori tornati a sventolare, solo per una notte che a una settimana di distanza appare già lontana. Tutto è diventato veloce, effimero, nella dimensione collettiva, anche il dolore lo è, così come la gioia. Al posto del corteo dei camion con le bare di Bergamo nel marzo 2020 della grande paura del Covid-19 si è sostituita la folla che accompagnava il bus scoperto della Nazionale azzurra, dove ogni regola di distanziamento è colpevolmente saltata: i simpatici neo-campioni d’Europa hanno imparato subito la lezione dell’arroganza del potere che scavalca le regole fuori dal campo. E via con i fiumi di retorica nazionale, l’Italia trasformata in un unico grande terrazzo da cui cantare l’inno, come durante il primo lockdown di sedici mesi fa, quando lo fecero soprattutto nei quartieri in cui non c’erano problemi di spazio. A Roma, ad esempio, nei quartieri più ricchi le case presentano una superficie media di 108 mq, 50 mq per abitante, nelle periferie del disagio, come l’hanno definite Keti Lelo, Salvatore Monni e Federico Tomassi in “Le sette Rome” (Donzelli), le abitazioni hanno la minore superficie media (84 mq) e per residente (34 mq) di tutta la città, con conseguenze drammatiche. In queste zone il virus ha colpito più duro: maggiore contagio, più mortalità. La pandemia, scrivono i tre ricercatori, è in realtà una sindemia, che aggrava le difficoltà e le disuguaglianze già esistenti. Anche cantare l’inno nazionale dai balconi non era la stessa cosa, e neppure vedere insieme la partita.
Forza Italia, che divenne il nome di un partito, e Porca Italia a volte convivono nella stessa formazione, nella stessa persona, nello stesso leader. Silvio Berlusconi, Matteo Renzi, Beppe Grillo e anche Matteo Salvini, divisi da mille cose, sono uniti da questo spirito che è insieme anti-italiano (ma non nel senso di Giorgio Bocca, Roberto Saviano e oggi Michela Murgia!) e arci-italiano, due dimensioni che nella storia nazionale e nel segmento più recente, la storia repubblicana, spesso si tengono insieme.
A ciascuno di questi leader è toccata la volontà di incarnare un nuovo tipo di italiano, diverso da quello precedente. Berlusconi vinceva proponendosi come modello di un nuovo italiano, «se fate come me vi arricchirete», il Renzi del quaranta per cento del Pd voleva restituire un’identità all’Italia del centro e addirittura ri-fare gli italiani. «Dante ha fatto l’Italia. O perlomeno l’italiano», scriveva da sindaco di Firenze. Sognava un italiano nuovo, anzi, alla fiorentina, novo. Un Dolce Italiano Novo da costruire dall’alto della sua leadership. Il Grillo delle origini invitava il pubblico a spedire un sonoro Vaffa contro se stesso. «Il fanculamento dei politici è un mero pretesto per fanculare la gente. Perché è colpa nostra se siamo ancora comandati da questa gente. E i partiti nuovi fanno ancora più schifo di quelli vecchi», spiegava quando di mestiere faceva ancora il comico. Poi, da leader politico, se n’è dimenticato. E si è prodigato per carezzare la gente dal verso del pelo: voi siete i buoni, nonostante i condoni edilizi e l’evasione fiscale, i politici, loro, sono i cattivi, il bersaglio da abbattere, un obiettivo sempre più debole e screditato. Salvo poi trasformarsi nel primo dei capi partito, impegnato in una lotta intestina con Giuseppe Conte per mantenere la sua egemonia. E lasciare la bandiera dell’anti-politica ai nuovi profeti del i-politici-che-fanno-schifo, gli influencer, i Ferragnez. Con lo sbalorditivo plauso dei politici del Pd.
I populisti e i sovranisti alla Orban sono ossessionati dall’idea del tradimento della patria, vedono nemici dappertutto: una volta sono i comunisti, poi gli islamici, gli immigrati. Gli omosessuali che attentano ai valori della tradizione. Le burocrazie di Bruxelles che annullano le nazioni. E poi le autorità e le agenzie indipendenti, la magistratura e il giornalismo. Sono le istituzioni che fanno la qualità di una democrazia, lo ha ripetuto domenica scorsa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ecco una politica di professione, una democristiana moderata che sa emozionarsi e conosce i luoghi dove si trova, visitando il campo di concentramento di Fossoli da cui viaggiavano i treni verso l’Est, anche quello che portò Primo Levi ad Auschwitz partì da lì. Non si può ammettere alcuna discriminazione in Europa, contro le università, l’informazione, le persone di colore, gli ebrei, le persone Lgbtq. Nello stesso luogo il presidente del Parlamento europeo David Sassoli e Pierluigi Castagnetti, eredi della cultura cattolico- democratica da cui proviene Sergio Mattarella, hanno ricordato che le radici della costruzione europea affondano lì, nell’orrore dei lager, nella guerra tra nazionalismi nel cuore dell’Europa. Tutto quello che i sovranisti dimenticano: il Mediterraneo tomba dei migranti, la Libia che cancella i diritti. Il segretario del Pd Enrico Letta, finalmente, rilancia la sfida: i delitti contro l’umanità sono una questione europea, non italiana. Anche la visita di Draghi e della ministra della Giustizia Marta Cartabia nel carcere della vergogna di Santa Maria Capua Vetere è il tratto di un cammino di civiltà, lento e frammentato. Sono appunti ancora imperfetti per una nuova identità italiana e europea, alternativa a quella di Salvini e Meloni che appaiono appena più moderati dei loro alleati di Ungheria e Polonia. Ma è una costruzione fragile, se non diventa senso comune, se non diventa una canzone popolare.
Un tecnico come Mario Monti da presidente del Consiglio dichiarò a Time nel 2012 di «voler cambiare le abitudini degli italiani»: «La politica ha diseducato per anni gli italiani. Senza un cambiamento le riforme strutturali sarebbero effimere». Il premier Draghi, per fortuna, non ha mai dichiarato di voler costruire un nuovo modello di italiano. Si accontenta di spendere bene i fondi europei per la ripresa. Ma c’è da chiedersi se le riforme del Piano nazionale di Ripresa e di Resilienza serviranno a fare un passo anche nella direzione di una identità nazionale contemporanea, quella che ad esempio incarnano i ragazzi expat, i nuovi italiani nel mondo: un’identità molteplice, pluralista, aperta sul mondo. E se la partecipazione esibita senza freni alla gioia collettiva calcistica del premier Draghi sia il sintomo della necessità di un nuovo consenso nel Paese, non soltanto di tipo razionale o emergenziale.
Le emozioni sono un fatto sociale, non privato, ha scritto lo psicologo americano Adam Grant (New York Times, 13 luglio), a proposito di «un’effervescenza collettiva» perduta durante il lockdown e che ora va recuperata. In questo anno e mezzo l’Italia ha perso 750mila posti di lavoro e la fine del blocco dei licenziamenti ha portato a situazioni vergognose e incivili come quella della Gkn di Campi Bisenzio, nelle stesse ore in cui si scendeva in piazza per esultare. Hanno retto all’onda d’urto drammatica del Covid-19 le strutture portanti del Paese come le famiglie, il bene-rifugio nazionale in tempi di smartworking e di didattica a distanza, e le imprese manifatturiere non travolte dalla crisi. Ma altre strutture sono entrare in allarme. Per quasi la metà degli studenti la didattica a distanza è stata quasi impossibile, con gravi conseguenze psicologiche. Ancora, le mappe sulle sette Rome ci dicono che in un quartiere come Tor Bella Monaca 30mila abitanti su 73mila vivono di un qualche sussidio (reddito di cittadinanza, reddito di emergenza, Naspi, bonus covid). Il volontariato e l’associazionismo che sono il capitale sociale del Paese sono entrati in difficoltà. Dietro i discorsi sull’identità nazionale da ricostruire ci sono i dati materiali. L’immagine di una ripresa e di un rilancio impossibili da attuare senza una partecipazione collettiva della comunità nazionale.
Tutto quello che manca, senza un’impresa politica. Il Draghismo, se esiste, è una pratica di governo, pragmatismo al servizio della ricostruzione post-covid, si identifica con il presidente del Consiglio e con la sua squadra di tecnici. La politica, al confronto, sembra incapace di decidere, che si tratti di disegno di legge Zan, con il dibattito arcaico e inconcludente nell’aula del Senato, o di nomine Rai. È una situazione che può rallegrare quel pezzo di Paese che cresce e progredisce senza politica, o addirittura contro la politica, ma che deve allarmare chi vede in questo deserto di rappresentanza un pericolo per la coesione sociale e un potenziale moltiplicatore di disuguaglianze. Quel filo su cui si regge l’Italia sospesa non è il prestigio internazionale e l’autorevolezza morale di un pezzo di classe dirigente, il presidente Mattarella, il premier Draghi, ma è la capacità di costruire la democrazia come tessuto collettivo del Paese. Per questo il filo è fragile e la scommessa va oltre la gioia di una notte d’estate che è una bella parentesi nella crisi in cui ci troviamo.