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Esteri
novembre, 2024

Sull’Iran un’operazione per il futuro

Tel Aviv ha scelto di non fare il passo decisivo ma non si è neanche fermata a un’operazione «limitata e circoscritta». Ha inferto un colpo durissimo alle difese aeree di Teheran

La risposta israeliana all’attacco iraniano del primo ottobre è arrivata e non è stata devastante come avevano promesso i vertici di Tel Aviv. Tuttavia, nonostante le dichiarazioni dei funzionari statunitensi che invitano Teheran a considerarsi soddisfatta, la crisi in Medio Oriente non si può racchiudere in un sillogismo simile a «l’Iran ha attaccato, Israele ha risposto, la questione è chiusa».

In primis perché il cosiddetto diritto di rispondere invocato nuovamente dall’Iran due giorni dopo la pioggia di missili che Israele ha lanciato contro le basi militari dei pasdaran obbedisce a una logica di escalation e non di distensione. Il governo iraniano ha proposto un aumento del 200% delle spese militari per il prossimo ciclo finanziario. Il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato che «uno dei principi fondamentali è quello di rafforzare il potere di difesa dell'Iran, considerando le circostanze regionali e le minacce dall’esterno». Poco dopo il vice-comandante delle Guardie della Rivoluzione, Mohammadreza Naghdi, ha tuonato: «Il regime sionista dovrà affrontare colpi ancora più devastanti nei prossimi giorni che lo sorprenderanno».

Da un lato è scontato che le minacce facciano parte della comunicazione governativa in un contesto come quello mediorientale e tutti, dalle coste del Mediterraneo fino al Golfo, negli ultimi mesi hanno usato toni più duri e aggressivi. Dall’altro però resta un dato incontrovertibile: finché Israele e Iran continueranno a scambiarsi attacchi di questa portata dalla distanza, il rischio che la cosiddetta risposta controllata sfugga di mano è altissimo.

Stavolta Tel Aviv ha scelto di non fare il passo decisivo ma non si è neanche fermata a un’operazione «limitata e circoscritta», come viene fatto passare.

L’operazione «Giorni del Pentimento», nome in codice dell’attacco combinato all’Iran, in risposta allo sciame di missili e droni che i pasdaran avevano lanciato sullo Stato ebraico il 1° ottobre, ha distrutto la gran parte delle difese aeree iraniane. L’organizzazione è stata studiata fin nei minimi dettagli: i cacciabombardieri israeliani hanno attaccato per prime le basi dei gruppi sciiti filo-iraniani presenti in Siria e Iraq.

Distrutte le batterie missilistiche e i radar negli avamposti ufficiosi di Teheran, gli F-35 si sono spinti fino al confine tra Siria e Iran, senza – si badi bene – attraversarlo, per lanciare l’attacco vero e proprio. Sono state colpite delle basi militari intorno alla capitale e nelle province di Khuzestan e Ilam.

Diversi «attacchi simultanei» hanno mirato impianti di produzione di missili, postazioni di missili terra-aria e sistemi di difesa aerea. Gli analisti concordano sul fatto che uno degli obiettivi principali di Israele fosse un «componente speciale» usato per alimentare i missili a lungo raggio Khaybar e Qassem. Per il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari: «l’attacco è stato un successo e tutti i velivoli sono rientrati senza perdite». Secondo alcune fonti anonime che hanno rilasciato dichiarazioni al Wall street journal, il numero totale di siti colpiti ammonta a 23. «La maggior parte degli attacchi», continuano i funzionari della difesa di Netanyahu, è stata lanciata dall’esterno dei confini dell’Iran. Ciò non toglie che «la maggior parte» non significhi «tutti». Anche in questo caso potremmo parlare di propaganda di guerra volta a insinuare nelle Guardie della Rivoluzione il sospetto che vi siano delle spie pagate dal Mossad all’interno dei corpi scelti iraniani o, addirittura, nei vertici dell’esercito.

Il dato più importante da registrare è che «tutti e quattro i sistemi missilistici S-300 iraniani sono stati distrutti durante l’attacco». Se le rilevazioni satellitari dovessero confermare la nota della Difesa di Netanyahu, si tratterebbe di un colpo durissimo per le difese aeree di Teheran che sul sistema S-300 (di produzione russa e fornito da Mosca), basavano la maggior parte del proprio potenziale di deterrenza contro gli attacchi balistici. La dichiarazione finale di Hagari durante la conferenza stampa è emblematica: «ora abbiamo una maggiore manovrabilità aerea sull’Iran». In altri termini, Israele sostiene di aver sgomberato il campo dagli ostacoli per eventuali azioni future. Il tutto, sotto la copertura mediatica della risposta blanda, portata avanti per non mostrarsi deboli di fronte all’Ayatollah, ma senza indispettire gli Usa che avevano chiesto di evitare l’allargamento del conflitto alla vigilia delle elezioni presidenziali del 5 novembre.

Teheran ha subito minimizzato: «La montagna ha partorito un topolino», hanno dichiarato dal governo. I danni sarebbero stati «limitati e con poche conseguenze» grazie alla «tempestività delle difese aeree», al netto di 4 militari morti e del danneggiamento di «diversi sistemi radar». Alcuni video diffusi dalle autorità iraniane (senza data e con molti punti offuscati) mostrano pezzi di missili abbattuti accanto ad alcuni siti militari, ma è difficile verificare indipendentemente se i video si riferiscano davvero all’attacco in questione. Oltre a minacciare ritorsioni verso il nemico israeliano, la comunicazione esterna della Repubblica islamica ha insistito sul «legittimo diritto alla autodifesa, senza limiti, secondo la Carta Onu, e l’obbligo di difendere il Paese contro qualsiasi aggressione straniera». Ora si attende la nomina del nuovo presidente degli Stati Uniti per capire quale sarà la politica del Pentagono per la regione e di quanta libertà d’azione godrà Tel Aviv nei prossimi mesi, ma l’unica certezza è che la crisi tra Israele e Iran è tutt’altro che finita.

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