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Cultura
ottobre, 2019

The Irishman, ricostruzione magnifica della storia degli Usa vista dalla mafia

Un viaggio nell’amicizia e nel tradimento che riepiloga l’intero percorso di Martin Scorsese. Iscrivendolo in una luce testamentaria e definitiva

Il film più lungo della lunga carriera di Scorsese (documentari fiume esclusi) intreccia meravigliosamente, come nessun altro saprebbe fare, linee di racconto apparentemente incompatibili. Da un lato infatti è una breve storia degli Usa nel dopoguerra vista con gli occhi della mafia, anzi dei mafiosi. Dall’altro è l’elegia per un mondo che muore, malinconica e struggente anche se a tramontare è un mondo fondato sulla violenza, l’avidità e il tradimento. Il tutto unito da uno humour che spesso sfiora l’assurdo, a rendere ancora più quotidiana la parabola di questo veterano di guerra assoldato da Cosa Nostra per le sue doti di killer coscienzioso e impassibile, nonché marito affettuoso e buon padre di famiglia (un De Niro di monumentale bonomia scosso da lampi di rassegnata ferocia). Anche se quando capisce cosa fa davvero suo padre, la primogenita tronca ogni rapporto.

Ecco dunque che mentre la mafia fa eleggere John Kennedy (e poi lo uccide quando non rispetta i patti), oppure costruisce Las Vegas coi fondi pensione del sindacato camionisti, sullo schermo scorrono le gesta atroci e a tratti buffe di Frank Sheeran, camionista e poi ladro, truffatore, sicario, non esente da errori anche clamorosi ma sempre protetto dal suo potente mentore Russell Bufalino (un Joe Pesci contenuto e sornione).

Tra un flashback e l’altro sfilano la Baia dei Porci, il Watergate, le bombe sulla Serbia, ma a Scorsese come sempre non interessano le istituzioni, il potere, insomma la Storia, ma gli uomini. I piccoli, fallibili, vulnerabili uomini come Frank, che dopo una vita tutta delitti e segreti si trova ad aspettare la morte, solo, in una casa di riposo, accudito da un’infermiera che nemmeno sa chi fosse Jimmy Hoffa. Hoffa, il boss del sindacato camionisti che «negli anni ’50 era famoso come Elvis e nei ’60 come i Beatles» (Al Pacino, scintillante di sublime istrionismo). Hoffa, amico e confidente di lunga data di Frank (impagabili i loro duetti in pigiama, a casa del sindacalista, perché quando lo convoca per qualche impresa criminosa preferisce evitargli l’hotel). Hoffa, coprotagonista di questo vertiginoso viaggio nell’amicizia e nel tradimento che riepiloga l’intero percorso di Scorsese iscrivendolo in una luce testamentaria e definitiva.

In sala dal 4 al 6 novembre, salvo auspicabili proseguimenti, e dal 27 su Netflix.

“The Irishman”

di Martin Scorsese
Usa, 209’

 

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