"Liberarsi dalla CO2 non è un miracolo", spiega Søren Hermansen: "Ogni città ci può riuscire in pochi anni". Sprizza orgoglio Hermansen nel raccontare la genesi del miracolo verde di cui è lui l'instancabile profeta. A 52 anni, da contadino nato e cresciuto a Samsø, s'è trasformato nel direttore dell'Accademia dell'Energia dell'isola. Un Centro di ricerca e Museo delle rinnovabili dove, tra biologi, ingegneri, tecnici e grafici, undici cervelli lavorano per rendere l'isola sempre più sostenibile. E dunque sempre più famosa. Perché nell'edificio bianco-panna dell'Accademia (costruita per 1,6 milioni di euro dallo studio danese di Arkitema) ogni anno passano almeno 6 mila pellegrini. "Persino in Corea e Giappone", dice Hermansen, "ci considerano delle star".
Il "miracolo verde" ha preso il via nel 1997, quando al governo di Copenaghen venne l'idea di lanciare il concorso: "L'isola più verde della Danimarca". Senza una corona (e ce ne vogliono 7 per 1 euro) di sovvenzioni statali, un manipolo di contadini guidati da Hermansen prese molto sul serio la lotta alla CO2. E già dal 2000, 11 turbine eoliche installate tra le colline dei villaggi di Brundby e Permelille e alle altri dieci poste davanti alla costa di Samsø, coprono e sopravanzano il fabbisogno energetico dell'isola.
Saliamo con la biologa Lene Skafte sul Vesborg Fyr: il faro del 1857 è la torre panoramica più romantica di Samsø. Da lì sopra, fra barche a vela e mulini a vento in mare, distese di prati fioriti e mucche, Samsø pare una cartolina idilliaca. "Tanta bellezza inganna", dice la biologa: "In realtà ogni casale e ogni campo sono laboratori energetici". E il sindaco Jørn Nissen conferma: "Qui tutti fanno a gara a chi investe di più nel Green Business". Per Nissen, le rinnovabili sono prima di tutto "un affare, e molto promettente". E comunque, un investimento politicamente neutrale: è stato il Konservativ Partei, il partito di centro-destra al governo di Copenaghen, di cui Nissen fa parte, a decidere che per il 2050 la Danimarca sarà a emissioni-zero. "Noi a Samsø", promette Nissen, "arriveremo a liberarci completamente dalla CO2 nel 2030".
Oltre alle turbine eoliche, ci sono ancora 2.500 metri quadrati di pannelli solari installati nel 2002 a Nordby, il Capo Nord dell'isola. Ma per quanti siano, mulini e pannelli "non bastano a compensare tutti i veleni che emettiamo", calcola la biologa Skafte. E pensa a quelli scaricati dalle 1.600 auto (tra cui dieci autobus e 29 camion) che circolano per le stradine di Samsø. O ai tre traghetti che ogni giorno bruciano il peggior diesel tra il porticciolo di Kalby Kas, a Samsø, e quello di Kalendborg (a due ore di treno da Copenaghen). Per questo nei villaggi di Ballen, Onsbjerg e Tranebjerg, sono state costruite quattro centrali a biomassa: 1.100 famiglie hanno così acqua calda e riscaldamento bruciando fieno. "Usiamo solo il nostro fieno", spiega Peder Jensen, dell'impianto di Ballen: "D'inverno qui arrivano sino a 15 balle al giorno, da 500 chili ciascuna e riusciamo a produrre sino a 1,6 Megawatt". Li snocciola a memoria i dati, perché Jensen, 42 anni e due figli, ha investito con altre 200 famiglie nell'impianto termico a biomasse costato 16 milioni di corone (2,2 milioni di euro). Oggi i soldi spesi non solo sono rientrati, ma, spiega Jensen, "riscaldando col fieno risparmiamo 4 mila corone l'anno".
"Siamo felici d'investire in energia pulita", ripete anche Jørg Tranberg, probabilmente il contadino più soddisfatto della "miniera verde di Samsø", come la chiama. Tranberg è stato il primo a investire 6 milioni di corone (circa 1 milione di euro) comprandosi una turbina eolica tutta sua. "I soldi li ho ripresi nei primi sei anni", racconta. E la soddisfazione per l'energia eolica è tale che lui ha rilevato una quota anche degli impianti sul mare: "È un ottimo affare", sintetizza.
E non il solo. Erik Andersen è l'unico a Samsø che, a 65 anni, si è installato (e per 40 mila corone) un impianto a semi di canola. "Mi dà un'incredibile soddisfazione", dice, "arare i campi con il trattore che va con i frutti della mia terra". La pressa di Andersen trasforma ogni anno solo un terzo delle 5 tonnellate di colza che lui stesso coltiva in bio-diesel: buono non solo per il trattore, ma anche per la Volkswagen Passat (provvista di appositi filtri) di sua moglie. Il resto della colza va nel mangime delle 13 mucche, di cui va ancora più fiero.
A differenza degli altri contadini dell'isola, Andersen è orgoglioso di coltivare i suoi campi in modo biologico al 100 per cento. Non per ideologia o scelta etica. "La realtà è che tutte le forme di energia verde sono per me uno sport", confessa: "E mi tengono in forma". Poi ci porta in cantina e ci mostra la termostufa che lui e il vicino Leif Hansen stanno montando: un impianto danese che, oltre ai trucioli di legno, brucia tutto, erbe e noccioli di ciliegia compresi.
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A partire dai 3 milioni di euro che il borgomastro sta ora spendendo per la ristrutturazione del municipio (con pannelli fotovoltaici sul tetto). E futuri progetti come il primo hotel sostenibile dell'isola che produrrà più energia di quanta i clienti ne consumino. E un impianto termico a biogas in cui tutti i Samsingers sono chiamati a investire da una martellante campagna di raccolta fondi che gli 11 cervelli dell'Energy Akademy portano avanti da mesi. "Siamo pieni di belle mucche, campi e abbiamo già una fabbrica di marmellate", spiega la biologa Skafte: "La fermentazione di residui organici sarà il futuro dell'energia pulita".
Tutta qui, conclude Søren Hermansen, il direttore dell'Akademi di Samsø, la differenza tra energie verdi e quelle nucleari. Le prime, spiega, "hanno un notevole impatto estetico. Le odori e le senti nell'aria, le vedi al sole, e le capisci al volo. Il nucleare invece è inodore e invisibile: non lo capisci e non sei tu a gestirlo". Ma se per disgrazia lo vedi, è sempre, come a Fukushima, troppo tardi. Meglio allora vivere, felici e furbi come fanno i danesi sull'isola di Samsø.