Un teatro dove era in corso un concerto rock, uno stadio di calcio, i ristoranti del buon vivere. Tre simboli dell'“occidente corrotto” nella visione dei terroristi. E naturalmente Parigi, la città dei lumi, l'incarnazione della modernità, dei diritti dell'uomo, della mescolanza, delle libertà, compresa quella sessuale che tanto spaventa i custodi dell'interpretazione più estremista dell'Islam.
Ci sono motivazioni che comprendono ma eccedono la lettura politica della sera di guerra, ieri venerdì 13 novembre, in una metropoli che è l'Europa, siamo noi, davanti a un conflitto asimmetrico, mimetico e fatale.
Il presidente francese Hollande si è schierato in prima linea contro lo Stato Islamico decidendo di bombardare le sue postazioni in Siria. Nell'analisi semplificata, l'attacco a Parigi sarebbe la risposta, per il meccanismo automatico azione-reazione. Saremmo, se così fosse, dentro un orrendo codice dove comunque si fa scempio di qualunque regola bellica, coi civili inermi, più precisamente i cittadini urbani, come bersaglio.
L'interpretazione riduttiva ci permetterebbe di guardare dalla riva il naufragio della Francia, chiudere i fantasmi dentro i confini dell'Esagono, distinguere, nel momento paralizzante della paura, tra chi più si è esposto nella sfida ad Abu Bakr al-Baghdadi e chi ha usato la prudenza. Come se questa fosse una battaglia fra Stati quando saltano i confini conosciuti e la sfida del fondamentalismo ci obbliga a pensarci blocchi. Noi da una parte, gli islamisti dall'altra (attenzione: gli islamisti, non il variegato e complesso mondo musulmano), con le loro brigate multinazionali di tagliagole. In questo senso Parigi è Londra, è New York, è Berlino, è Madrid, è Roma.
Parigi è tutti i luoghi dove ha trovato terreno fertile il pensiero liberale, scevro da ogni settarismo, dove ha germogliato il progresso nella sua accezione estesa all'anelito di uguaglianza degli individui.
E' esattamente quanto i terroristi hanno cercato di colpire, nella loro visione monocroma, chiusa e divisiva nella società. Nel riferimento costante a un totalitarismo religioso più devastante di quello ideologico, a un dio truce che non permette alcuna contaminazione. La cosmopolita Parigi è, perciò stessa, intollerabile, il suo essere culla della ragione una provocazione al divino che reclama fede cieca, dottrina, sottomissione. Ed è anche, Parigi, cassa di risonanza formidabile, vetrina planetaria, luogo moltiplicatore e acceleratore del massaggio per il proselitismo del Jihad.
Anche fragile, la città dei lumi, proprio per le sue caratteristiche intrinseche di tolleranza e convivenza, per come si possono confondere tra le genti che la abitano i killer in nome di Dio, protetti da quella legislazione avanzata e garantista che è sale e nutrimento della nostra convivenza.
Ora Hollande, nello choc del massacro, proclama lo Stato d'emergenza, blinda le frontiere, come a Manhattan dopo l' 11 settembre (e sì, questa volta il paragone è perfettamente calzante), quando durò alcuni giorni prima di tornare a quella “normalità” che resta, tuttavia, la nostra forma più alta di resistenza all'aggressione. Ma la sera del 13 novembre e la notte del 14 che non è ancora passata, ci dovrebbe finalmente insegnare che non c'è altro tempo da perdere. Che la nostra “normalità” si difende sia a casa sia, soprattutto, distruggendo chi ce la vuole negare.
Esiste una vasta fetta di territorio, laggiù, tra Siria e Iraq, dove un autoproclamato Stato canaglia ha deciso che il nostro modo di vivere va estirpato. Sinora abbiamo tergiversato, bombardando da diecimila metri e armando un piccolo esercito di peshmerga curdi perché facessero il lavoro sul terreno al nostro posto. E' giunta l'ora di andare a stanare il califfo e la sua corte di assassini. Abbiamo tecnologia, uomini e mezzi per farlo. Prima che troppo sangue scorra ancora nelle strade d'Europa.