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La strage dei migranti: "Ci riempiono di botte fino a quando non troviamo i soldi per partire"

Mentre il paese annaspa nell’anarchia della guerra civile, i migranti, almeno due milioni, che per anni sono rimasti a lavorare, scappano. Centinaia di uomini armati, che abbondano nel paese dalla fine della rivoluzione del 2011, s’improvvisano nuovi Caronte aprendo le porte a migliaia di disperati provenienti dall’Africa Sub Sahariana, dal Corno d’Africa, dall’Asia e anche dalla Siria

Alla notizia delle morte di 700 migranti nel capovolgimento di un barcone nel Canale di Sicilia, scoppia in lacrime. “Pensano solo ai soldi, sono matti, andrebbero presi tutti!” impreca contro i trafficanti Sumaya, nome di fantasia, di Zuwara, città libica al confine con la Tunisia, nota come il principale snodo di migranti dalla Libia verso l’Europa. La gente a Zuwara è stanca: lo spettacolo osceno dei corpi martoriati dal sole, dall’acqua e dai pesci, che troppo spesso riaffiorano lungo tutta costa occidentale della Libia da oramai un anno ha segnato il punto di non ritorno.

Un trafficante di Zuwara racconta “Un tempo si diceva di essere trafficanti di migranti. Questo non suscitava reazioni. Oggi invece ci nascondiamo, raccontando di aver abbandonato il business”.

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Così gli scafisti comprano e vendono i migranti Milioni di dollari verso le casse dell'Is
21/4/2015
Dalla scorsa estate il numero di naufragi a ridosso delle coste libiche è andato esponenzialmente aumentando. Basta fare di conto per capire che l’aumento massiccio delle partenze possa di fatto essersi tradotto in un incremento anche delle tragedie. Ma questo non basta a giustificare il fenomeno relativamente nuovo dei naufragi.

Tocca ragionare infatti su che cosa stia succedendo in Libia, su chi lavorava ai tempi di Gheddafi e chi lavora oggi, quali mezzi usavano e quali usano, per poi interrogarsi sulla assenza-presenza delle istituzioni internazionali.

Un tempo il flusso era regolato in modo ferreo dalla regia centrale dell’ex raìs. Entravano quelli che il regime riteneva utili al mercato interno e alla sua diplomazia di frontiera verso l’Europa. Tanti entravano nel paese nordafricano che vanta l’economia più florida dell’intero continenti africano come migranti stagionali. Altri invece venivano catapultati da sud verso nord per colpire l’Europa. Un tempo lavorano solo i trafficanti professionisti, partner nel business del vecchio regime.

Oggi la Libia annaspa nell’anarchia della guerra civile. I migranti, almeno due milioni, che per anni sono rimasti a lavorare nel paese, scappano. Centinaia di uomini armati, che abbondano nel paese dalla fine della rivoluzione del 2011, s’improvvisano nuovi Caronte aprendo le porte a migliaia di disperati provenienti dall’Africa Sub Sahariana, dal Corno d’Africa, dall’Asia e anche dalla Siria. Per questi ultimi il caos libico all’inizio ha le sembianze di un’opportunità, che però in breve tempo rivela le fattezze del reale inferno qual è.

Analisi
Chi gioca con la Libia
23/2/2015
“Eravamo nel deserto quando la polizia ci ha scovato, hanno aperto il fuoco sui trafficanti armati e loro ci hanno usato come scudo. Due dei nostri sono morti” racconta un ragazzo eritreo rinchiuso nel centro di detenzione per migranti irregolari alla periferia Est di Misurata. E’ lì da circa due mesi. “Non so quando mi lasceranno andare, forse quando deciderò di pagare”.

Nelle istituzioni libiche la corruzione è rampante. “Prima c’era un Gheddafi, ora ce ne sono migliaia” è il mantra che si sente ripetere in ogni angolo del paese. E i centri di detenzione per migranti non fanno eccezione. “Ci prendono uno per uno e ci riempiono di botte, fin quando non accettiamo di chiamare la nostra famiglia per farci mandare i soldi. Chiedono 2000 dollari. Una volta pagato il riscatto ci lasciano andare”.

Dalle decine di testimonianze raccolte in Libia, gli africani del Corno si affidano generalmente a mediatori eritrei che organizzano per loro il viaggio fino all’Italia, con l’aiuto di sudanesi e libici. Il tariffario prevede 600 dollari da Mogadiscio fino a Tripoli. Una volta giunti a Tripoli parte la telefonata a casa con cui si dà l'ok per il versamento della somma, generalmente attraverso Money Gram o Western e, per i trafficanti più navigati, le ricariche telefoniche. Ma tocca prima arrivare a Tripoli.

Eppure su una delle pareti dello stanzone a pian terreno dove sono chiuse un centinaio di donne e bambini si legge in somalo “Non perdere la speranza tu che entri. Presto uscirai”. Hamadia, somala, chiusa lì dentro da circa tre mesi, ha lo sguardo perso su quella scritta. E’ scampata ai miliziani Al Shabab in Somalia, è sopravvissuta al passaggio nel deserto fino all’arrivo ad Ajdabiya, sulla costa orientale e primo centro di smistamento dei migranti e potenziali richiedenti. “Ci puoi rimanere una settimana fino ad oltre un mese. Nessuno ti dice quando si parte” dice Hamadia. Senza alcun preavviso, di notte i migranti vengono caricati su camion per essere trasportati verso Tripoli.

Sulla strada verso Tripoli Hamadia e i suoi compagni di viaggio sono stati scovati dalla polizia. Da quella notte la ventenne somala è chiusa nella prigione.

Scrolla le spalle il direttore della prigione Salah Abu Dabbus. Poco più che trentenne, sguardo fermo ma timido, è a capo della prigione da un paio di mesi. “Ho perso peso da quando lavoro qui: la notte non riesco a dormire per la preoccupazione che qualcosa possa succedere nel centro”. Guarda dietro negli occhi Salah e aspetta sempre il suo turno per parlare “Io non mi fido dei miei collaboratori tanto che ho dovuto mettere le camere di sorveglianza. Ma alla fine queste sono le risorse che abbiamo. Anzi tocca ricordare che qui gli operatori venono a lavorare da mesi senza stipendio, perché con i due Governi in Libia la gente non riceve lo stipendio da mesi”. Anche Abu Bakr, un migrante del Gambia conferma “Quando Salah è nei dintorni, tutti i secondini rigano dritto. Ma quando lui va via, iniziano i problemi”.

“Questi non sono criminali, ma solo gente che ha infranto la legge” spiega Salah. “Io vorrei fare di più, ma il governo libico da una parte fa finta di non vedere, mentre le istituzioni internazionali non collaborano”. Poi spiega “Noi interpelliamo sistematicamente le ambasciate della gente che finisce qui dentro, per poterla consegnare alle loro autorità. Ma nessuno ci risponde, a eccezione del Senegal. Ad inizio marzo Salah ha anche effettuato un rimpatrio via terra di centinaia di senegalesi verso la Tunisia, proprio per aggirare il problema dell’assenza dell’ambasciata sul territorio libico”. Salah ha combattuto la rivoluzione e dice “Tanti miei mici sono morti e io dedico a loro i sacrifici. La costruzione dello stato parte, a mio parere, dal sistema di sicurezza. E io lavorando qui do il mio contributo”.

Dopodiché nella scuola pensata per accogliere circa 200 studenti, nel centro di Misurata spesso vengono ammassate fino a 1500 persone. “Io non posso fare altro che chiedere il trasferimento a Tripoli”. Ecco la speranza di cui è intrisa quella scritta sul muro nella stanza di Hamadia.

Nel passamano tra un centro di detenzione e l’altro, guardie corrotte rimettono in libertà i migranti su “cauzione”. Così le carceri libiche si addensano e si spopolano sistematicamente, alimentando il ben oliato sistema del traffico.

Un sistema duttile, in grado di adattarsi repentinamente alla situazione di in-sicurezza del paese assolutamente fluida. Le new entry, come ha definito i nuovi smugglers, un uomo che fa il trafficante da oramai otto anni, hanno creato una nuova filiera low-cost.

Sui barconi organizzati nell’Ovest del Paese, dove un biglietto verso l’Italia costa fino a 2000 dollari con tanto di barcone in legno e scafista tunisino o egiziano navigato, con in più garanzia di un secondo viaggio nel caso il prima finisca in una retata della guardia costiera libica.

Nel tratto di mare che va da Tajoura, alla periferia orientale di Tripoli, fino a Grabulli, 30 chilometri più a Est, la speranza costa solo 500 dinari, meno di 250 euro. Un gommone carico fino a 200 persone, uno scafista scelto tra i migranti, partenza anche con mare grosso. Spesso i migranti si ribellano, ma i trafficanti law-cost, soldi in tasca, non amano perdere tempo e costringono i migranti ad imbarcarsi.

“Dall’inizio dell’anno ne abbiamo recuperato a mare circa mille migranti, tra Garabulli e Al Khoms, con i pochi mezzi che abbiamo a disposizione” racconta il colonnello Reda Essa, comandante del settore centrale della Guardia costiera libica con quartier generale nella città Misurata. Il colonnello racconta “Il network dei trafficanti è ben strutturato ed equipaggiato. Ora pare che nel business dei viaggi dalla Libia verso Lampedusa siano entrati anche gli italiani”. Poi precisa “Ma al momento sono solo sospetti”. Poi con la sguardo rabbuiato dice “Certo che se gli italiani anziché offrirci supporto, ci accusano di essere miliziani e pirati, non so quanto potremo fare per stanare questo trafffico” riferendosi chiaramente al caso del peschereccio italiano fermato da una sua squadra la scorsa settimana al largo delle coste di Garabulli.

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