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Leader del Congresso Nazionale per la Siria laica, raggruppamento di una quindicina fra partiti e movimenti d’ispirazione socialdemocratica, è il capolista nelle elezioni legislative che il presidente Bashar al Assad ha indetto per il 13 aprile. Alla scadenza quadriennale, sull’onda dei successi militari spianati dall’intervento dell’aviazione russa. Come se la Siria non fosse sconvolta da cinque anni di guerra che in un Paese con 23 milioni di abitanti ha provocato oltre 250 mila morti, l’esodo all’estero di quattro milioni e mezzo di profughi, la transumanza all’interno di sei milioni e mezzo di sfollati.
Assad vuole lanciare il segnale che la sua Siria è ancora in piedi. Che lo Stato e le istituzioni funzionano. Che l’esercito, dopo aver riconquistato gran parte delle regioni a Nord del Paese e Palmira, prepara la spallata finale allo Stato islamico con il recupero dell’intero territorio, dai terminali petroliferi di Deir El-Zoor a Raqqa (capitale del Califfato).
Il rais aspira a una legittimazione resa difficile dalle insanabili fratture di un conflitto atroce, in cui le barbarie perpetrate dal regime non sono inferiori a quelle dei ribelli sostenuti da Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Si erge come baluardo nella lotta al terrorismo, sorvolando sulle sue enormi responsabilità nei massacri. E cercando di sfruttare il vento favorevole di un cessate il fuoco che regge abbastanza (solo ad Aleppo si è ripreso a sparare). Ma come riformatore appare poco credibile anche agli occhi di una parte della sua comunità, l’alauita (setta eterodossa dello sciismo), ansiosa di riappacificarsi con la maggioranza sunnita.
Assad cerca in sostanza di guadagnar terreno alla vigilia dei nuovi negoziati di Ginevra tra regime e oppositori che sotto l’egida dell’Onu e delle grandi potenze dovrebbero decidere il futuro della Siria e quello suo personale. Le elezioni del 13 aprile rientrano nel quadro di una normalizzazione che preluderebbe a un cambio in senso democratico della Costituzione e alla concessione di un’amnistia generale per i ribelli pentiti. Turchia e Arabia Saudita escludono che il rais (rieletto nel 2014 per altri sette anni con un imbarazzante consenso di oltre il 90 per cento) possa conservare il potere. Gli Stati Uniti, che erano ostili ad Assad, non sanno che pesci prendere per mancanza di alternative. La Russia e l’Iran, i grandi protettori, sostengono invece che a decidere debba essere il popolo siriano. Ma le elezioni in Siria non sono mai state trasparenti. Non tanto per i brogli, quanto per la pervasività del partito Baath (socialismo panarabo) al potere da 53 anni e per una sorta di timore reverenziale verso la dinastia degli Assad anche da parte della borghesia sunnita.
L’esito delle elezioni per il rinnovo dei 250 membri del Consiglio del Popolo, a cui con grande soddisfazione di Assad concorrerà un numero record di candidati, non avrà comunque grande impatto sugli equilibri del vertice. Ma rafforzerà nei disegni del rais, bisognoso di disegnarsi un profilo più democratico, quel nucleo di opposizione dialogante rappresentato dai curdi del Pyd, dall’Unione araba nasseriana e dal movimento di Masaad. Che pur essendo cristiano (una minoranza protetta) è stato un avversario duro del regime. Incarcerato una volta, fermato e interrogato in più occasioni. Oggi ancora critico ma non più nemico del sistema. Dove ha infilato due deputati e addirittura un ministro.
«Sì», dice Masaad, «i tempi sono cambiati. Non siamo più clandestini. I russi ci hanno fatto invitare alla prime tornate dei negoziati per la pace a Ginevra. Dove abbiamo cercato di stabilire contatti con l’opposizione della diaspora, appoggiata dalla Francia. Haytham Manna, il loro leader, conviene con noi che sarebbe un errore l’immediata defenestrazione di Assad. Ma sul resto non riusciamo a trovare un terreno d’intesa. Noi vogliamo dare una nuova identità alla Siria creando dal popolo un nuovo spirito di unità nazionale. Loro tentano di imporre da subito i paletti e sembrano interessati soprattutto al potere».
In effetti la strada della pacificazione è ancora in alto mare, con troppi protagonisti in campo e una spaccatura profonda sul futuro di Assad. Il suo gruppo che proposte avanzerà nei prossimi colloqui di Ginevra?
«L’ostacolo maggiore è l’intransigenza dell’Arabia Saudita e della Turchia che stanno constatando il fallimento dei loro piani. La monarchia di Riad è entrata in paranoia dopo l’accordo sul nucleare fra gli Stati Uniti e l’Iran. Teme una cospirazione ai suoi danni e l’indebolimento della sua area d’influenza, che prevedeva l’affermazione di un Islam politico del tutto svincolato dai diritti umani. Per questo non cederà facilmente alla richiesta dei russi di lasciare al popolo siriano la decisione sul futuro di Assad. Ankara ha tentato di costruire ai confini uno Stato cuscinetto, comprendente Aleppo e Idlib, per creare una netta separazione con i curdi e i siriani. E attraverso l’azione dell’Is e di Al Nusra, mai seriamente ostacolati, voleva rompere la schiena ai cristiani il cui numero nelle regioni del Nord si è assottigliato. Sia l’Arabia Saudita sia la Turchia, dove non è riconosciuta nemmeno l’uguaglianza fra uomo e donna, pretenderebbero di ridimensionare la Siria a territorio di passaggio fra l’Islam e l’Europa. Uno staterello privo di una reale sovranità. Il nostro movimento rigetta questi disegni deliranti. Per orgoglio patriottico ma anche per difesa della democrazia. Il primo passo verso la rinascita sarà la riforma della Costituzione in senso laico».
Assad ha già promesso che la ritoccherà. Ma l’aveva già riformata nel marzo del 2011, sotto la spinta delle primavere arabe. Una mossa che non ha evitato lo scoppio della guerra civile.
«Assad ha recentemente riconosciuto alla tv cinese che il testo del 2011 va emendato. A mio parere era addirittura più liberale la Costituzione introdotta dal padre Hafez nel ’71, che non prevedeva alcuna influenza delle moschee. Oggi invece il presidente deve essere obbligatoriamente musulmano, anche se l’Islam non viene definita religione ufficiale. Io sono un cristiano convinto ma come politico non posso che battermi per uno Stato esclusivamente laico».
Ma per lei Assad, dopo 5 anni di tragedie, è ancora credibile come riformatore?
«Lo Stato è illegittimo per carenza di laicità. Ma il presidente è legittimo. Nel 2014 è stato eletto per la terza volta in regolari consultazioni, monitorate da osservatori internazionali. Sono stati i siriani a volerlo. Non è un usurpatore».
Ma oggi una sua candidatura potrebbe riaprire le divisioni che i negoziati di Ginevra cercheranno di superare.
«Assad per noi può ricandidarsi. È libero di farlo se Onu, Stati Uniti e Russia glielo consentiranno mettendo a tacere i veti di Arabia Saudita e Turchia».
Avendo in mano tutte le leve del potere e al suo servizio i principali media, ha ottime possibilità di essere rieletto. Ma dopo cinque anni di guerra atroce non può bastare un emendamento della Costituzione per pacificare un Paese così dilaniato.
«Assad non può andarsene subito. In questa fase di transizione si creerebbe un pericoloso vuoto di potere. Dopo, alle elezioni presidenziali, cercheremo di batterlo democraticamente. Chiedendo preventivamente non solo il cambio della Costituzione, ma anche un decentramento dei poteri e nuove leggi sulle elezioni e sui media che mettano tutti i partiti nelle condizioni di competere ad armi pari».
Sarà lei a sfidare Assad per la presidenza?
«È prematuro. La strada è ancora tanto lunga».