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Difficile dare una definizione delle elezioni del 26 giugno, l’undicesima legislatura è stata troppo breve per chiamarle anticipate, il parlamento è stato attivo per poco più di tre mesi. Alcuni, il Partito Popolare e Podemos, parlano di secondo turno, interpretazione respinta dai socialisti che preferiscono definire il voto del 26 giugno una “ripetizione elettorale”. Dibattito semantico solo in apparenza, con sottili distinzioni politiche sullo sfondo, tutti eufemismi per evitare il termine che, sulle strade e nei giornali, invece è assolutamente comune: “fracaso”, fallimento.
Anche il re si è accorto che l’aria che tira non è un granché e durante le ultime consultazioni, prima di constatare l’impossibilità di trovare un governo, ha avvertito i partiti: «La campagna sia sobria, non stanchiamo ulteriormente i cittadini». Le parole del sovrano, riferite da alcuni interlocutori (e mai smentite dalla Casa Reale) sono state tradotte in una serie di buoni propositi: il Partito Popolare taglia del 30 per cento le spese, i socialisti hanno annunciato che i manifesti pubblicitari saranno ridotti al minimo, Podemos eviterà costosi eventi e Ciudadanos spera di convincere gli altri a unificare gli invii postali.
Soldi a parte, queste sono davvero strane elezioni, in apparenza identiche a quelle di dicembre, a cominciare dai programmi e dalle liste (i socialisti hanno avuto qualche rinuncia importante, come quella dell’ex ministra della Difesa di Zapatero, Carme Chacón). Quello che è cambiato è l’oggetto della contesa: non più, come alla fine del 2015, la sfida tra vecchi e nuovi, ma piuttosto la ricerca del colpevole del “fracaso” dei negoziati falliti.
Schematizzando viene fuori un rompicapo: il Pp accusa il Psoe di aver impedito la grande coalizione alla tedesca, il Psoe accusa Podemos di aver rifiutato un governo del cambiamento, gli ex indignados replicano che sono i socialisti ad aver bloccato un esecutivo alla portoghese, o alla valenciana (a Lisbona e nella terza città spagnola i progressisti governano insieme). I centristi di Ciudadanos accusano tutti, a cominciare da Rajoy. Risultato: anche con il ritorno alle urne c’è il rischio che la situazione resti grosso modo la stessa. «In questi mesi, in fondo, i partiti hanno visto la ripetizione elettorale come un’ancora di salvataggio», dice Enric Juliana, vicedirettore de “La Vanguardia” e fine analista politico, «nessuno diceva di voler tornare alle urne, ma l’ipotesi in fondo faceva comodo a molti, specie a Rajoy che l’ha perseguita dal primo momento. Dopo il 26 giugno, però, questa soluzione non ci sarà più, un terzo turno è impensabile».
Tra le cose che non sono cambiate da dicembre a oggi c’è l’opinione degli spagnoli: la stragrande maggioranza dichiara di non voler cambiare partito. I sondaggi sono tanti e, fatte le dovute distinzioni, indicano che il Partito Popolare vincerà le elezioni senza maggioranza assoluta (è attestato poco sotto al 30 per cento), l’unica novità rilevante potrebbe essere il sorpasso di Podemos nei confronti dei socialisti, grazie all’alleanza con i post comunisti di Izquierda Unida. L’incognita resta Ciudadanos, il cui leader, Albert Rivera, resta il più apprezzato dagli spagnoli. L’elemento che potrebbe far cambiare le percentuali la sera del 26 giugno sarà l’astensionismo. Il 20 dicembre votò il 73 per cento dell’elettorato, cifra che potrebbe scendere di cinque o sei punti, secondo stime per forza di cose sommarie.
Se così fosse, a pagarne lo scotto, si prevede, sarà il partito socialista che storicamente ha un elettorato più sensibile alle delusioni, al contrario dei popolari, che contano sul voto massiccio dei pensionati over 65. «C’è un’altra grande novità», spiega l’economista José Carlos Díez, «nella scorsa campagna elettorale si escludeva ogni ipotesi di patto, adesso vale il contrario, ci si attribuisce il merito di averli cercati». L’economia per il momento regge: «Il Pil crescerà del 3 per cento, come l’anno prima», prosegue Carlos Díez, «la disoccupazione scende costantemente. Valori discreti se comparati con quelli dell’eurozona. Gli imprenditori inizialmente avevano mostrato molti timori per l’inedita instabilità politica, ma adesso c’è più serenità. E questo, beninteso, è merito quasi esclusivamente di Draghi».
Come se ne esce? Nei corridoi, ormai poco affollati, del Congresso dei deputati di Madrid, gli scenari possibili sembrano essere due: un governo di minoranza del Partito Popolare, con il via libera dei socialisti, che resterebbero all’opposizione (è l’idea, non da oggi, dell’ex premier Felipe González) o una maggioranza Pp-Ciudadanos, in caso di buon risultato del centrodestra (servono una decina di deputati in più rispetto a ora), con la testa di Rajoy fortemente a rischio. Dopo le trattative fallite dell’inverno scorso, nessuno crede all’ipotesi di un governo progressista.
A sinistra, infatti, si sta combattendo una battaglia campale, con Podemos che spera nello storico sorpasso sui socialisti, operazione sfiorata lo scorso dicembre, quando gli ex indignados arrivarono dietro al Psoe solo per 300 mila voti. La strategia del leader Pablo Iglesias nel 2015 fu quella di allearsi con una serie di movimenti locali, molto radicati, in Galizia, Catalogna e nella comunità di Valencia. Adesso a questi patti se ne è aggiunto uno assai rilevante: quello con Izquierda Unida, coalizione della sinistra radicale (comunisti compresi), che alle ultime elezioni ha portato a casa meno di un milione di voti, bottino magro di per sé, ma utilissimo a Iglesias per scavalcare il rivale socialdemocratico.
Il patto tra Podemos e Izquierda Unida del leader Alberto Garzon è stato siglato ed ha come base uno slogan: “Per una ripresa economica a favore delle classi popolari”. Per il movimento di Pablo Iglesias, nato nelle aule delle facoltà di scienze politiche, l’accordo comporta alcuni rischi: nella scorsa campagna elettorale lo sforzo era stato quello di presentare Podemos come una forza che andava oltre le categorie destra-sinistra (in un Paese ancora molto polarizzato). L’ accordo con quel che resta del partito comunista spagnolo quindi andrà spiegato ai tanti elettori post ideologici, attirati più dalla sfida alla casta che dalla lotta di classe.
I socialisti sperano di non soccombere e magari di veder premiato lo sforzo del proprio segretario Pedro Sánchez, che ha firmato un patto di legislatura con i centristi di Ciudadanos e ha provato a governare con 120 deputati: impresa rivelatasi impossibile (la maggioranza assoluta è 176). La paura però nella storica sede della calle Ferraz è molta. «I socialisti non hanno mai avuto veri rivali a sinistra, neppure ai tempi della Repubblica», analizza Enric Juliana, «e ora sono spiazzati da un movimento che è cresciuto senza chiedergli il permesso».
Sullo sfondo, oltre a un Paese che fa fatica a rialzarsi da una crisi brutale, restano problemi irrisolti o persino non trattati, come quello della Catalogna. Mentre Madrid è senza governo, a Barcellona l’esecutivo prepara la secessione. La sfida indipendentista resta, per ora, senza interlocutori veri. Gli unici paletti arrivano dai giudici che bloccano le leggi con le quali il governo catalano prepara “le strutture del nuovo Stato”. Prima dell’autunno andrà risolto il paradosso: i secessionisti sono più stabili dello Stato.