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Quando Nadia Murad Basee Taha, premio Nobel per la pace 2018 e simbolo della tragedia delle donne yazide brutalizzate dall’Isis perché “infedeli” è tornata a vedere la sua casa appena liberata, il 1° giugno 2017, era già ambasciatrice di Buona volontà Onu ma non era ancora stata premiata a Stoccolma, il tetto di legno era stato rubato, le foto e il resto dato alle fiamme e le sue urla di fronte a quell’armadio fecero piangere anche i soldati rimasti di guardia all’ingresso del paese. «Lasciatemi qui ancora un’ora», disse mentre rovistava tra quelle foto accartocciate dal fuoco e i frammenti della sua vecchia vita. Nayyef Jasin Qasim, il capo villaggio, vide lo strazio e la portò fuori, sulle stradine riempite di fotografi e bandiere. «Questo luogo è un simbolo del genocidio. Di famiglie intere è sopravvissuta una sola persona. Di altre 30 non è rimasto nessuno. Khoco è un luogo di rovine, un luogo simbolo di memoria, è una fossa comune», dice Taleb Qasim, che del capo villaggio è il figlio.
Quel centinaio di case isolate in mezzo alla polvere e al vento però non è mai stato disabitato: per cinque anni hanno fatto la guardia le ossa dei corpi trucidati di tutti gli uomini e i giovani del paese, riesumati a marzo dal team investigativo delle Nazioni Unite impegnato in tutta la vallata. Erano per loro, i morti, le stoviglie sparse in cucina nelle case, le coperte e i vestiti appesi, qualche porta sprangata. Le abitazioni coi vetri rotti e i tetti rovesciati dalle bombe sono perché l’Isis, nonostante il luogo fosse scomodo e isolato, ha istoriato i muri con frasi fanatiche e saccheggiato prima di essere cacciato dalle milizie filo-sciite Hashd al-Shaabi e dai raid della Coalizione internazionale nel maggio 2017.
Da qui fino a Mosul è cambiato poco in cinque anni. Mancano all’appello 2.900 donne e bambini su 6.700 rapiti, di 450 mila sfollati ne sono tornati solo 20 mila in un’area rurale col 90 per cento di case e scuole distrutte. Nessuno ricostruirà perché non c’è sicurezza. Le Ong portano giovani o intere famiglie in Canada, Stati Uniti, Germania. Nadia gira il mondo per rappresentare i diritti di sua madre, di sei fratelli sepolti nelle fosse di Khoco e dei 12 mila membri della comunità trucidati. Ancora poche settimane fa l’Isis ha rapito tre yazidi verso Tal Afar e un kamikaze ne ha uccisi due prima che l’assalto venisse respinto. «Sono anche più sanguinari di prima», dicono i contadini. «Uccidono perfino gli animali che incrociano sui pascoli».
Dilshad Suleiman è il custode morale di Kocho: sa a chi appartenevano le case, collabora con le guardie, conosce tutte le poche persone che arrivano. Il telefono gli squilla di messaggi, indossa una tuta nera e tre cicatrici dei proiettili dell’AK47 con cui l’Isis gli ha sparato sul bordo della fossa più lontana dal villaggio. «I corpi degli altri mi cadevano addosso. Quando si sono allontanati, con un altro rimasto solo ferito siamo strisciati fuori verso la campagna. Ci ha trovato un contadino, ci hanno portato in Siria dietro pagamento. Solo 19 persone di Kocho sono sopravvissute». Varca la soglia della scuola. 400 uomini e 88 donne uccise. «In questi pannelli hanno messo anche la mia foto, insieme a quelle dei morti».
Il caseggiato costruito nel 2007 si affaccia verso la montagna. È il museo il cui cortile ospiterà i resti dei dissepolti. Dalle finestre si vede la fila ordinata di tombe di pietra adagiate vicino alla buca già scavata, si aspetta che vengano restituiti dai laboratori di analisi a Baghdad. Anche Nadia venne portata qui insieme alla sua famiglia, contadini poveri ma molto rispettati. Aveva addosso tutti i vestiti che poteva, una borsa con dentro del pane e gli assorbenti in cui era occultata una collana e un bracciale d’argento regalo della madre. «Ci hanno preso i cellulari, poi i soldi e infine i gioielli. Se volevamo conservare le case, avremmo dovuto convertirci, dissero al capo villaggio», racconta Dilshad. «Lui ci riferì la cosa. Noi rispondemmo: decidi tu, noi ti seguiamo. E lui disse loro: “Noi non vogliamo stare con il bene che ci offrite, non vogliamo rimanere e diventare musulmani”. Allora ci hanno organizzato in gruppi di trenta e fatto salire sulle macchine fingendo di deportarci sulla montana. Non era vero, ci hanno sparato».
Le donne e i bambini sentivano le raffiche. Sistemate al piano di sopra vennero separate in base all’età e inviate a Tal Afar e Mosul per essere comprate e distribuite tra i soldati. Le “ritornanti” non hanno sempre raccontato cosa è successo loro. Ma quelle che non si sono suicidate hanno perso la parola, si sono ammalate, sono tornate sfregiate o con le ossa rotte. Nadia, arrivata in Germania grazie ad un programma finanziato dalla regione del Baden-Württemberg tedesco, è fuggita dalla prigionia dopo 4 mesi e ripete il suo trauma ogni volta a microfoni, primi ministri, assemblee plenarie: quella volta che l’hanno violentata in 5 come punizione per aver tentato la fuga o quando per un giorno è stata destinata a un posto di blocco e chi era di turno lì poteva abusarne come si mangia un panino.
Chi non è fuggita o non è stata riacquistata dalla famiglia e manca all’appello, se ancora viva potrebbe essere in Turchia ancora con gli aguzzini o in Siria nei campi: «Queste donne e ragazze hanno paura di dire che sono yazide. Se ci fosse una commissione con l’autorità per entrare in quei campi potrebbe cercarle», spiega Taleb Kasim. «Nei campi nessuno sta aiutando neppure i bambini che hanno subito il lavaggio del cervello per diventare soldati jihadisti. Non parlano più neanche la loro lingua, alcuni non riconoscono i parenti. Altri sono violenti. Ci vorrebbe per loro un team speciale di medici, anche stranieri, ma non esiste».
I campi sterminati di grano della piana di Sinjar, in parte dati alle fiamme questa estate per intimidire chi viveva nelle fattorie, sono costellati da micro villaggi di case di terra e cemento spesso distrutte, tutte uguali. I sunniti sono i più isolati, fantasmi vaganti nella canicola. «Erano i nostri vicini, ma hanno aiutato i terroristi, ci hanno venduto», dicono le famiglie che hanno riacquistato greggi e mandano i figli piccoli a pascolarle. La filiera agricola è debole: molte fattorie non sono ancora agibili, mancano i soldi, i più hanno paura a tornare. «Il capo locale dell’Isis Abu Hamza venne da noi a trattare, da Mosul: ho la foto nel nostro giardino, era piccolo, sembrava affabile. Gli dicemmo che ci saremmo convertiti ma la notte prima che tornasse avevamo già lasciato le case. Allora è andato a Kocho. Prima di morire per un incidente a Tal Afar, in ospedale diceva di non rinnegare nulla di quello che aveva fatto, è tra i responsabili della strage», dice un capo villaggio di Hatimiye.
Il fatto è che Kocho è a 20 chilometri dalla montagna e la strada principale per arrivare è poco più di un sentiero sterrato lungo il quale solo adesso vengono rimessi in piedi i pali della luce, tranciati dall’Isis durante l’occupazione. Sono invece un centinaio in linea d’aria i chilometri da qui al campo di al-Hol, verso ovest, in Siria, dove gli yazidi sperano che siano vive molte delle loro rapite, magari mescolate alle mogli del Califfato. Circa 30 mila iracheni potrebbero rientrare in patria dal quel campo. La striscia di trenta chilometri in Siria che Erdogan “ripulisce” dai curdi tocca invece Rabia, a nord, oltre la montagna. Il valico e crocicchio arabo-sunnita di case semi-distrutte presidiato da esercito federale iracheno e milizie filo-sciite, potrebbe essere un ingresso per i profughi siriani in fuga. Quelli già ospitati nel Kurdistan iracheno sono 225 mila.
Una fuga all’inverso: nell’agosto 2014 furono i curdi siriani dei gruppi combattenti Ypg ad aprire un corridoio verso la Siria per permettere la fuga dei migliaia di yazidi saliti sulla montagna. Portarono gli anziani a spalla. Gli yazidi quel gesto se lo ricordano bene. Come si ricordano il ritiro dei peshmerga di Masoud Barzani, leader del Kurdistan iracheno, quando i check point sguarniti vennero occupati senza sforzo dai miliziani di al-Baghdadi arrivati da Rabia e Mosul. «Più dell’80 per cento della popolazione è vicina a noi peshmerga e solo col supporto nostro e del governo federale dell’Iraq la gente sarà più sicura. Lo dice la Costituzione, tutto il resto non è legale», dice il generale Merwan Zax, responsabile dell’area di Sinjar e a guardia del valico sul Tigri, ultimo grande avamposto curdo prima dei check-point iracheni verso Rabia.
Poi illustra la presenza sul Sinjar di una ventina di formazioni: «I combattenti del Rojava hanno cinque formazioni, più i loro servizi segreti. Poi ci sono le varie sezioni di Hashd al-Shaabi, una decina in tutto: la brigata di Abu Hossein, Abu Ali, il gruppo di Abu Hamza… Anche gli yazidi sono divisi in brigate tutte con una loro bandiera». È nato anche un comitato che riunisce tutti i partiti yazidi, ma non hanno rappresentanza nel Parlamento curdo. È perché queste montagne hanno una posizione strategica e Zax lo spiega con la cartina militare davanti: «Ognuna di queste formazioni fa gli interessi di un paese o di un partito, ognuno vuole avere una rappresentanza qui. Da un lato si va in Siria, dall’altro in Turchia, a sud ci sono la Giordania e l’Arabia Saudita. Ma dei veri proprietari di casa, non interessa nulla a nessuno».
Tra l’erba alta nella camera a casa Murad c’è una borsetta decorata con la scritta “Italy”. Tra i visti più ambiti e difficili da avere per i giovani iracheni c’è quello per l’Italia. «Europa, Gran Bretagna, America, Italia: tutte hanno visto cosa ci ha fatto e cosa stava facendo l’Isis, ma non avete fatto niente per fermarlo. Ci avreste aiutato più di quanto state facendo ora», dice un vecchio della montagna, mentre i nipoti fissano le tende più lontane. Qui le antiche coltivazioni di fichi e melograno sono l’economia di molte famiglie. «Il melograno bianco di Sinjar è il più dolce al mondo», spiega agli ospiti il figlio di Baba Sheikh, la massima autorità spirituale yazida, quella che benedisse il ritorno delle prime rapite e ne autorizzò il pieno reintegro e il sostegno nella società yazida, che non ammette la non verginità prima del matrimonio e matrimoni fuori dalla comunità.
«Ci lamentiamo soprattutto con l’America che non ha fatto niente di quello che aveva promesso», spiega quasi scusandosi per la franchezza, mentre un gruppo di volontari aiuta il padre ad alzarsi e si affretta ad offrire tè nero. «Penso alle forze politiche regionali, Iraq, Iran, Turchia, Russia, all’epoca dei conflitti tra comunisti e capitalismo, gli sciiti e i sunniti: quelli che subiscono i danni sono le minoranze, è questa la democrazia e la libertà? Siamo noi a pagare la fattura». Nadia ha portato all’attenzione di parlamenti e gabinetti potenti la storia di quelle case di terra al confine siriano e fondato un’associazione che raccoglie fondi per sostenere la causa e finanziare progetti: investimenti per l’agricoltura, progetti per scuole, ospedali. Gocce, perché a Kocho e nei villaggi nessuno ricostruisce e “lamerìca è andata via”. Il Nobel che le sarebbe arrivato dopo la visita al suo villaggio liberato, in fondo al cuore degli yazidi non vale quanto le foto bruciate di quelle spose.