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Il frenetico lavorìo diplomatico ha un denominatore comune. Riguarda quasi tutti gli Stati che hanno un interesse a minare la coesione dell’Unione europea, in vista anche dell’appuntamento cruciale del voto di maggio. I rapporti con Bruxelles sono infatti sempre stati improntati alla diffidenza soprattutto a causa dei numerosi richiami del Parlamento comunitario al rispetto dei diritti umani dei palestinesi. Il gruppo di Visegrad, che forse d’ora in poi sarà monco della Slovacchia dopo la vittoria alle presidenziali della liberal Zuzana Caputová, è l’asse con cui costruire un’alleanza per rompere un fronte comune. E questa politica ha già dato i suoi frutti se la Repubblica Ceca e l’Ungheria, a cui si è aggiunta la Romania, hanno bloccato una dichiarazione critica verso gli Stati Uniti per la decisione di trasferire la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Bucarest, che detiene la presidenza di turno della Ue, si è spinta oltre con la sua premier Viorica Dancila che si è espressa per la propria rappresentanza diplomatica nella Città Santa, anche se è stata poi frenata dal Capo dello Stato Klaus Iohannis cui spetta la decisione finale.
Oltre alle ragioni tattiche della geopolitica, c’è un legame ancora più profondo tra i Paesi dell’Europa centrale e Israele che chiama in causa il modello di nazione e l’identità stessa. Israele è per sua natura lo Stato degli ebrei, lo è per i motivi che sono stati alla base della sua fondazione. Esistono le minoranze, in particolare quella palestinese, cui sono riconosciuti i diritti civili, ma si tratta sostanzialmente di una democrazia etnica. Non per caso quando il trend demografico più favorevole alla popolazione araba rischiava di alterarne la composizione, si è favorita l’immigrazione massiccia di ebrei della diaspora, anche senza rispettare la regola della matrilinearità della discendenza. Degli otto milioni di abitanti circa, poco meno di un milione e mezzo sono arrivati dalla Russia dopo il 1989 e la caduta del Muro di Berlino.
Il sogno di un Paese etnicamente omogeneo è condiviso dai sovranisti che governano l’Est Europa, i più riottosi ad accettare i flussi migratori e i più favorevoli a chiudere le frontiere. Viktor Orbán si rifiutò, ad esempio, di accogliere la quota di profughi stabilita a livello comunitario perché sostenne, senza pudore, che i 170 spettanti al suo paese avrebbero minato l’identità del popolo ungherese: 170 su una popolazione di dieci milioni di abitanti! E nel 2016 promosse addirittura un referendum contro le ricollocazioni decise dall’Unione (che però non raggiunse il quorum).
Israele come la vuole Netanyahu è dunque il modello per chi vuole una Polonia per polacchi, un’Ungheria per ungheresi, una Repubblica ceca per cechi. La sua campagna elettorale, oltre che sul fronte interno, si è giocata sulla tessitura di alleanze internazionali volte a rafforzare un’idea dello Stato in contrasto con il multiculturalismo.
Ed è la diretta conseguenza della legge fatta approvare alla Knesset che dichiara Israele come lo Stato nazione del popolo ebraico. Una legge che il suo maggior sfidante, il generale Benny Gantz, vorrebbe abrogare se risulterà vincente nelle urne. Non due diversi partiti politici ma due visioni del mondo si scontrano. Il 9 aprile, il verdetto.