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L’UCRAINA
L’Intelligence Usa, che con le sue diverse agenzie di spionaggio (interno e internazionale) forma una vera e propria “comunità dei servizi segreti”, lunedì scorso ha rivelato a un ristretto e selezionato gruppo di senatori - in una riunione a porte chiuse al Congresso - una serie di questioni legate alla «sicurezza delle elezioni». Compresi i «tentativi da parte di potenze straniere» di intromettersi nella campagna elettorale. Alla riunione hanno partecipato John Ratcliffe - l’ex deputato del Texas che Trump ha messo alla guida dei servizi segreti nazionali - e William Evanina, direttore del National Counterintelligence and Security Center, cioè il principale funzionario del controspionaggio Usa.
Sono due uomini di cui i democratici si fidano poco. Perché sarebbero loro che, attraverso agenti fidati e fonti anonime, stanno facendo circolare le voci su presunte nuove carte legate all’inchiesta in Ucraina sul figlio di Biden. La temuta October Surprise, il colpo a sorpresa di ottobre che varie volte in passato ha sconvolto il pronostico a pochi giorni dal voto (3 novembre), potrebbe essere proprio l’Ucraina.
«Se l’amministrazione sa che ci sono agenti stranieri che operano nel contesto di un’elezione americana, deve dirlo pubblicamente, non è nell’interesse di nessuno tenerlo segreto». Per il senatore democratico Chris Murphy (Connecticut), le dichiarazioni di Evanina sulle minacce all’integrità del processo elettorale sono troppo generiche ed evanescenti, soprattutto quelle sull’Ucraina, fatte circolare negli ultimi giorni. Anche la presidente della Camera Nancy Pelosi ha affrontato Evanina durante un briefing segreto simile a quello del Senato, accusandolo di tenere l’opinione pubblica all’oscuro. E il capo del controspionaggio ha dovuto infine riconoscere che la Russia di Putin sta di nuovo cercando di rafforzare il presidente Donald Trump e di danneggiare Biden. Il mese scorso i democratici del Congresso hanno inviato una lettera al direttore del Fbi, Christopher Wray, chiedendo un briefing urgente per tutti i membri del Congresso sulle interferenze straniere Con un allegato in cui si chiede conto dell’indagine del senatore repubblicano Ron Johnson (Wisconsin) che ha come obiettivo Biden e suo figlio e che, secondo i democratici, è disinformazione russa «che danneggia la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e promuove le teorie cospirative sostenute dal Cremlino». Che l’Ucraina possa essere il cavallo di Troia di Biden lo pensa anche John Bolton. Potente falco repubblicano che, prima di diventare un nemico giurato di The Donald (il suo libro è uno spietato atto d’accusa contro il presidente in carica), è stato per un anno e mezzo il suo capo della sicurezza nazionale. Quindi sa di che parla.
LA VICE
I continui rinvii e ritardi nella scelta della vice-presidente sono stati un evidente punto di debolezza di Biden. Donna (lo ha promesso pubblicamente) e afro-americana (una scelta quasi obbligata). Tutte le ultime candidate in lizza avevano il proprio tallone di Achille. Susan Rice, la 55enne ex ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite divenuta poi la consigliere per la sicurezza nazionale di Obama e amica personale di Biden, scontava la pessima gestione (e le troppe mezze verità) seguite all’attentato al consolato di Bengasi (Libia) in cui venne ucciso l’ambasciatore Christopher Stevens insieme con due marines e un funzionario dei servizi. Kamala Harris, già candidata alla Casa Bianca nelle primarie poi vinte da Biden, era la scelta più razionale. Senatrice della California, di cui è stata anche procuratore generale, è una combattente nata. Alle accuse dei repubblicani (e a quelle dei democratici che le rimproverano il suo passato da procuratore) risponde sempre colpo su colpo, un suo dibattito con il vicepresidente Mike Pence, campione dei bianchi nazionalisti, avrebbe una audience da record. E poi ha un sorriso, come ha detto un commentatore, che ricorda quello di Ronald Reagan. Tammy Duckworth, la veterana tornata senza gambe dall’Iraq era poco “appealing” per l’elettorato afro-americano; Karen Bass, medico, deputato della California e presidente del Black Caucus aveva quel peccato giovanile filo-castrista che in Florida non le perdoneranno mai. Il mondo moderato, soprattutto i repubblicani che voteranno per Biden, avrebbero voluto una scelta rivoluzionaria: quella di Condoleezza Rice, per anni alla Casa Bianca a fianco di Bush.
LE FAKE NEWS
Ne circolano talmente tante che anche i media che fanno regolare “fact-checking” fanno fatica a individuarle tutte. L’ultima sostiene che Joe Biden ha paura di discutere con Trump in un faccia a faccia televisivo, che se ne resta chiuso nel suo bunker sotterraneo, che sa di non poter eguagliare Trump in energia e in arguzia. Un tema su cui tutti i media di destra si sono lanciati con forza: dimostrare che il candidato democratico è un uomo debole, anziano (ha due anni più di The Donald) e un po’ vigliacco. L’accusa sta facendo molta presa sull’elettorato conservatore. È una notizia palesemente falsa, perché Biden ha già accettato tutti e tre i confronti televisivi che si terranno da qui a novembre, ma se a rilanciarla non è solo un sito come Breibart ma anche un programma radiofonico come quello di Rush Limbaugh (con milioni di ascoltatori) si capisce come possa diventare per metà dell’America notizia veritiera.
FOX NEWS
L’arma più forte (insieme a Twitter) per la propaganda di Donald Trump è rappresentata da Fox News, il canale di notizie della rete televisiva di Rupert Murdoch, oggi guidato da Suzanne Scott. Dopo un ventennio di direzione del potentissimo Roger Ailes - il guru televisivo repubblicano costretto alla dimissioni per molestie sessuali nel 2016 - la prima donna amministratore delegato del gruppo è riuscita nella non facile impresa di migliorare ancora i numeri del canale all-news.
Nel primo trimestre del 2020 Fox News ha registrato una media di 3,4 milioni di spettatori (in prima serata) contro gli 1,9 milioni per MSNBC (il canale più a sinistra) e i soli 1,4 milioni CNN, che da tempo ha perso ogni speranza di recuperare la leadership di un tempo ormai lontano. Una crescita del 39 per cento rispetto al primo trimestre 2019 per la prima serata che sale addirittura al 42 per cento se si tiene conto delle 24 ore medie quotidiane. Si tratta del 73esimo trimestre consecutivo (18 anni) in cui Fox News ha il primato e la crescita maggiore, anno su anno, per qualsiasi rete di notizie via cavo.
Come (e forse più) di Roger Ailes - che dopo le dimissioni venne assoldato da Trump per la sua campagna elettorale - Suzanne Scott è una fan di The Donald senza se e senza ma. Da brava manager tiene sott’occhio conti, audience e share, ma la linea politica non si discute: ogni sforzo verrà fatto per garantire la rielezione al presidente uscente, ogni sforzo verrà fatto per mettere in difficoltà, denigrare, propagare notizie (anche false) che facciano inciampare Joe Biden nella sua corsa alla Casa Bianca.
Gli esempi non mancano. Dalla costante disinformazione che la rete televisiva di Murdoch fa sulla pandemia Covid-19 alle notizie di violenze di ogni tipo di cui sarebbero responsabili i militanti del movimento Black Lives Matter, dalle accuse di codardia per il candidato democratico fino alle rivelazioni (spesso pilotate) sul caso Ucraina.
La campagna democratica è cosciente del pericolo di una propaganda anti-Biden, destinata nelle ultime settimane prima delle elezioni a diventare massiccia. La cosa che temono di più i consiglieri dell’ex vicepresidente di Obama è come si comporterà Fox News la sera stessa del voto. Per il complicato meccanismo elettorale americano la conta dei voti non è immediata, la vittoria per aggiudicarsi i “voti elettorali” dei singoli Stati (quelli che servono a raggiungere la maggioranza necessaria di 270) vengono assegnati (non per legge, ma per consuetudine) dalla Associated Press e dai canali tv. Il tutto sulla base di exit polls, precedenti, analisi dell’affluenza. Assegnare la vittoria in uno Stato decisamente democratico (come California e New York) o repubblicano (come quelli del profondo sud e dell’America rurale) è facile, farlo nei Swing States, quelli in bilico dove poche migliaia di voti possono far vincere uno o l’altro è assai complicato. In questi casi si usa la formula “to close to call”, ma l’uso dei risultati da parte della Fox News - nel caso Donald Trump si renda conto di andare incontro a una sconfitta e decida di contestare il risultato denunciando brogli (già lo dice) - è uno dei punti che vengono analizzati da Jennifer O’Malley Dillon (la campaign manager di Biden) e da un nutrito staff di avvocati democratici.