Quando, verso mezzogiorno di lunedì 12 aprile, il giornalista russo Roman Anin sta per lasciare gli uffici della speciale Commissione investigativa di Mosca, chiede a chi lo aveva interrogato per alcune ore: “E adesso che cosa succede?”, senza ottenere nessuna risposta. Pochi minuti dopo scriverà su Telegram: “Mi ha fatto capire che ci incontreremo ancora”. Roman si trova in una posizione pericolosa, come sottolinea il sito OCCRP (Organized Crime and Corruption Reporting Project), di cui è collaboratore: è stato sì sentito come testimone, ma da lì a essere incriminato, con la prospettiva della prigione, il passo è breve.
Anin come Alexei Navalny, il dissidente in carcere da qualche mese, dopo essere stato avvelenato e salvato per miracolo in Germania, prima di ritornare in patria? Il giovane Roman è “soltanto” un reporter, non è un attivista. Ma il suo lavoro fa ugualmente paura ai servizi di intelligence dell’FSB, l'ex KGB, che tre giorni prima, venerdì, avevano perquisito il suo appartamento, sequestrando computer, strumenti elettronici, hard disk, telefono e appunti, per poi portarlo, di notte, davanti alle autorità per un interrogatorio, invitandolo a presentarsi “volontariamente” il lunedì successivo per altre domande.
Nel 2020 il giovane Roman ha fondato IStories (la I sta per “importanti”), un giornale indipendente, che pubblica inchieste brucianti su Vladimir Putin e il suo entourage. Da anni fa anche parte dell’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ). Noi dell'Espresso abbiamo condiviso con lui, e con centinaia di colleghi, molti scoop, a partire da Panama Papers, di cui in questi giorni ricorre il quinto anniversario. Ci ricordiamo di Roman quando, il 7 e 8 settembre 2015, in gran segreto, ci siamo incontrati tutti a Monaco, nella sede del quotidiano “Suddeutsche Zeitung”, per il lancio di Panama Papers. Ognuno di noi presentava le sue proposte. Roman disse: “Sapete chi è Sergei Roldugin”? Il violoncellista di Putin, un musicista presunto prestanome del leader russo, con centinaia di milioni di dollari sui suoi conti.
La colpa di Roman? Essere l'autore di “Il segreto del St Princess Olga”, articolo pubblicato nel 2016 dalla “Novaya Gazeta”, il periodico dove allora scriveva, lo stesso della giornalista Anna Politokovskaja, assassinata nel 2006. Il “St Princess Olga” è un super yacht di lusso, lungo più di 85 metri, costruito dal cantiere olandese Oceanco, dotato di bagni jacuzzi, piscina, palestra, ascensore, piattaforma di atterraggio per elicotteri: valore stimato, 190 milioni di dollari. E chi ne sarebbe il proprietario tramite una offshore delle Isole Cayman? Igor Sechin, il gran capo del colosso petrolifero statale Rosneft, già azionista della Saras della famiglia Moratti. Sechin e Putin sono amici per la pelle. Si conoscono fin dagli anni ‘90. Igor è anche stato capo di gabinetto di Vladimir nel ‘91, a San Pietroburgo. Lo stesso Putin racconta nella sua autobiografia: “Quando sono andato a Mosca, [Sechin] mi chiese di portarlo con me. E io l'ho portato”. Una carriera in crescendo, fino a quando addirittura, nel 2008, Sechin diventa vice primo ministro con Putin premier, appena scaduto da presidente.
L’accostamento di Olga allo yacht deriva dal nome di Olga Rozhkova, seconda ex moglie di Sechin, che già aveva divorziato dalla prima, Marina. Secondo “Novaya Gazeta”, Olga, bellissima bionda amava passare molto tempo su quello yacht, visitando vari paesi, Maldive, Italia, Vietnam, India, Germania e Francia. Con una particolare predilezione per la Sardegna e la Corsica. Per quel pezzo Igor Sechin si era arrabbiato e aveva querelato il giornale lamentando un danno d’immagine. E aveva vinto la causa.
Sembrava che ormai tutto fosse finito nel dimenticatoio, quando, negli ultimi giorni di marzo, salta fuori un’altra querela, presentata da Olga, da cui Sechin ha divorziato nel 2017, per una presunta violazione del codice penale russo riguardante “l’inviolabilità della vita privata”. Il caso riprende vigore. Di qui il raid contro Anin. Lunedì la Rosneft, in un comunicato, sembra prendere le distanze dall’incidente, precisando che la nuova causa è stata intentata da “privati cittadini per proteggere i loro diritti costituzionali”. Aggiunge, inoltre, che è in atto una “campagna diffamatoria” per “screditare le attività della Rosneft…tali attacchi sono organizzati per diminuire la concorrenza e creare rischi di sanzioni, non soltanto per la Rosneft, ma per tutto il paese”. E ancora: “(Rosneft) ha già promosso azioni legali per tutelare la sua reputazione…chiediamo ai giornali di astenersi da valutazioni basate su pregiudizi”.
L'accenno al “rischio di sanzioni” ha un senso. Probabilmente, secondo OCCRP, Rosneft teme che gli Stati Uniti, ma anche l’Unione europea, possano colpire, con altre sanzioni, personalità russe e società per una presunta violazione dei diritti umani, analogamente a quanto è successo per Navalny.
In ogni caso la situazione è delicata. ICIJ difende a spada tratta Roman Anin, vincitore del premio giornalistico americano Trailblazer Award dell’International Centre for Journalists nel 2020. Commenta il direttore Gerard Ryle: “Questo è un giorno nero per la libertà dei media in Russia. Sosteniamo con forza Roman Anin, membro di ICIJ e nostro partner in numerose inchieste. Seguiremo da vicino le sue vicende giudiziarie”.
Anche l'Unione europea, tramite un portavoce, ha espresso formalmente la sua preoccupazione per l'arresto temporaneo di Anin: “Nella Federazione russa lo spazio per il giornalismo indipendente e la società civile si sta restringendo...è dovere dei media fare indagini su questioni di interesse pubblico. Le autorità dovrebbero assicurare che i giornalisti siano in grado di svolgere il loro lavoro, senza ostacolarli né intimidirli”.